Paolo Ruffilli, Incanto e disincanto
Voci della poesia italiana del Novecento
(Il ramo e la foglia edizioni,
2025)
<<La poesia, lo sappiamo, è una forma particolare di comunicazione verbale in cui la lingua usata non è necessariamente diversa da quella della comunicazione quotidiana, eppure l’esito è completamente diverso. Perché le sue parole non sono rivolte a chiarire un concetto, ma a “incarnarlo”, a farlo cioè vivere con tutta la sostanza e la forza dei sentimenti ad esso legati e collegati: paura, amore, incanto e disincanto, odio, sdegno, distacco>>. Incarnare un concetto, una vibrazione, un’esperienza, un sogno, un ricordo, qualcosa che ci arriva a nostra insaputa e ci inchioda finché non riusciamo a tradurlo in parole essenziali: questa è la parola chiave che pertiene alla poesia. È così che Paolo Ruffilli, poeta, narratore, traduttore, saggista, curatore di classici italiani e stranieri tra i migliori in Italia, introduce questo pregevole saggio, che ha il dono della chiarezza e la leggerezza di una narrazione gradevole capace di accompagnare il lettore in un percorso non astratto e dunque convinto e convincente. Ruffilli ha infatti le idee chiare sul valore e la funzione della poesia attraverso la quale <<l’uomo può acquistare consapevolezza di sé a livello profondo>> il che significa che essa svolge una funzione sociale <<dal momento che la società è costituita da individui che riflettono, nei loro rapporti con gli altri, il rapporto buono o cattivo, ricco o carente, che hanno con sé stessi>>. E conferma il vecchio assunto pascoliano secondo cui la “poesia civile” come categoria non esiste, perché tutta la poesia in quanto tale è civile. Pascoli, da socialista utopico e umanitario, sosteneva infatti che la poesia, attraverso la voce del “fanciullino”, fosse intrinsecamente civile e umana perché capace di rivelare una verità profonda comune a tutti, superando le differenze e invitando alla fratellanza e alla pacificazione sociale in modo implicito: «la poesia, in quanto è poesia, la poesia senza aggettivo, ha una suprema utilità morale e sociale», perché fa riconoscere la bellezza anche in cose umili e vicine placando l’inquietudine umana. Suo punto di riferimento era Virgilio che <<insegnava ad amare la vita in cui non fosse lo spettacolo né doloroso della miseria né invidioso della ricchezza: egli voleva abolire la lotta fra le classi e la guerra tra i popoli». Sulla medesima linea si pone Gabrio Vitali nel recente pregevole saggio “Poesia fa civiltà” (Moretti&Vitali, 2024) affermando come la funzione civile non è una tra le diverse modalità della poesia o dei generi in cui si usa catalogarla. Chiarisce, infatti che <<la costruzione di una lingua – e quindi di un pensiero di civiltà – è la sua essenza originaria>> per cui la sua storia altro non è che il percorso di civilizzazione di sé stessa, della propria condizione e del pensiero di sé che l’umanità ha compiuto e continua a compiere nel tempo. Perciò il poeta attraverso la parola deve farsi carico del destino e della condizione comune di tutti noi, che a tutti si può e si dovrebbe partecipare perché la poesia è un fare <<un atto di consolazione, cioè di tenere-insieme, di rendere forte, rivolto dal poeta al suo lettore>> e che, senza la risposta del lettore, verrebbe vanificato.
Ma le sorprese del saggio di Ruffilli non finiscono qui: ne segnalerei almeno tre, soprattutto per il lettore non specialista: la prima ci fa scoprire come importanti prosatori, che noi conosciamo solo come tali, sono stati anche poeti egregi. Tra questi, per citare i più noti al grande pubblico, Alberto Arbasino, Giovanni Comisso, Giorgio Bassani, Alberto Bevilacqua, Elsa Morante.
La seconda apre lodevolmente le porte a poeti meno noti e di grande spessore come Elio Filippo Accrocca, Alfredo Giuliani, Alberto Mario Moriconi. Una terza, non meno interessante, riguarda il dialetto che negli ultimi decenni del ‘900 si fa segno di resistenza nei confronti dell’omologazione incalzante, oltre che difesa sul campo di valori sempre più sfumati. Tra i grandi va ricordato almeno Giacomo Noventa, veneto, tanto amato da Franco Loi, milanese d’adozione e affezionato alla nostra città. Qui è stato più volte ospite della Biblioteca civica (dove festeggiammo con un folto pubblico anche il suo ottantesimo compleanno), – dimostrando come il dialetto sia a buon diritto <<una lingua “totale” della poesia>> abbandonati, come convintamente afferma Ruffilli, <<gli aspetti “coloristici” o l’uso alternativo rispetto all’italiano>>; ciò che vale per Ignazio Buttitta, siciliano, insieme ad alcuni altri nelle varie regioni d’Italia. Per il Trentino citerei fra tutti Elio Fox, autore teatrale e appassionato promotore della “lingua matria”, che ha pubblicato con l’accurata supervisione di Lilia Slomp Ferrari, un prezioso “vocabolario della parlata dialettale contemporanea della città di Trento e conservazione dell’antico dialetto”. Non a caso Paolo Ruffilli ci invita a riflettere sulla <<situazione di depersonalizzazione in cui vive la nostra società, dominata dall’uso del computer e dal ricorso ai messaggini del cellulare, attraversata insomma da gerghi minimali che sono lo specchio dell’impoverimento della lingua>>.
