L’attraversamento di una soglia – Paolo Lagazzi

L’incontro di Paolo Lagazzi con Attilio Bertolucci

(La nave di Teseo, 

2025)

Era il maggio del 2008 quando uscì per l’editore Garzanti La casa del poeta, un libro in cui Paolo Lagazzi raccontava le ventiquattro estati trascorse a Casarola, villaggio dell’Appennino parmense dove la famiglia di Attilio Bertolucci trascorreva le vacanze estive nella grande casa degli avi situata in cima al paese, di fronte alla maestosa valle del Bràtica. Un libro di struggente bellezza, un breviario di suggestioni e di spiritualità, una testimonianza autentica e puntuale dell’incontro personale dell’autore con l’uomo e il poeta Bertolucci ma anche con la sua famiglia e i personaggi più o meno famosi che gravitavano intorno ad essa, oltre che con alcuni abitanti del paese che diventavano personaggi di grande dignità umana nel racconto di Lagazzi.

Il libro venne presentato fra l’altro negli Usa grazie a Luigi Fontanella, generosamente attivo nel dialogo interculturale tra Italia e USA.

Tra gli interventi più recenti di Lagazzi su Bertolucci occorre ricordare anche il pregevole e appassionato libro Come ascoltassi il battito d’un cuore – Incontri nel cammino di Attilio (Moretti & Vitali 2018): qui, riprendendo i nodi più segreti e cruciali del mondo bertolucciano, l’autore ne ripercorre l’originale religiosità. Degli aspetti di apertura della poesia di Bertolucci al sacro in senso cristiano, Lagazzi si è occupato inoltre nel saggio I sussulti della verità. Attilio Bertolucci e lo spirito cristiano, “Revue européenne de recherches sur la poésie”, n.8, 2022 (Classiques Garnier) e nel commento alla poesia Solo apparso in “Poesia” (luglio-agosto 2024).

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Ecco, di seguito, il testo scritto da Paolo Lagazzi per la presentazione della Casa del poeta presso la Stony Brook University a New York il 25 febbraio 2009.

“La casa del poeta è anzitutto un libro in cui testimonio il mio incontro umano con uno dei più grandi poeti italiani del Novecento, Attilio Bertolucci, un poeta letto anche nei paesi di lingua inglese grazie ai Selected poems curati da Charles Tomlinson e alla traduzione integrale di Winter Journey realizzata da Nicholas Benson, ma senza dubbio non ancora adeguatamente conosciuto e apprezzato. (Personalmente sono convinto che sia un poeta molto grande, non inferiore a Montale, a Ungaretti, a Caproni, a Penna, a Luzi, a Rebora, a Sbarbaro.)

Introdotto da Bernardo Bertolucci – il famoso regista, figlio di Attilio –, il libro si snoda lungo ventiquattro estati e ha come scena privilegiata Casarola, un minuscolo paese dell’Appennino presso Parma, un luogo in cui non abitano più di un centinaio di persone. Questo è il luogo originale della famiglia Bertolucci: qui c’è la casa degli antenati di Attilio, una casa grande, collocata nella posizione più alta e scenografica del paese, da cui si gode una vista molto suggestiva sulla valle del Bràtica. Qui Attilio, che dall’inizio degli anni Cinquanta si era trasferito a Roma, tornava tutte le estati, in luglio e agosto, con sua moglie Ninetta; e qui io, nel corso di tanti anni, li raggiunsi per condividere con loro, ogni volta, una o due settimane di pace, di convivialità, di conversazioni e di passeggiate.

