Gianfranco Lauretano – Inframondo

(Cinque poesie, 

per il decennale)

Nadia Scappini
Gianfranco Lauretano, in occasione del decennale di Independent Poetry

C’è nella poesia di Gianfranco Lauretano qualcosa di intimo, riservato, eppure di tutti e per tutti, rivolto ad un Tu capace di accogliere, ma anche ad un Tu distratto richiamato e accolto dentro una parola chiara e semplicemente umana. Un dialogare pacato e carico di pulsante sentire, che si dipana come un canto a lungo covato. Uomo della tessitura, intende la poesia uno stare “per la sua intransigenza, la sua severa necessità, la sua spoglia determinazione al centro della nostra vita, nel punto in cui qualcosa di essenziale e di decisivo si va annunciando” [sic Giancarlo Pontiggia]. Non stupisce, perciò, il titolo del primo dei cinque testi proposti “L’ordine”, che potrebbe leggersi come un comando perentorio, ma anche semplicemente alludere a un bisogno di fare chiarezza nei propri pensieri così come si fa ordine dentro i cassetti di un armadio di casa o in quelli mentali. E, dunque, i padri che sprofondano – i maestri senza giardini nella testa – gli ascoltatori che arrancano e non capiscono più assolutamente niente, non sono che categorie esemplificative, alias metafore dell’uomo del nostro tempo [tre categorie smarrite e incapaci di stare nel presente, pur consapevoli del loro ruolo e forse disponibili a sperimentarlo]. Così il desiderio che porta a chiamare alla vita una creatura così dolorosamente / da essere senza fiato né voce aspira a colmare il buco di parole – quelle che contano e si fanno carne sangue e respiro – buco che si fa assurdo, quando il desiderio si avvera. Ma questo si accompagna ad una tenace, necessaria ricerca delle proprie radici, pur tra le crepe, per cogliere quelle tracce di senso, quei bagliori di verità che resistono tra le pieghe del passato come nel profumo del pane, nel morso di una pèsca, nei racconti nei sogni e nei ricordi dell’infanzia, anche quelli che stringono il cuore. Perciò alla domanda di Nicodemo contenuta nel penultimo libro “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?” (Giovanni 3, 4) non esita a rispondere “Nascere da vecchi/non solo è possibile – è l’unica cosa possibile. Il registro sembra però mutare, segnalando i limiti di un tempo sempre più arido e buio, nell’opera più recente dal titolo potente ed evocativo “Questo spentoevo”, dove, con un colpo d’ala, dichiara senza esitazione che “l’eterno viene in una brezza” accendendo una scintilla che nessuno mai potrà spegnere. Sarà stato sotto l’influenza della poesia di Caproni, riscoperta e amata al punto da insinuarsi intimamente nella sua scrittura?

L’ordine

Ma cosa vuoi che non scriva
che pensi al tempo perso, devo
senza pensare, devo una pronuncia
carica, sporca, per tutti questi
fratelli estranei, il mutismo
per loro perché possano
splendere portando il dolore
che si può solo portare
per i padri che sprofondano
i maestri senza giardini nella
testa, per gli ascoltatori
che arrancano e non capiscono più
assolutamente niente.

(da Preghiera nel corpo, 1997)

 

*
Occorreva che nascessi perché prima
c’era nel mondo un buco di parole
a chiederti così dolorosamente
da essere senza fiato né voce
da non sapere che eri tu
che giochi e ridi di nascosto
tu così, tu figlia
eri tu che non c’eri
in quel vuoto che non ricordo
tanto era assurdo
che non mi figuro più
come se fossi qui da sempre, tu che ci
sei sempre stata.

(da Occorreva che nascessi, 2004)

 

*
Luce bassa della storia, del mese, dell’ora
luce che porti nel tuo grembo d’oro
una debolissima canzone
che solo orecchie e cuori tesi possono afferrare
luce tenue dietro l’orizzonte
io sono qui. Raggiungimi e riscaldami
è la preghiera. Togli il freddo
proveniente da colpe erette sull’abisso
che io trovi al rientro una risposta
che sia Natale quando torno a casa.

 

(da Di una notte morente, 2016)

 

*
Ho risalito il fiume fino alla casa
dell’infanzia, alla ghiaia nel cortile
alle valli profumate di terra e frutta
ho camminato a lungo sostando poco
e quasi a caso nei giardini sulle rive
verdi e stretti tra la strada e il fiume.

Arrivato ho aperto le mani, rilasciato
le storie, le opere dei miei giorni
e avrei voluto farti un rapporto dettagliato
ma un nodo mi serrava la gola.

Perché tutto ciò che ho fatto e volevo dire
aspettava la tua approvazione
padre, tutto consisteva in quella
ma ho sbagliato, il figlio che vive
glorifica il padre. Così la smetto
di aspettare e torno nel presente
dove l’acqua del fiume scende pigra o svelta
l’erba rinverdisce e secca nei giardini
i fiori spuntano brevemente sulla riva.

 

(da Rinascere da vecchi, 2017)

 

*
Togliti dalla lontananza
vieni, entra nella stanza.
Fallo tu perché i muscoli
non rispondono, non riesco
a dare ordini e non ho più
ricordi di bellezza. Vieni
in virtù di queste braccia
tese, come una brezza
fanne ali stese, madre
mia ti supplico col residuo
di energia, disperdi la paralisi
che mi strazia e tienimi in quel
grembo pieno di grazia.

 

(da Questo spentoevo, 2024)

Gianfranco Lauretano è nato nel 1962, vive a Cesena. Ha pubblicato i volumi monografici La traccia di Cesare Pavese, (Rizzoli, Milano 2008), Incontri con Clemente Rebora (Rizzoli, Milano 2013), Federigo Tozzi, Una rivelazione improvvisa (Raffaelli, Rimini 2020), Beppe Fenoglio, La prima scelta (Ares, Milano 2022), Guido Gozzano – Il crepuscolo dell’incanto (Ares, Milano 2024), le traduzioni dal russo Il cavaliere di bronzo di Aleksandr S. Puškin (Raffaelli, Rimini 2003), La pietra di Osip Mandel’štam (Il Saggiatore, Milano 2014), alcune raccolte di poesia, tra cuiOccorreva che nascessi (Marietti, Milano 2004), Di una notte morente (Raffaelli, Rimini 2016), Rinascere da vecchi(Puntoacapo, Alessandria 2018), Molitva tela (antologia) (Free poetry ed., Mosca 2019), Questo spentoevo (graphe, Perugia 2024) e il volume di critica letteraria sulla poesia romagnola Nekropolis, Romagna (CartaCanta, Forlì, 2023). Dirige la serie di volumi critici annuali sulla poesia contemporanea “L’Anello Critico” (CartaCanta, Forlì).