I ferri corti – Nota di lettura

1 Posted by - 7 Gennaio 2020 - Notizie

Paolo Maccari
I ferri corti (Lietocolle, 2019)
Rossini – 18 dicembre 2019

Tra esistenza e resistenza- I ferri Corti, Paolo Maccari

Si è svolto mercoledì 18 dicembre 2019, al Bistrò Rossini, l’incontro con il poeta toscano Paolo Maccari, 57esimo appuntamento della rassegna Independent Poetry con cui si è chiuso il calendario del 2019.

La conversazione ha toccato molti argomenti relativi al suo ultimo libro I ferri corti,  pubblicato nel luglio del 2019 per la collana Gialla Oro di Pordenonelegge.it e Lieto Colle editore.

Questa raccolta è un’autoantologia che comprende una selezione di testi – circa un’ottantina- effettuata tra i suoi libri pubblicati in precedenza, tra cui: Ospiti (1996-2000), Fuoco amico (1998-2007), Contromosse (2005-2013), Fermate (2014-2016) e alcuni inediti nella sezione conclusiva denominata Noi altri.

Il titolo di questa preziosa raccolta, come ha spiegato l’autore, è un omaggio al poeta goriziano Carlo Michelstaedter morto suicida a 23 anni. Scrisse Michelstaedter tra i suoi versi “occorre venire ai ferri corti con la vita”, ed è proprio questo il concetto che interessa a Maccari: il contatto diretto, ravvicinato, a tratti ‘crudele’ con sé stessi e con la vita. Ma accanto a questo significato, il titolo ne comprende molti altri essendo un’espressione polisemantica, che rispecchia il meticoloso lavoro di ricerca letteraria e lessicale dell’autore.

I ferri corti rappresentano anche il rapporto con la scrittura, quando ci si trova di fronte alla pagina bianca e un fermento di pensieri, parole, immagini chiedono inchiostro: è la dura ‘battaglia’ tra la parola e il silenzio. E c’è poi un collegamento con i ferri che si usano in chirurgia, che causano dolore ma possono anche togliere il male… quindi un’ampia gamma di significati, per un titolo di un’opera che abbraccia un lungo periodo della vita del poeta, rievocando numerosi luoghi e tematiche a lui cari. Una scrittura densa, colta e ricercata quella di Paolo Maccari, che porta a riflettere sul percorso esistenziale, proprio e altrui, attraverso un intreccio di esperienze, ricordi, storie, filosofia, letteratura.

Con questo libro egli tenta di stilare un primo bilancio del suo lavoro, avendo iniziato a scrivere da giovane e avendo strutturato in modo sempre più consapevole la sua officina poetica. Ma fare bilanci significa anche lasciare indietro ciò che non si approva completamente, così con lucidità e modestia Maccari ci racconta che questo libro raccoglie circa un terzo della sua produzione in versi: una selezione che risponde a una continuità e che va delineando una sorta di romanzo di formazione in versi.  Nelle poesie, così come nelle altrettanto pregevoli prose, ci sono ritratti e momenti di vita che vanno dall’infanzia all’adolescenza, fino alla maturità, che sanno dire in modo netto e graffiante le sensazioni, i traumi, le attese, le disillusioni che il difficile percorso di crescita da sempre ci riserva.

Mi manca il dolore subìto e inflitto

in comunanza di desiderio infantile,

le dieci raffinatezze

del decalogo egoista

a cui non si resiste.

Il poeta riesce a traslare o a scardinare con grande naturalezza l’io, con tutto il suo fermento emotivo, così il lettore può ritrovare frammenti di sé, della propria esistenza e di quella di ragazzi, uomini e donne del nostro tempo o di tutti i tempi. Poiché i versi di questa opera hanno a tratti un respiro universale, con un’enfasi epica in grado di centrare il senso di esistenza e di resistenza della condizione umana. Essi evidenziano i passaggi cruciali che segnano e insegnano a stare al mondo, rievocando e affermando i valori propri dell’humanitas, attraverso la memoria, a volte atavica, fuori dalla storia o dalle storie, che non è mai personale ed è illuminata dalla bellezza dei versi, per divenire memoria rivelatrice.

Paolo Maccari enfatizza anche, durante il dialogo, come in poesia sia necessario che l’autore rimanga fedele a una lingua più che mai autentica, cioè aderente alla lingua mentale dell’autore stesso che compone i versi, rifuggendo tentativi di modifiche del registro linguistico per fini meramente divulgativi e questo è certamente evidente nella sua opera.

I testi, organizzati in modo cronologico, mutano dalle iniziali forme chiuse per sfociare, nelle ultime raccolte, in narrativi affreschi dai tratti amari, una lingua che, liberata dalla metrica, diviene quasi cinematografica e scandaglia con uno sguardo nitido le vite e gli accadimenti di periferia. Nulla è insignificante per Maccari, ogni dettagli si fa portatore di significato.

La sua poesia non fa sconti, pur sospendendo il giudizio, i versi attraversano come lame ciò che normalmente resta relegato al non detto, senza timore attraversa quei terreni scomodi, spesso considerati impoetici, del nostro comune vivere. Una poesia in cui c’è la vita, in tutte le sue contraddizioni, con le proprie luci e le inevitabili ombre.

Rossella Renzi e Monica Guerra

Independent Poetry

 

Nel ventre

 

Come i guerrieri giovani nel ventre

del cavallo di Troia si guardavano

tra le lame di buio, e sorridevano,

poiché sicuri di restare per sempre

 

nella memoria dei nipoti; mentre

dentro l’attesa spargevano bava

di ferocia e impazienza, e scagliavano

gli animi nel dopo, ove era la cava

della gloria, del rischio, per le tempre,

 

(Così,

io)

 

sento nelle viscere un famoso

anonimo pugnale che mi svena,

un conosciuto, un ignoto tormento

 

da cui vengo alimentato e corroso:

e lui, glorioso, ascolta la serena

folla storpiargli il nome, ogni momento.

 

*

 

Racconto a mio figlio che non sa dormire

la novella di tre cani che salvano una lepre.

La invento via via che la racconto.

 

Si svolge a Colle, c’è di mezzo la casa dei miei,

la cava di marmo, una fuga, un cinghiale.

Entrano nella storia i miei genitori

i cinque fratelli, i luoghi

che nonostante il tempo rimangono gli unici

che mi sono intimi.

 

Mio figlio ogni tanto esige modifiche,

mi ricorda dettagli ricorrenti

e io lo assecondo, emendo i passi

meno felici o più paurosi.

 

La storia finisce con una canzone

che già mi cantava, l’unica, mio padre.

Il bimbo infine si addormenta

e torno al divano e al tremendo

dei pensieri sguinzagliati.

 

Mentre mi spavento al dovere di tramandare

radici, di correggere gli errori e il male,

di cantare se non c’è più niente da dire,

succede che lui mi chiami ancora. Gli torno

vicino ma non parlo e non canto.

Mormoro appena, gli basta che io sia lì

per ritrovare il sonno,

come a me è bastato che lui fosse al mondo

per supplicare me stesso

di durare un po’ più a lungo.

 

E non so se sia giusto

questo e tutto quanto

mi rimbalza la sera

dalla vita ai pensieri.

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