Alberto Bertoni
“L’Alzheimer, i cavalli, la poesia – un memoir”
(Ed. Marietti1820,
2026)
A proposito di L’Alzheimer, i cavalli, la poesia – un memoir di Alberto Bertoni
di Giancarlo Sissa
In Alberto Bertoni la tentazione della prosa – fra autobiografia e frammento lirico – è sempre stata in dialogo sia con la produzione in versi che con la scrittura critica, e non solo per motivi professionali. Si può forse asserire che Bertoni abbia affidato alla prosa il carattere più apertamente confidenziale e narrativo della riflessione relativa alla propria postura rispetto al mondo e all’evoluzione dei tratti meno semplificabili del proprio carattere.
Quel che ne è risultato, almeno da Il sosia di Providence e altri incontri tra l’Emilia e l’America (Ed. Diabasis, 2002) a oggi è una sostanziale tenuta o, se si preferisce, osservanza a una compiuta area tematica, incaricata di testimoniare la fedeltà al proprio percorso di vita e all’ininterrotto dialogo interiore con le proprie ansie, angosce, gioie, consapevolezze: la relazione con il femminile; la passione per l’ippica, per gli ippodromi, per il trotto; l’amore per l’Inter; l’importanza dell’amicizia, da Pier Vittorio Tondelli a Claudio Lolli, da Stefano Tassinari a Enrico Trebbi, Francesco Guccini, altri; la poesia e la devozione per alcuni ben individuati Maestri, da Ezio Raimondi a Giovanni Giudici; una dettagliata geografia dei vissuti e dei sentimenti e dei viaggi, toponomastica ed enogastronomia comprese, come pure l’attenzione per il dialetto come lingua di poesia.
Temi che in parte si confermano anche in quest’ultimo libro di prose L’Alzheimer, i cavalli, la poesia non a caso definito memoir, e dove memoir è certamente da intendersi come genere letterario basato sulla verità emotiva e sulla memoria soggettiva di chi scrive piuttosto che sulla cronologia degli eventi, con tutto quel che ne deriva in termini di libertà compositiva e successione fattuale delle emozioni volte a creare una testimonianza intima usata per riflettere su se stessi e la propria storia.
Del resto in questa modalità di scrittura prosa critica, prosa poetica e poesia tout court interagiscono e reagiscono l’una all’altra in un dialogo serrato di emozionata, lucidissima, spesso amara ma talvolta autoironica “restituzione” a se stesso (il poeta) e all’altro (il lettore) di un vissuto personale certamente, ma anche generazionale, artistico, culturale, politico, famigliare. E in effetti, in questo libro forse più che altrove, si evidenzia uno dei tratti distintivi della scrittura di Bertoni, ovvero quel “tornare a casa” spesso solo accennato o latente ma che qui invece si specializza e approfondisce in un tornare presso di sé, dove il sé si rende riconoscibile non soltanto come luogo d’origine, casa, giornata di pioggia, pomeriggio all’ippodromo, ma piuttosto come ambito relazionale profondo, dolente, rivelatore. Ecco allora mettersi in piena luce il rapporto con i propri genitori, sviscerato come non mai e a partire da due raccolte fondanti della scrittura in versi di Bertoni – Ricordi di Alzheimer e Il letto vuoto, dedicati rispettivamente al padre e alla madre – qui rievocate e dove i genitori diventano patria d’anima e di destino, anche per opposizione (Inter per opposizione a Juve) o per distanza (chiusura monadica del rapporto fra madre e padre incapaci, o non intenzionati, a rendersi permeabili alla presenza emotiva del figlio).
Oltre a parte del titolo interi capitoli sono infatti dedicati all’Alzheimer del padre e alla demenza senile della madre, come ad esempio lo struggente Verso l’Alzheimer dove leggiamo: «loro costituivano una specie di endiadi o di monade, dalla quale io ero totalmente escluso. Ma compresi anche che il mio legame involontario con loro, fra distrazione esibita e discendenza diretta, era qualcosa di molto complicato da spiegare, prima di tutto a me stesso» e ancora: «Attraverso le poesie su di loro, ho cominciato a inquadrare una serie di riscontri oggettivi sulle ragioni di questo atteggiamento. (…) Posso dire di aver cominciato a capirli solo attraverso la lente delle loro malattie», dove la poesia pare consentire una migliore lettura della malattia e la malattia una lettura più precisa delle persone e del loro destino. Operazioni per le quali occorrono, diciamolo pure, una onestà intellettuale e una forza d’animo fuori dal comune. Altri, non pochi, sono i motivi d’interesse di questo libro-consuntivo, e diversi i passaggi pertinenti con questo luogo di lettura e analisi (il sito di Independent Poetry), con piacere ne vorrei indicare alcuni.
