Libretto di transito, nota di lettura a cura di Monica Guerra

3 Posted by - 19 Febbraio 2020 - Notizie

Franca Mancinelli -venerdì 7 febbraio 2020, ore 18.30 Faenza

al violino il Maestro Roberto Noferini

foto a cura di Virginia Morini

Il sessantesimo appuntamento con la poesia a cura dell’associazione faentina IndependentPOETRY si è svolto lo scorso 7 febbraio, presso la Biblioteca Manfrediana, dove è stato presentato, da Rossella Renzi e da Monica Guerra, l’ultimo libro della poetessa Franca Mancinelli Libretto di transito (Amos Edizioni, 2018). Il Maestro Roberto Noferini ha accompagnato le letture con i quattro movimenti della suite di Bach, partita numero due, in re minore per violino solo. 

Libretto di transito, terza pubblicazione dell’autrice, dopo Mala Kruna (Manni, 2007) e Pasta madre (Aragno, 2013), si dipana come un diario di viaggio attraverso le vaste dimensioni della psiche: un transito tra faglie e ombre in cui il dolore non è temuto anzi, è toccato, mosso, indossato e plasmato, come una materia viva e plastica. L’autrice si lascia trasportare e trasformare dall’ombra in una discesa nei territori interiori, talvolta nitidi, talvolta sfumati, danzando tra il reale, l’immaginifico e l’onirico.

È attraverso la ritualità di piccoli gesti, calibrati, minimi, quasi sapienziali che Franca Mancinelli ricompone l’identità umana, muovendosi attorno a un principio unitario, a una radice originaria cui fare ritorno. Testi dove le movenze semplici assumono l’aspetto di un vero e proprio rito: dove per “rompere un uovo” è necessario “allinearsi ai punti cardinali”, dove il senso sacro del vivere risiede nello stesso viaggio che quotidianamente siamo chiamati a compiere.

Franca Mancinelli naviga oltre la parola, “oltre i confini del foglio”, senza temere ciò che si rintana nei suoi coni d’ombra, con la piena consapevolezza che qualcosa nell’oscurità sfugge anche allo sguardo più affilato. Le rotture sono accolte, guardate, riconosciute nel rispetto dell’impossibilità, per la natura misterica della vita stessa, di leggere e di dire il “tutto” che le circonda. L’incomprensibile, e di conseguenza l’indicibile, resta sotteso come un segreto nel silenzio bianco del foglio da cui i testi con pacatezza emergono.  

I gesti di questo libro avanzano senza fretta tra valigie, viaggi, oggetti smarriti, bicchieri e paesaggi, dove l’autrice talvolta sconfina dalla sua stessa natura umana per farsi luogo, inabissandosi nel centro esatto delle cose per respirare, corpo e anima, attraverso di esse.

Le parole nuotano nei fiumi, s’inabissano nei laghi, tornano all’origine scorrendo nell’elemento acquatico, simbolo primo della trasformazione e anche tema cardine di questo libro: una metafora del moto e della ciclica rinascita che consente all’autrice di indagare e di cantare il mondo.

La trasformazione riconduce l’io alla sua matrice, ne celebra la sua intrinseca sacralità, accettando anche le inevitabili intime frane/fenditure/faglie/falde/rotture, anche quelle che, purtroppo, non è possibile riparare. 

Quando lo spaesamento subentra Franca ci invita a volgere lo sguardo verso la nostra intima radice, forse a sondare la nostra essenza più autentica e profonda e, se necessario, anche a ritrovare riparo nella preziosa dimensione della memoria.

C’è equilibrio in questo dire misterioso, denso e al contempo liquido, un’armonia tra parola e ascolto che principia nel silenzio, dove talvolta “l’assenza di qualcosa”è necessaria per approdare alla consapevolezza della cosa stessa. 

Muovendoci tra i testi incontriamo questi frammenti: “qualcosa di enorme” “cosa mi porta a te” “qualcosa che bruciava dentro” “è accaduto qualcosa tra le ombre” “chiedi a loro che cosa” “trovare luogo alle cose” “nessuna costanza delle cose” “sposto la polvere, cambio poste alle cose”. Questa parola generica: “cosa”, che tutto e niente contiene nella sua a-specificità, diviene contenitore universale: tangibile, concreto ma anche simbolico e arcano. Una rinuncia alla vivisezione, alla sovra-analisi, per non depotenziare la portata dei significati, affinché la fatica estenuante di nominare le cose -di rincorrere la luce- non distragga dal viverle, affinché delle “cose” sia accolta tanto la dimensione concreta quanto l’ombra. 

In un universo in cui tutto muta, nella raggiera della luce o nel flusso inesauribile della corrente, l’io deve individuare una sua sostanza stabile, un centro di gravità permanente, per citare Gurdjieff, e la poesia di Franca Mancinelli si fa umano strumento d’indagine dell’origine, dell’essenziale: “torno sempre all’inizio, alle cose com’erano: composte di sé stesse”.

Monica Guerra


Da Libretto di transito 

“Non è solo preparare una valigia. È confezionarsi, vestirsi bene. Entrare nella taglia esatta della pena. Gesti a una destinazione sola. Calzando scarpe che non hanno mai premuto la terra, dormiremo nel centro dello sguardo, come neonati.”

“La mattina alzandoci reggiamo una brocca sulla nuca. Oltre la casa si apre una piccola radura di foglie. Anche quando arriviamo alla sorgente, il ritorno è difficile tra gli incroci e i rovi. Ma ciò che conta è che la brocca posi di nuovo sulla nuca la mattina dopo. Per questo con gli occhi fissiamo l’orizzonte, teniamo la nostra postura.”

“Le frasi non compiute restano ruderi. C’è un intero paese in pericolo di crollo che stai sostenendo in te. Sai il dolore di ogni tegola, di ogni mattone. Un tonfo sordo nella radura del petto. Ci vorrebbe l’amore costante di qualcuno, un lavorare quieto che risuona nelle profondità del bosco. Tu che disfi la valigia, ti scordi di partire.”

“Sei stanca. Stai facendo spuntare le gemme. Le scorze si frangono, non resistono più. Con gli occhi chiusi continui a lottare. La terra è una roccia, si sbriciola in ghiaia sottile. È una parete e una porta. Continua a dormire. Le foglie si parlano fraterne. Dal cuore alla cima della chioma, stanno iniziando una frase per te.”

 “Indosso e calzo ogni mattina forzando, come avessi sempre un altro numero, un’altra taglia. Cresco ancora nel buio, come una pianta che beve dal nero della terra. Per vestirsi bisogna perdere i rami allungati nel sonno, le foglie più tenere aperte. Puoi sentirle cadere a un tratto come per un inverno improvviso. Nello stesso istante perdi anche la coda e le ali che avevi. Da qualche parte del corpo lo senti. Non sanguini, è una privazione a cui ti hanno abituato. Non resta che cercare il tuo abito. Scivolare come un raggio, fino al calare della luce.”


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