Il primo fiore del linguaggio

Poesia che fa civiltà

(Moretti&Vitali, 

2024)

Poesia che fa civiltà non è un libro di cui parlare: è un libro con cui parlare, raccogliendone l’invito al dialogo e, soprattutto, alla costruzione di una comunità letteraria consapevole dello snodo epocale cui è giunta l’umanità – minata e messa in discussione dalla dittatura della tecnocrazia multinazionale – e delle possibilità di conservazione e cambiamento che le compete proporre. Se è vero che il linguaggio è la forma attraverso la quale gli esseri umani elaborano l’esperienza e la mettono in comune per poter organizzarsi e creare civiltà, allora è la poesia – primo e più radicale fiore del linguaggio in grado di trascendere la contingenza – il fuoco che può accendere fiaccole sempre nuove nell’oscurità dei tempi, la fiamma che incendia e alimenta la vita. Infatti, il poeta non può che essere antitetico alle logiche del potere, in qualsiasi forma (politica, linguistica) esse si manifestino, poiché è votato a scardinare un ordine, ad inventare: lo esige la stessa materia che maneggia, fatta di segni che egli libera dalla prigionia dei significati assunti nella realtà, nella storia, per aprire altre e più vaste sfere di senso. Il suo spirito è anarchico poiché sente l’esigenza di disattendere la norma precostituita da quando ha scoperto che la manomissione della lingua modifica il mondo nella misura in cui ne muta percezione e interpretazione. La parola “Anarchia” compare per la prima volta nella storia sulle labbra di Antigone: è l’anarchia da mostrare ad una polis in disfacimento per le leggi disumane imposte da un sovrano empio. Alla malattia terminale della democrazia l’eroina di Sofocle offre il sacrificio di se stessa, perché il conflitto possa sciogliersi risanando le ferite mortali sul cadavere della città trasfigurato nella salma di Polinice. Il fratello insepolto, l’oltraggio alle fondamenta sacre che, prima ancora della legge, reggono il patto tra gli uomini chiamato civiltà. Ben noto è come l’esperienza catartica della tragedia rappresentasse un altissimo momento di coscienza collettiva nella cultura che l’ha generata, nel quale accadeva – e continua ad accadere sempre – il miracolo della poesia: la polis vedeva rappresentata e conosceva se stessa, le individualità si accordavano in un coro. Quanto ancora oggi il corpo esanime di Polinice, l’anarchia di Antigone, smascherano i tiranni senza pietà. D’altronde la poesia, lo si ripete, trascende la contingenza e comunica perennemente la sostanza dell’umanità: sceglie, come Antigone, le regole da darsi, per non rimanere costretta in quelle imposte dai despoti, interroga e prega invece di assecondare e comandare. Così anche l’epica raccontò agli antichi e racconta ai contemporanei un patrimonio inestinguibile cui attingere, così anche Dante partecipò al dibattito civile della sua epoca consegnando all’umanità una metafora eterna che trova compimento nella carità, forma suprema di sapienza, e che rammenta a ciascuno l’origine spirituale di qualsiasi idea veramente politica. E così fanno i poeti di ogni tempo, cantando ciò che vi è di universale nella loro anima in modo che chi ascolta possa sentirsi fratello e ricordare ciò che lo rende umano. Sono, tutte queste, le riflessioni che Gabrio Vitali suscita con un volume dall’aspetto di mosaico, in cui le varie tessere – dagli interventi genuinamente politici che danno il titolo al libro a quelli sulla pandemia “apocalittica” come escrescenza di un morbo più pervasivo che ammala le società, passando per gli sguardi sulle voci attuali che possono dare concretezza ad una poesia intesa come libero gesto di responsabilità che supera l’oppressione, fino all’omaggio agli intellettuali Edgar Morin e Mauro Ceruti – concorrono ad formare un discorso cui non si può più sottrarre chi ha a cuore il destino del genere umano, la pace fra i popoli, il bene comune. Non è follia temere che le magnifiche sorti e progressive abbiano condotto la storia su abissi di mostruosità di cui ancora non si intuisce il fondo: uomini e donne vengono minacciati nella loro essenza, forse un giorno saranno privati dei corpi, e poi di cos’altro? Allo stesso tempo si salva, seppure tra becchini che ne scavano ogni giorno la fossa, la tensione all’amore, alla fratellanza, alla giustizia. Giunti ad una svolta dalle proporzioni molto più ampie di una qualunque rivoluzione o cambio di regime, è importante in prima istanza maturarne la consapevolezza. Ma si tratta solo del primo passo, cui seguirà l’azione, impossibile da eludere una volta che si sarà compreso quanto la portata della causa travalichi i confini fra Stati, lingue, differenze particolari, per coinvolgere il cuore stesso del nostro essere nel mondo. E la poesia è azione, è atto sovversivo del linguaggio, e una terra promessa in cui rincontrarsi sempre.

Già docente di Letteratura italiana a Bergamo e a Bratislava e co-fondatore della Moretti&Vitali editori, per più di un trentennio ha organizzato rassegne, convegni, laboratori, premi, manifestazioni e percorsi editoriali dedicati alla poesia e all’opera letteraria. Fra i suoi libri: “Tessiture-viaggi dentro antiche storie” (1994); “Odissei senza nòstos” (2019), “Sospeso respiro. Poesia di pandemia” (2020) e “Poesia che fa civiltà” (2024). Su ytali.com coordina la serie di recensioni e articoli “Perché Poesia”.