Dal capitolo Alla fine vince la poesia:
«Proprio in quegli anni Settanta (a Bologna ma non solo) veniva infatti celebrandosi il divorzio fra la poesia come produzione e la poesia come ricezione, come lettura: un divorzio di cui la poesia sta ancora pagando – nella cognizione comune, ma non solo – conseguenze molto serie. Accorgersene dall’interno della situazione non fu affatto scontato, ma proprio in quel decennio la funzione poetica (innata e necessaria a ogni essere umano, consapevole o no che ne sia) cominciò a essere incarnata dalle figure tutte italiane dei cantautori. In una parola, dentro quella fase storica a dominante politica, ideologica, sociologica, critica, teorica, linguistica, psicoanalitica (sulla scia di grandi scrittori/pensatori francesi di secondo Novecento, Barthes, Foucault, Genette, Blanchot, Althusser, Derrida, Lacan), la poesia uscì rapidamente dall’orizzonte di acculturamento e di ricezione dei non specializzati e dei non addetti ai lavori. Ma cominciò progressivamente ad uscire anche dal canone pedagogico della materia riassumibile, dalle elementari all’università, sotto l’etichetta di “Italiano” o di “Letteratura italiana”. E questo è rimasto poi un manque spiccato della poesia contemporanea, soprattutto in Italia, tanto che negli anni Settanta il virtuale “per tutti” che appartiene da sempre alla funzione poetica viene trasferito ai cantautori, al punto che ai poeti veri, quelli che la musica alla parola sanno imprimerla dall’interno, attraverso il linguaggio, quella facoltà di parola condivisa, destinata a un ascolto e a una funzione “sociali” non è stata più restituita. Comunque, è un dato non contestabile che, in Italia, i cantautori hanno dato il loro meglio proprio in quel decennio, gli anni Settanta del Novecento, componendo testi di canzoni non di rado – anche se latamente – apparentabili a testi poetici e comunque percorsi da un’energia e da una capacità di rifiuto del banale tutte poetiche: basta pensare a Guccini, Lolli, De Gregori, De André, Dalla (che si avvalse per i suoi primi album dei testi del grande poeta bolognese Roberto Roversi), Battiato, Fossati, Vecchioni, Branduardi, Bertoli, Nannini, Bennato, Gaber, Jannacci e qualche altro.»
O dal capitolo Poesia come vizio:
«nel caso della poesia, il linguaggio comporta anche una tensione epifanica, un’esigenza trasformativa e una direzione di verticalità (auto)conoscitiva che non possono essere soffocate del tutto né imbrigliate in un atto di puro artigianato linguistico (…) è molto importante, lungo, impegnativo il lavoro tecnico, vale a dire il lavoro di composizione e di orchestrazione di una musica verbale più profonda e molteplice, rispetto a quella impetuosa del flusso originario di parole. È davvero raro che quel flusso sfoci in un “buona la prima!”»
e ancora:
«Rimane poi vero che in poesia ho cercato e cerco tuttora di dar forma a quello che è rimasto incompiuto, oscuro, contraddittorio e sepolto nei territori molto accidentati, petrosi, spiraliformi del mio inconscio o anche della mia emotività più oscura e razionalmente inspiegabile.»
«La poesia è in primo luogo una forma di igiene linguistica, vale a dire un atto di selezione e di salute che si compie attraverso la lingua e che sulla lingua si rifrange, in positivo»
«Ma non solo per ragioni storiche la poesia è un atto d’igiene linguistica. Infatti richiede una parola precisa due volte: precisa da un punto di vista semantico perché in genere esistono una parola o un giro d’espressione “dominanti” in cui si concentra la dimensione profonda del tuo dire; ma precisa anche da un punto di vista ritmico-musicale (…) Cogliere questa perfezione su entrambi i piani, facendoli interagire creativamente (non di rado, attraverso un rapporto contrastivo), appartiene all’artigianato del/della grande poeta, anzi è ciò che distingue il/la grande poeta dal semplice estensore di versi.»
A chiudere L’Alzheimer, i cavalli, la poesia, è un testo in versi tratto dalla versione definitiva di Ricordi di Alzheimer, un testo che, si potrebbe dire, chiude un tempo d’ossessione alzheimeriana, ma anche questo presente e prezioso memoir, eccola:
Varsavia è una città che ti guarda
molto più molto meglio di quanto
possa mai tu, guardarla
Vede tutto, Varsavia
anche la tua
girovaga ignoranza
di lingua, cultura, luce
che sembra tagliata
Però ti rilassa
placata finalmente l’ansia
che da tempo attanaglia
ogni movenza del tuo corpo
e non ti dà tregua, rende
quasi impossibile ogni dopo
fra te stesso e la mente
“Alzheimer cancro colpo
definitivo al cuore
se mai di qualcosa si muore”
Troppe chiese, d’accordo
per l’ateo che sono
e per l’occhio concentrato
a enumerare perdite
nei destini precoci delle foglie
che cadono per prime, lentamente
nonostante tutto il verde
pronto lì sotto ad accoglierle
intanto che t’illudi di risorgere
dal senso comune mentre crede
di ricomporre insieme
il buio e la luce,
la frenesia e la quiete
suddividendoti equamente
fra le ore di cieco lavoro
e il sogno di morte che non vuole
più nessun quando
o dove
Libro consuntivo abbiamo detto, ma anche libro scommessa, disseminato di briciole per ritrovare la strada della propria storia e dei suoi molteplici perché.
(Riascoltando forse “Warszawa” dell’indimenticato David Bowie)