La decisione di scrivere La casa del poeta non è nata in me da un progetto “a tavolino” ma dal desiderio, direi quasi dall’urgenza, arrivato a un certo punto della mia vita, di testimoniare quello che è stato Attilio Bertolucci nella quotidianità. Per anni mi sono occupato dell’opera di Bertolucci come critico arrivando a scrivere due diversi libri per interpretarla, a curare un’antologia di poesie scelte per Rizzoli e la raccolta completa dei suoi scritti in versi e in prosa nella collana “I Meridiani” di Mondadori. Ma nel 2006 ho sentito una specie di forte bisogno di raccontare Bertolucci come uomo, come persona, come amico e maestro. Voi conoscete sicuramente il dibattito a distanza tra il più grande critico dell’800, Sainte-Beuve, e Marcel Proust: per il primo esplorare la biografia di uno scrittore era importante perché era convinto che fra la vita e l’opera ci siano sempre dei legami, dei nessi, degli incroci. Proust, invece, pensava che ogni opera compiuta sia un universo a sé, retto da leggi proprie, e dunque inconfrontabile con la biografia di chi l’ha prodotta. Tra i critici che hanno lavorato meglio nel Novecento italiano, e che continuano a lavorare oggi, Pietro Citati è il più convincente nel mostrarci che, se è sbagliato indagare la vita di uno scrittore in un’ottica deterministica, alla ricerca delle “ragioni” della sua opera, non è affatto illegittimo cercare tra la vita e l’opera delle affinità, delle corrispondenze, dei cortocircuiti di senso che possono essere molto illuminanti. In altri termini: ripercorrere la biografia di un autore è un’avventura sempre proficua, che in modi mai riducibili a schema, spesso sfuggenti e misteriosi, può aiutarci a penetrare meglio nei suoi testi. Io condivido pienamente l’opinione di Citati, ed è per questo che ho sentito la necessità di raccontare una parte, forse la più segreta e significativa, della vita di Bertolucci.

 Io ho avuto il privilegio di poterlo conoscere nella quotidianità, e di poter leggere e rileggere la sua poesia stando proprio all’interno del paesaggio da lui più amato: stando fianco a fianco al poeta, a sua moglie, ai suoi figli quando erano presenti, muovendomi nei suoi luoghi, dimorando all’interno della sua casa, parlando con lui un’infinità di pomeriggi, passeggiando con lui, gustando con lui il sapore dei momenti, la tavola della Ninetta, il senso dell’ospitalità, e tutto questo per tanti, tanti anni. Se mi è permesso dirlo, mi sono sentito molte volte nei confronti di Bertolucci come l’allievo nei confronti del maestro Zen. L’incontro con lui è qualcosa che ha contato tantissimo nella mia vita, anche al di là del rapporto letterario, su un piano puramente umano. Come persona Bertolucci era, da un certo punto di vista, contraddittorio, capace di grandissima amicizia e di grandissimo affetto, però anche portatore di un’ansia che diventava contagiosa. Ma sapeva ricavare luce anche dall’ombra. Potrei dire che c’era sempre una specie di doppio movimento in lui: infinita dolcezza, e insieme qualcosa di umbratile. A volte la nostra amicizia è stata sfiorata da momenti difficili, da istanti in cui l’ho visto serio, o quasi duro, non tanto nei miei confronti quanto nei confronti della vita, delle cose, della realtà. Ma tutto ciò si trasformava rapidamente in bellezza, in tenerezza: diventava una verità umana intrisa sempre anche da uno straordinario senso dell’umorismo.

Mentre scrivevo La casa del poeta, il libro è andato via via assumendo forme imprevedibili anche per me: è diventato non solo una biografia ma un altro saggio, un diario, una cronaca, un romanzo, una fiaba… Perché? Io credo che la ragione del carattere, per così dire, “plurale” del mio libro affondi essenzialmente nella complessità del suo oggetto. Raccontare Bertolucci come uomo, infatti, ha voluto dire per me rileggere anche alcuni episodi cruciali della sua opera, e questa rilettura mi ha chiesto di esplorare i legami tra i versi e i luoghi che li hanno ispirati. Non basta: muovermi fra i tempi e gli spazi della vita e dell’opera di Bertolucci ha voluto dire per me mettermi in gioco misurando il senso stesso del mio lungo incontro con lui, variando nel tempo i miei punti di osservazione delle sue rêveries e del suo destino, raccontando le luci e le ombre delle mie estati a Casarola: le gioie e le melanconie, i momenti di esaltazione e quelli segnati dall’ansia, i giorni di sole e di pioggia, la bellezza e il dolore…