A questo proposito gli abbiamo rivolto alcune domande:
Perché, dopo il recente romanzo “I fuochi di Lisbona” dedicato a Fernando Pessoa, questo saggio impegnativo e coraggioso? Non ce ne sono abbastanza in giro?
Desideravo chiudere i conti con la poesia del Novecento, di cui sono stato da sempre lettore e studioso, puntando a ricostruire un percorso che, nonostante le tante differenze, ha una sua evidenza nella continuità e nella coerenza. E il Novecento in poesia si conclude dentro i nomi che ho raccolto e analizzato. Quello che avviene dopo, con i poeti più giovani, è comunque un’altra cosa: sono i postnovecenteschi, a cui dedicherò magari un secondo volume, ma ci vorranno altri due anni almeno di lavoro.
Il titolo, affascinante e suggestivo “Incanto e disincanto” allude a una possibile forma della poesia (la sua valenza musicale, la cadenza del ritmo, ad esempio) o ad una valutazione esterna legata ai contenuti rispetto alla vita?
L’una e l’altra cosa, naturalmente. L’incanto e il disincanto sono in primo luogo dei poeti di cui parlo e, spesso e volentieri, sono vissuti entrambi sulla propria pelle, in contraddittoria partecipazione lungo un’intera vita, fatta di idee e speranze perseguite e magari attraversate come disillusioni. Ma l’incanto e il disincanto riguardano anche noi lettori sulle pagine dei poeti che abbiamo cercato e amato.
Come potrebbe la poesia attrarre persone distratte o lontane da questo interesse? Pensa che la poesia performativa o i poetry slam, che tanto successo riscuotono in tutto il mondo, potrebbero giovare allo scopo?
La poesia è una pratica esoterica di conquista personale e profonda, il resto è spettacolo che lascia il tempo che trova. D’altra parte, le parole dei poeti degni di questo nome hanno una potenza tale da superare qualsiasi distrazione e concorrenza. Sono le parole che urlano nel silenzio, e nessuno che sia disposto ad incontrarle può rimanere indifferente.
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We know that poetry is a particular form of verbal communication in which language is not necessarily different from everyday communication, yet the result is completely different. This is because its words are not intended to clarify a concept, but to ‘embody’ it, that is, to bring it to life with all the substance and force of the feelings associated and connected with it: fear, love, enchantment and disenchantment, hatred, contempt, detachment.” Embodying a concept, a vibration, an experience, a dream, a memory, something that comes to us without our knowledge and haunts us until we manage to translate it into essential words: this is the key word that pertains to poetry. This is how Paolo Ruffilli, poet, narrator, translator, essayist, and editor of Italian and foreign classics among the best in Italy, introduces this valuable essay, which has the gift of clarity and the lightness of a pleasant narrative capable of accompanying the reader on a journey that is not abstract and therefore convincing and persuasive. Ruffilli has clear ideas about the value and function of poetry through which “man can acquire self-awareness at a deep level,” which means that it performs a social function “since society is made up of individuals who reflect, in their relationships with others, the good or bad, rich or poor relationship they have with themselves.” He confirms Pascoli’s old assumption that ‘civil poetry’ as a category does not exist, because all poetry as such is civil. Pascoli, as a utopian socialist and humanitarian, argued that poetry, through the voice of the “fanciullino,” was intrinsically civil and human because it was capable of revealing a profound truth common to all, overcoming differences and implicitly inviting brotherhood and social pacification: “poetry, as it is poetry, poetry without adjectives, has a supreme moral and social utility,” because it makes us recognize beauty even in humble and familiar things, appeasing human restlessness. His point of reference was Virgil, who “taught us to love life in which there was neither the painful spectacle of misery nor envy of wealth: he wanted to abolish class struggle and war between peoples.” Gabrio Vitali takes the same line in his recent valuable essay “Poesia fa civiltà” (Moretti&Vitali, 2024), stating that the civil function is not one of the different modes of poetry or genres in which it is usually classified. He clarifies, in fact, that “the construction of a language—and therefore of a thought of civilization—is its original essence,” so that its history is nothing more than the path of civilization of itself, of its own condition and of the thought of itself that humanity has accomplished and continues to accomplish over time. Therefore, through words, the poet must take responsibility for the destiny and common condition of all of us, in which everyone can and should participate because poetry is an act of consolation, that is, of holding together, of strengthening, directed by the poet to his reader, and which, without the reader’s response, would be in vain.
