Francesco Sassetto

19 Posted by - 6 Giugno 2020 - Q.B. quanto basta

Francesco Sassetto
Rassegna POETRY 2017

 

 
Xe sta vèrzar un buso  (Arcipelago Itaca, 2020)
 
 
fra grumi de spini e bronse ancora infogàe
rifarse, ris-ciàr, lassàr le cale da far ogni giorno
                                               vardando le pière
el vodo de le sere sensa man né parole,
la tristessa ingropàda ne l’ànema come ’na sorte
                          un destìn inciodà dentro in gola.
 
Xe sta métar pian un matón sora l’altro
e semento che pareva tegnìr, vegnìr su
                                       e ’ndàr insieme i campi
svodài de un genàio ingelà e basi e barùfe
e ancora basi e nóve barùfe e contàr le distanse
che pareva curte, pareva de poderle impegnìr.
 
Xe sta quasi un sogno, un miràgio, un zogo mato
de un mago imbriàgo a far crédar qualcossa
che no ghe gèra, a scóndar le vose stonàe
che no se faséva canto.
 
Cussì fa i putéi che svóla alti i balóni sgiónfi
fin che de bòto no i s-ciòpa.
 
I varda siti i tochéti in tèra
                                        destirài su i masègni.
 
 
 
È stato aprire un varco  

in un groviglio di spine e braci ancora roventi / rifarsi, rischiare, lasciare  le calli da fare ogni giorno / guardando le pietre / il vuoto delle sere senza mani né parole, / la tristezza avvinghiata all’anima come una sorte / un destino inchiodato nella gola. // È stato mettere piano un mattone sull’altro e cemento / che sembrava tenere, salire / e andare insieme i camp i/ svuotati di un gennaio gelato e baci e litigi / e ancora baci e nuovi litigi e misurare le distanze / che sembravano brevi, sembrava di poterle colmare. // È stato quasi un sogno, un miraggio, un gioco strambo / di un mago ubriaco a far credere qualcosa/ che non era, nascondere le voci stonate / che non si facevano canto. // Così fanno i bambini che fanno volare in alto i palloni gonfiati / finché all’improvviso esplodono. // Stanno a guardare in silenzio i pezzetti a terra /distesi sopra le pietre.
 
 
*
 


 
Background (Dot.com Press, 2012)
 
Dipende da dove che ti vién, da l’aria
respirada da putèo, le vose i oci
che te xe entrài dentro e se ga inciodà,
le man indurìe de me pare, le ónge col nero
de i fèri che no va più via, le so storie
de cavi e ascensori da montàr
                                           e l’amigo cascà
da l’impalcaùra, brusà ne la calse viva,
’na note in bianco e po’ el siòpero e la paura
de perdar el posto.
 
Dipende da mia mama maestra a vint’ani
ne le campagne de Pianìga, miseria
e litorìna a le sìe e bicicleta par chilometri
de giasso e sassi, el paltò, sempre queo,
 revoltà e messo posto
                                   e i fiói de i contadini,
trentaquatro putèi strucài nel magazén
co la stùa a carbón, da insegnarghe
a scrìvar e contàr, a parlàr,
e ’na paga che no rivàva al vintisète.
 
Dipende da le case abitàe insieme a éa
oci che rideva,  magnàr  e boéte da pagàr
no ghe xe schèi ’sto mese par la paruchiera,
fa gnente, amor, ti xe bela istesso
                                       fa gnente
ma quei oci de sol se velava
e la strada tirava in salita.
 
E la pióva che passa i cópi róti e riva al sofìto,
casca le giosse in camera da leto, ti ghe meti
soto un caìn e ti buti l’ocio a quando
che ’l xe pièn
                       e restemo in quea casa
in nero perché l’afìto xe bon, ghe la fémo,
restemo e sognemo’na casa megio,
un lavoro sicuro, quel viagio a Parigi
rimandà ogni ano a l’ano dopo.
 
E riva un giorno che ti ghe mòi de sognàr, ti te alsi
de note a svodàr el caìn
                                   ti tachi a porconàr
e i sorisi  pian se destùa, ti xe stufo
de ’ndar sempre in saìta, ti te ricordi
de to pare e to mare
                                 le to raìse impastàe
de amor e fadìga, quel seme duro piantà
tra stómego e cuor, la to vita
                                              el to spècio.
                                               
 
Background 

Dipende da dove vieni, dall’aria / respirata da bambino, le voci gli occhi / che ti sono entrati dentro e inchiodati, / le mani indurite di mio padre, le unghie con il nero /degli attrezzi da lavoro che non va più via, i suoi racconti / di cavi e ascensori da installare / e l’amico caduto / dall’impalcatura, bruciato nella calce viva, / una notte in bianco e poi lo sciopero e la paura / di perdere il lavoro. // Dipende da mia madre maestra a vent’anni / nelle campagne di Pianiga, miseria / e littorina alle sei e bicicletta su chilometri / di ghiaccio e sassi, il cappotto, sempre quello, /rovesciato e adattato / e i figli dei contadini, / trentaquattro bambini stretti nel magazzino / con la stufa a carbone, da insegnargli /a scrivere e far di conto, a parlare,  /e uno stipendio che non arrivava al ventisette. // Dipende dalle case abitate insieme a lei / occhi che ridevano, affitto e bollette da pagare, / non ci sono soldi questo mese per la parrucchiera, / non importa, amore, sei bella lo stesso / non importa / ma quegli occhi di sole si velavano / e la strada andava in salita. // E la pioggia che filtra dalle tegole rotte e arriva al soffitto, / cadono le gocce in camera da letto, metti /sotto una bacinella e stai attento a quando /è colma / e restiamo in quella casa / in nero perché l’affitto è buono, ce la facciamo, / restiamo e sogniamo una casa migliore, / un lavoro sicuro, quel viaggio a Parigi / rimandato ogni anno all’anno dopo. // E viene il giorno che smetti di sognare, ti alzi / la notte a svuotare la bacinella / cominci a bestemmiare /e i sorrisi lentamente si spengono, sei stanco / di andare sempre in salita, ti ricordi / di tuo padre e tua madre / le tue radici impastate / di amore e fatica, quel seme duro piantato / tra stomaco e cuore, la tua vita / il tuo specchio.

 

 

Francesco Sassetto al Festival di Poesia Tres Dotes 2o19



 
 

 

              
            

 
             

 

 

 

 

 

 

 

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