R. Tagore

NEL GIORNO NATALE (Gionmodine)

A cura di Nina Nasilli

(Book Editore, 

2022)

Udoion – Santiniketon
21 Febbraio 1941 – al mattino

Ho versato nell’anfora
dei miei giorni natali
l’acqua dei santuari
dai vari pellegrinaggi.
Un tempo sono andato in Cina.
Uomini sconosciuti
hanno tracciato caratteri
sulla mia fronte, dicendo:
“Noi ti conosciamo!”
Quando i travestimenti stranieri
sono caduti,
si è mostrato l’Uomo
eterno che vive nel cuore:
la conoscenza senza ostacoli
ha dato via libera alla felicità.
Ho assunto un nome cinese,
ho indossato abiti e costumi cinesi.
Ho compreso dentro l’animo
che dove troviamo un amico,
lí avviene una nuova nascita:
porta la Grazia della vita.
Nel giardino straniero
fioriscono fiori sconosciuti,
anche il loro nome è straniero,
come la loro patria.
La loro parentela riceve,
nel campo della gioia dello Spirito,
un esultante benvenuto!

 

Udoion – Santiniketon
24 Gennaio 1941 – al mattino

In un angolo di quel cortile
che è il gioco della Creazione
ogni momento guardo
oltre la riva delle tenebre,
dove ero immerso
nella coscienza infinita
del grande Inespresso.
In questo tempo mattutino
oggi si risvegliano nell’animo
le parole dei saggi:
“Apri, apri, o sole,
il velo della luce:
possa vedere dentro,
nel tuo più intimo supremo,
l’essenza dello Spirito”.
Quell’lo, che alla fine
del giorno unirà il soffio
della vita all’aria,
il cui corpo finirà
nella cenere, non getti
la propria ombra
sulla strada del cammino
mascherato da verità.
Ho ricevuto ogni istante,
nel campo del gioco terreno,
nelle gioie e nei dolori,
il sapore dell’Eternità,
e dentro il finito,
più e più volte,
ho visto l’Infnito.
Ho capito che
nelle forme della Bellezza,
nei canti ineffabili,
c’era il valore estremo della vita.
Quando oggi si aprirà la porta
della stanza del gioco,
lascerò al tempio della Terra
il mio atto di venerazione:
lascerò quelle offerte
della vita il cui valore
è al di là della morte.

 

Udoion – Santiniketon
22 Dicembre 1940

Il destino che conduce la vita
alla benedizione eterna
mi tocchi la fronte
come dono di luce
senza principio
al termine di questa vita terrena,
di aurora in aurora,
in un risveglio che sempre si rinnovi.
Il velo denso di tristezza,
come notte avvolta nel sonno,
giorno per giorno
si sciolga e cada sulla porta
delle dimore immortali.
O sole, svela
la tua Bellezza
benevolentissima
e in quella apparizione divina
che io veda il mio spirito
oltre la morte.

 

Gouripurbhobon – Kalnpong
27 Maggio 1940

La vita terrena e complessa:
cercando di scioglierne il nodo
ne sono avvolto sempre più dentro.
L’accessibile non è dritto.
Nel viaggio lungo la strada impervia
porto sulle spalle il peso di gravi apprensioni:
di sentiero in sentiero s’incontrano
mille trame astute.
Sempre disilluso, il cuore
si arrende infine alla sconfitta.
Al ritmo interrotto della vita
viene meno l’Unione,
l’entusiasmo di vivere si prostra
a terra nella polvere.

O senza speranza,
portate i rivi fluenti di linfa
del mondo dentro l’aridità!
C’è un riposo profondo e pieno
nel cielo immenso,
in ogni foresta,
in ogni filo d’erba della terra,
in ogni pianta,
nel fluire incessante
della fonte della pace.
Il salmodiare semplice
del cuore
nell’olocausto della prima vita
evochi presto il Mistero
dentro la luce e le tenebre.
La grandezza dell’animo allontani
ciò che è stato logorato nello scherno
di una depressione evanescente:
si disperda nel vuoto,
nell’unica assemblea
di Cielo e Terra.

Direttamente dalla lingua bengoli le traduzioni di Padre Marino Rigon (1925-2017) sanciscono il legame della casa editrice italiana Book Editore con la monumentale opera del premio Nobel R. Tagore. In questa pubblicazione sono raccolte le trentadue poesie scritte dal poeta filosofo nel suo ultimo anno di vita: versi semplici e sapienziali che esortano l’uomo a compiere il proprio viaggio interiore gettando preziosi lampi sul rapporto tra la vita e l’arte stessa della poesia: “(…) Se non si unisce / la vita alla vita / i versi dei canti / sono perduti / in meriti falsi.” Numerose sono le limpide riflessioni sull’esistenza, sulla morte, sull’Universo e, come nelle ultime raccolte, le parole sono piene di prismatici e mistici slanci: gli umanissimi giorni dispiegati tra Effimero ed Eterno. La parola ritrova la sua forza primigenia, oltre i confini dei significati e degli intellettualismi; la dimensione spirituale si rivela in ogni minima cosa; dall’esperienza della malattia sgorga una fede nuova sulla imprescindibile necessità del bene e sul perdurare eterno dello spirito.

(Rabindranäth Thakur, Calcutta 7 Maggio 1861 – Satiniketon, Bolpur, 7 Agosto 1941), poeta, narratore, drammaturgo, musicista e filosofo indiano di lingua bengoli, divenne presto molto seguito e amato anche in Europa, suscitando l’interessamento di poeti come Yeats, Pound, Eliot. Tra le molteplici attività di carattere culturale e sociale, nel 1901 a Santiniketon fondò un istituto di educazione e cultura denominato “La voce universale””, dove gli alunni vivevano a contatto diretto con la natura e le lezioni consistevano in conversazioni all’aperto alla maniera dell’India antica. Nel 1913 gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura.

Monica Guerra