Difficile, credo, da definire perché “trasversale” a molte esperienze e a diversi generi letterari, il mio libro è stato letto in Italia sia come un’opera saggistica di taglio inconsueto sia come una specie di romanzo a più strati. Per quanto mi riguarda, non desidero forzare i lettori in nessuna particolare direzione: mi sembra giusto che il libro sia accolto come un cammino aperto a diversi sentieri. Soprattutto una cosa, però, ci tengo a sottolineare: La casa del poeta non ha alcuna pretesa di dire la parola definitiva sul mondo di Bertolucci. Se a qualcosa un critico può aspirare è alla fedeltà della propria testimonianza, ma egli vede sempre solo una parte del mondo di cui si occupa. Se è onesto con sé stesso e non finge (magari esibendo credenziali “scientifiche”) una potenza demiurgica che non ha, un critico non può non sapere che il suo compito consiste nell’accompagnare un autore per un tratto di strada lasciando che poi siano altri ad accompagnarlo, perché i grandi destini creativi e le grandi opere continuano a muoversi, a spostarsi nel corso dei secoli, mentre la vita di ogni lettore è sempre, inesorabilmente, limitata e breve.”

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Il libro ha finalmente avuto una riedizione nel marzo di quest’anno (2025) presso La nave di Teseo. Cos’è cambiato rispetto alla prima edizione del 2008?

Questa non è una semplice ristampa, è piuttosto un’edizione in parte nuova. Oltre ad aggiungere allo “storico” scritto di Bernardo Bertolucci la fantastica prefazione di Emanuele Trevi e un illuminante testo inedito di Giuseppe Bertolucci, questa edizione è stata qua e là riscritta da me.

Quali sensazioni hai provato nel riprendere in mano le pagine in cui hai raccontato anche il tuo percorso di formazione letteraria, spirituale, umana nel contatto quotidiano con Attilio Bertolucci, sua moglie Ninetta e i loro ospiti?

In un documento ancora inedito steso da Attilio negli anni della sua più drammatica crisi personale, e di cui ho riassunto nel mio libro alcuni passaggi, il poeta confessa di rileggere la propria poesia senza riuscire a resistere al bisogno di piangere, data la gran parte della sua vita racchiusa in essa. Non voglio certo confrontarmi con lui, ma anch’io mi sono commosso per la stessa ragione rileggendo il mio libro. Da un lato questo è una specie di romanzo: alcuni eventi o dettagli non sono fotografati in modo esatto, sono piuttosto – volutamente – sfocati, filtrati e reinventati. Ma, seguendo la lezione di Attilio, ho sempre cercato di “inventarli dal vero” raccontando il mio incontro con lui – e con le persone della sua famiglia, con i suoi amici e conoscenti, con i suoi luoghi prediletti – in uno spirito di fedeltà, in un’ottica di condivisione, di partecipazione intima. Ripercorrendo adesso, come lettore, quelle pagine mi è parso incredibile che tutto ciò sia accaduto davvero: a volte ho quasi il sospetto che questo incontro sia stato un sogno, eppure so bene che non è così. La casa del poeta è la testimonianza di uno di quei doni in teoria impossibili che a volte gli dèi accordano alle anime fragili e insicure come la mia.

Emanuele Trevi nella prefazione parla di te quando ancora giovanissimo, nell’estate del 1973, affacciandoti alla porta di casa Bertolucci per approfondire alcuni aspetti della tua tesi di laurea dedicata al poeta (la prima in Italia), sperimentasti quella che “possiamo definire l’attraversamento di una soglia, di una linea d’ombra”.

