Enrico Trebbi
E così sia
(Book Editore,
2025)
Quando non vedi
Ti osservo talvolta, quando non ti accorgi.
Mi scopro a pensare
che dopo tutti questi anni
vorticosi, bellissimi, terribili,
sei sempre di piú la mia casa.
Non so se percepisci per intero
quanto io continui a sentirmi
un naufrago miracolato da inaspettati relitti.
Tu che ti ostini a cercare con tutte le forze
di riempire le voragini dell’anima
e bada, oggi è una di quelle giornate
che si presentano inconsolabili,
di quelle che non sai se porterai a fine:
nasce e si snoda luttuosa,
reca veleni e non antidoti,
povera giornata in grisaglie,
ma tu, anche da un tuo canto estremo,
continui a guardarmi con occhi
quasi sorridenti e la grazia, anche stasera,
scende e sopra di me si sofferma,
a raccogliere le braccia stanche di nuotare,
la vita malferma che tace se tu non ci sei.
*
Madre
La finestra dava sulla strada.
La guardava da sotto.
La strada non aveva nome,
se non quello di madre.
Mia madre era il telaio
di quella finestra. Era il limite.
Il baluardo. Dalla strada
il buio imperversava. Lei
accendeva le deboli luci
che illuminavano il nulla.
Il nulla tracciato con farfalle di neve.
Si sognava senza sonno, nella casa.
Imprigionato nella casa, volevo
essere recluso per sempre.
Da quella stagione venne il sentimento
dell’ostilità del fuori, la clausura.
Quando mio padre rientrava
apriva veloce la porta (mia madre
lo stipite, mio padre i cardini).
Bastava a far entrare il nulla
a folate veloci di gelo. Bastava
a capire che fuori non ci volevo stare.
La casa non è sigillata.
lo sono vivo.
I batteri, i virus entrano.
La protezione sarebbe il rimedio.
Non c’è protezione da sé stessi.
*
Linea del tempo
Non m’interessa la cronologia,
il susseguirsi anonimo di eventi,
sapere dove collocarli.
M’interessa la memoria,
l’avere dentro, intrecciato
al midollo spinale, senza
eco di tempo, lo splendore vissuto.
l’angoscia diffusa, il battito d’ali,
le sequenze d’amore e paura,
il rovescio della foglia caduta
dove leggere la vita al contrario.
Non m’importa il quando,
m’importa il perché. Posso
confondere i giorni, gli anni.
Non voglio confondere i motivi.
Una tazza di caffellatte col pane
da quanto manca alla mia tavola?
Dalla tavola della memoria
non è mai mancata, non sono mancati
gli aritmetici coltivi nelle golene del Secchia.
Le falene a ruotare intorno
all’unica lampada in cucina, giallo maturo,
trenta watt o forse meno,
le sorelle che mi accolgono,
pur non essendo sorelle, il profumo.
I piselli crudi, appena colti.
Ora i morti, i miei morti, cadono come neve.
Volteggiano leggeri nel poco buio
di una notte qualunque, toccano terra,
la terra fredda che li accoglie,
su cui si fanno cumuli. Domani un merlo
verrà a picchiettarli di becco e zampette.
Nevicano, i miei morti.
Sono io la loro fredda terra.
In quale orizzonte si trovano?
L’osso di pesca, la mandorla tossica,
che importa se mai la mangerò.
E così sia, il titolo del libro di Enrico Trebbi (Book Editore 2025), è una formula concisa ma eloquente, che richiama il rituale usato – soprattutto in passato – per sigillare le preghiere. Questa espressione epigrafica annuncia un’opera costruita su una rara densità di temi, situazioni, presenze, dove la sensibilità religiosa dell’autore si intreccia alla passione politica. La sua capacità di osservare, di moltiplicare lo sguardo così attento a captare ogni minimo gesto o la curvatura della luce, nella dimensione intima e quotidiana, si fa contemplazione: in questo passaggio affiora il forte senso civile e la responsabilità nei confronti della parola, che caratterizza profondamente la scrittura di Trebbi.