But the surprises in Ruffilli’s essay do not end there: I would point out at least three, especially for the non-specialist reader: the first reveals how important prose writers, whom we know only as such, were also distinguished poets. Among these, to mention the best known to the general public, are Alberto Arbasino, Giovanni Comisso, Giorgio Bassani, Alberto Bevilacqua, and Elsa Morante.
The second commendably opens the door to lesser-known poets of great depth such as Elio Filippo Accrocca, Alfredo Giuliani, and Alberto Mario Moriconi. A third, no less interesting, concerns the dialect, which in the last decades of the 20th century became a sign of resistance to relentless standardization, as well as a defense of increasingly blurred values. Among the greats, we must at least mention Giacomo Noventa, a Venetian much loved by Franco Loi, a Milanese by adoption and fond of Trento. He was a frequent guest at the Civic Library (where we celebrated his 80th birthday with a large audience), demonstrating how dialect is rightly ‘a “total” language of poetry’, abandoning, as Ruffilli convincingly states, ‘the “coloristic” aspects or alternative use compared to Italian’; This also applies to Ignazio Buttitta, a Sicilian, along with several others in various regions of Italy. For Trentino, I would mention Elio Fox, a playwright and passionate promoter of the “lingua matria” (mother tongue), who published, under the careful supervision of Lilia Slomp Ferrari, a valuable “vocabulary of the contemporary dialect of the city of Trento and preservation of the ancient dialect.” It is no coincidence that Paolo Ruffilli invites us to reflect on “the depersonalization of our society, dominated by the use of computers and cell phone text messages, permeated by minimalist slang that reflects the impoverishment of language.”
We asked him a few questions on this subject:
Why, after your recent novel I fuochi di Lisbona (The Fires of Lisbon), dedicated to Fernando Pessoa, did you write this challenging and courageous essay? Aren’t there enough of them around?
I wanted to settle my accounts with 20th-century poetry, which I have always read and studied, aiming to reconstruct a path that, despite its many differences, has its own evidence in continuity and consistency. And the 20th century in poetry ends with the names I have collected and analyzed. What happens after that, with the younger poets, is something else entirely: they are the post-20th century poets, to whom I may dedicate a second volume, but that will take at least another two years of work.
The fascinating and evocative title ‘Incanto e disincanto’ (Enchantment and Disenchantment) alludes to a possible form of poetry (its musical value, the cadence of its rhythm, for example) or to an external evaluation linked to its content in relation to life?
Both, of course. Enchantment and disenchantment are primarily to the poets I talk about, and often they have experienced both firsthand, in contradictory participation throughout an entire life, made up of ideas and hopes pursued and perhaps crossed as disillusions. But enchantment and disenchantment also affect us readers on the pages of the poets we have sought out and loved.
How could poetry attract people who are distracted or distant from this interest? Do you think that performance poetry or poetry slams, which are so successful around the world, could serve this purpose?
Poetry is an esoteric practice of personal and profound conquest; the rest is just entertainment that leaves no lasting impression. On the other hand, the words of poets worthy of the name have such power that they overcome any distraction and competition. They are words that scream in the silence, and no one who is willing to encounter them can remain indifferent.

Paolo Ruffilli è nato nel 1949. Ha pubblicato, di poesia: “Piccola colazione”, Garzanti, 1987, American Poetry Prize; “Diario di Normandia”, Amadeus, 1990; “Camera oscura”, Garzanti, 1992; “Nuvole”, con foto di F. Roiter, Vianello Libri, 1995; “La gioia e il lutto”, Marsilio, 2001, Prix Européen; “Le stanze del cielo”, Marsilio, 2008; “Affari di cuore”, Einaudi, 2011; “Natura morta”, Nino Aragno Editore, 2012, Poetry-Philosophy Award; “Variazioni sul tema”, Aragno, 2014, Premio Viareggio Giuria; “Le cose del mondo”, Mondadori, 2020; di narrativa: “Preparativi per la partenza”, Marsilio, 2003; “Un’altra vita”, Fazi, 2010; “L’isola e il sogno”, Fazi, 2011.
www.paoloruffilli.it