Emanuele ha colto benissimo il momento magico, il kairós, la soglia di destino che io, senza averne il minimo sospetto, attraversai durante quel mio primo pomeriggio col poeta nella sua Casarola. Continuo a rivedere la luce di quel giorno: perché tutto questo è successo? Ancora non lo so, ma ricordo che, dopo quella nostra chiacchierata, Attilio mi spedì da Parma un’umile cartolina con un’immagine di Casarola (adesso non sarebbe più possibile) e con alcune parole a proposito della mia tesi in statu nascenti fra le quali ricordo: “Mi aspetto molto da lei”. (Allora mi dava ancora del “lei” ma presto avrebbe cominciato a parlarmi col “tu”; io invece gli ho sempre dato del “lei”). Mi dispiace enormemente non riuscire più a trovare quella cartolina, ma è indubbio che, se quel giorno avevo attraversato una soglia cruciale, al di là di essa riconobbi subito la mano di un maestro tesa ad accogliermi, a guidarmi e ad accompagnarmi verso il futuro.

Negli anni settanta Bertolucci non era ancora né il poeta né il prosatore affermato e famoso che conosciamo oggi. Perché lo scegliesti allora come argomento della tua tesi di laurea?

Questa scelta è nata, in apparenza, dal caso, ma la mia lunga frequentazione della via sapienziale dello Zen mi ha insegnato che dietro la maschera del caso si nasconde sempre il volto del destino. Pur avendo frequentato il liceo classico, quando sono arrivato all’università (Lettere a Bologna) ero terribilmente ignorante. Non avevo letto quasi niente della poesia moderna, e continuavo a fluttuare nel mio non sapere mentre mi dedicavo ad altre passioni: i giochi di prestigio, la musica beat, rock e pop (sia come prestigiatore che come chitarrista e cantante mi esibivo insieme a mio fratello gemello Corrado). Ma un giorno, non so perché, nacque in me d’improvviso l’estro di entrare in una libreria di Parma che adesso non c’è più. Il vecchio libraio Belledi mi consigliò Viaggio d’inverno, la straordinaria raccolta di Attilio uscita da pochi mesi. Benché privo di qualsiasi vera preparazione poetica o estetica, non appena lessi quel libro ne restai folgorato e decisi ipso facto che avrei dedicato la mia tesi di laurea a quel poeta fino allora a me sconosciuto. Tutto il resto è avvenuto in conseguenza. Mentre cominciavo a esplorare in lungo e in largo, in un modo un po’ febbrile, la poesia di Attilio tentando di collocarla sullo sfondo della complessa avventura del moderno, mi resi subito conto di quanto sottovalutato egli fosse in ambito critico e presso il pubblico della poesia. Il mio lungo lavoro intorno alla sua opera – un lavoro che, dopo mezzo secolo, continua a intermittenza (non mi sono occupato solo di lui, ho scritto anche su molti altri autori) – è stato ed è tuttora una specie di battaglia per riconoscergli ciò che gli è dovuto. Bertolucci è un poeta grandissimo ma che, a causa della sua originalità, della sua estraneità alle correnti dominanti nel Novecento (anzitutto l’ermetismo e l’orfismo) non è stato ancora capito e valutato come merita, sebbene la sua immagine sia ormai molto cresciuta rispetto a quegli anni Settanta in cui discussi la mia tesi su di lui. Durante una cena condivisa con Maria Luisa Spaziani e con me, Giorgio Caproni disse una volta riferendosi ai poeti della cosiddetta terza generazione (lui, Attilio, Luzi, Penna e Sereni): “Fra tutti noi Bertolucci è il più grande, e tutti noi gli dobbiamo qualcosa”. Qualcuno potrebbe non essere d’accordo con questa affermazione, ma il fatto che a formularla sia stato un poeta e critico eccelso come Caproni dovrebbe portare tutti a riflettere.

Tu hai testimoniato più volte la tua predilezione per poeti connotati da una ricerca spirituale, recentemente per Fernanda Romagnoli.