Nella raccolta, corposa per numero e lunghezza dei testi, il lettore accede al mondo privato dell’io poetico, fino a sentirsene parte. Il tono pacato, colloquiale e sempre equilibrato, esprime una particolare attenzione – a tratti vera e propria devozione – nei confronti dell’altro, o meglio dell’altra, dal momento che molti testi sono rivolti alla sua sposa o a figure femminili rilevanti, nel suo percorso. Ne nasce una sorta di preghiera laica, in cui il poeta annota in versi i tumulti e le gioie di una vita, celebrando l’incontro col tu, con delicatezza e coinvolgimento emotivo, attraverso l’osservazione silenziosa e appartata, l’ascolto interiore, il ricordo. Che si tratti di moglie, madre, padre, figlio, figlia, amico, sodale, compagno o compagna di strada, l’altro rappresenta la ragione di questi versi: un tributo a chi sa fermare il tempo, renderlo più gioioso, vivo, dolente e insieme meraviglioso… a chi, in qualche modo, col suo essere accanto, può donare salvezza.
…Voglio lasciare
questo mondo senza grazia, con la grazia
di un ultimo tuo sguardo estivo, occhi
luminosi di precipitosi arcobaleni, soffusi
dalla bruma che questa amata terra regala.
Ho visto talvolta anche la neve in te
e allora ho dormito tenendoti i fianchi
coi vetri chiusi e le imposte spalancate
per vedere i fiocchi cadere,
il bianco farsi coltre di amanti.
Raramente si incontrano libri così intensamente abitati da un senso di umanità e integrità: “umano” è uno dei termini ricorrenti nella scrittura di Trebbi, e anche dove non compare se ne respira l’essenza, tra le pagine costellate di parole di chiara ascendenza cristiana: flagello, colpa, salvezza, ostia, vangelo. Nel prossimo sono riposte la gratitudine e la speranza, quel prossimo da amare, in senso profondamente cristiano, come si ama se stessi. La fede e la speranza riconoscoiuti nella relazione con l’altro (che sia nel presente o nella memoria) si pongono in direzione ostinata e contraria rispetto alla leggerezza e al modo distratto con cui si vivono i rapporti in questo tempo controverso. Trebbi è uomo, e poeta, d’altri tempi: un Trovatore – lo definisce Alberto Bertoni nella splendida prefazione -che si nutre del fascino della natura, dell’odore della terra, del candore della neve, consapevole che ad ogni alba ci attende una prova e che al tramonto saremo più esperti, ma anche più provati, stanchi e disorientati. E proprio per questo procedere della parola, tra l’azione e il pensiero, la sua poesia si fa civitas, città delle anime, comune luogo di appartenenza per chi scrive, per chi popola i versi, per chi legge: attraverso la lingua il poeta dà valore e significato ai rapporti umani, nelle diverse declinazioni, nel tempo e nello spazio, con procedere cauto e garbato. E ci ricorda che, nonostante le fatiche dell’esistere, le piccole o grandi prove a cui siamo chiamati, è ancora possibile l’incontro, il senso di comunione.
Quella formula, E così sia, ci mostra della poesia il suo esistere come luogo di accoglienza e protezione: una casa, con porte, finestre, stipiti e soglie, elementi reali e simbolici che tornano di frequente nel libro, a partire dalla fotografia di copertina.
Il poeta è colui che abita la soglia, creatura disperatamente sola che “sente”, si posiziona in limine, tra l’approdo e l’abisso. Con quel confine deve fare i conti, lottare attraverso la parola che si fa canto, espressione di corpo e voce, gesto concreto che con l’inchiostro sporca la pagina, per lasciare traccia di quel travaglio che lo tiene aggrappato alla vita. Ma della vita lui celebra la feccia e il prodigio, tra Via Crucis e cammino d’amore, lasciando che ogni cosa accada e ci attraversi, «se salvezza esiste nel mondo»… E così sia.
Enrico Trebbi (1953) è nato e vive a Modena. Insieme ad Alberto Bertoni e al saxofonista Ivan Valentini ha pubblicato due CD di poesie e musica: La Casa Azzurra (Mobydick, 1997) e Viaggi (Arx Collana & Book Editore, 2001). Del 2017 è il suo volume L’incertezza del volo (Book Editore), Premio “Caput Gauri” 2018 e finalista al Premio internazionale di poesia “Gradiva” 2019 – State University of New York, Stony Brook.