Ho sempre detestato sia gli pseudopoeti che considerano la poesia solo un esercizio linguistico o un esperimento formale sia le dissezioni di carattere formalistico della poesia e della letteratura in genere. Ciò che suscita la mia passione quando leggo un grande autore – sia occidentale che orientale – è il suo retroterra spirituale, l’insieme delle sue radici profonde, il tessuto misterioso e segreto dei suoi sentimenti, il pathos del suo bisogno di verità, i risvolti di sacralità della sua voce, la sua tensione all’assoluto. Ricordo che una volta, a Casarola, Attilio mi disse che ogni vero poeta è un cercatore d’assoluto. Tutti gli autori di cui mi sono occupato, a partire da lui, non possono essere “capiti” se non entrando in risonanza con la loro anima. La Romagnoli è un’autrice di grande respiro ebraico-cristiano e di vertiginosa profondità mistica. Anche lei, per ragioni almeno in parte simili rispetto a quelle che hanno emarginato Bertolucci, cioè per la sua “diversità” nel gran coro novecentesco, è ancora non compresa in modo adeguato nonostante la sua grandezza, la lancinante forza visionaria e tragica dei suoi versi.

 

Indubbiamente tu sei considerato tra i migliori critici italiani. Nel tuo libro I volti di Hermes. Magie Inganni Sortilegi Rivelazioni (Moretti & Vitali, 2023), dove la prosa “arde quasi come poesia” (sic Roberto Mussapi su “Avvenire”), fai il punto su quanto hai finora scritto sotto il segno del dio greco, riuscendo a trattare argomenti molto profondi con straordinaria leggerezza.

Come ho cercato di raccontare non solo in quel libro ma anche in altri due che lo precedono formando nel loro insieme una sorta di trittico, Hermes è stato ed è uno dei miei dèi tutelari perché fin da bambino, soprattutto grazie alla fantasia di mio padre – che era medico ma che mi ha trasmesso l’amore per il circo, i burattini, i giocolieri, i funamboli, i fachiri e i prestigiatori – ho sempre sentito la vita come una grande magia, cioè come quel territorio in bilico tra le illusioni e il vero, la realtà e i sogni, i fantasmi e le apparizioni il cui sovrano è, fin dai tempi più remoti, Hermes. Hermes vola fra il cielo e la terra portando messaggi dagli dèi agli uomini e viceversa; collega il visibile all’invisibile accompagnando le anime dei defunti dal qui all’Altrove; è il dio degli inganni ma anche di ogni ricerca di verità condotta fino all’estremo (ecco perché è il maestro di Ulisse); è il punto di convergenza e irradiazione di ogni forma di magia, dall’alchimia all’astrologia, dalla teurgia alla divinazione; è il dio dei paradossi, degli intrecci di senso e di tutte le esperienze iniziatiche. In sintesi: non è solo lo Sciamano cosmico, il Mago di tutti i maghi, ma è il maestro di ogni ermeneutica in grado di spostarsi senza fine tra la profondità del senso e la leggerezza dello stile, tra gli abissi sotterranei o notturni e le vertigini dell’azzurro, del vento, degli uccelli, del cielo. Non sta a me dire se nei libri che ho scritto sono riuscito a coniugare profondità e leggerezza; tutto ciò che posso confessare è che, inseguendo lo spirito di Hermes (che è anche, in senso iniziatico, quello del Buddha e del Cristo), ho sempre tentato di scavare nel mistero abissale dei grandi autori lasciando fluttuare le mie parole sul filo della rêverie, del piacere di fantasticare, dell’invenzione, del sortilegio, della gioia.

Paolo Lagazzi è nato a Parma nel 1949. Ha collaborato e collabora a molte riviste letterarie italiane e straniere e a diversi quotidiani, in particolare “Avvenire”. Come saggista si è occupato di letteratura antica e moderna, occidentale e orientale, e di buddismo, magia, cinema e arte. Come scrittore ha prodotto fiabe, romanzi, racconti e un’intervista impossibile. Ha curato e introdotto i Meridiani Mondadori delle opere di Attilio Bertolucci (1997), Pietro Citati (2005) e Maria Luisa Spaziani (2012). Nel 2017 ha ricevuto presso il Gabinetto Viesseux di Firenze il premio Montale Fuori di Casa per la sua opera saggistica e narrativa. Diversi suoi testi sono tradotti in inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e giapponese.