A proposito di Eloy Santos
Psique en el Érebo de las probetas
(Ediciones de la Puerta de Aníbal Madrid,
2019)
di Giancarlo Sissa
Poeta, critico, traduttore, creatore di “scatole d’arte”, veri e propri enigmi tridimensionali, partecipante attivo del Surrealismo spagnolo contemporaneo, di Eloy Santos ci siamo occupati qualche tempo fa raccontando La bocca del finimondo, esempio di scrittura automatica attuale in riva alle ipotesi della più incandescente prosa poetica.
È ora la volta di quello che lo stesso autore definisce, in un breve scritto introduttivo che premettiamo al testo, un pamphlet poetico. E in effetti, se possiamo considerare fra le prerogative del Surrealismo – sia quello storico e storicizzato, sia quello in attività, più o meno clandestina e resistente, come quello del tempo presente in Spagna – anche quella di smantellare i paradigmi soffocanti dei sistemi di potere istituzionalizzati e supportati dalla comunicazione socialmediatica e addomesticante dalla quale siamo assediati, allora Psiche nell’Erebo delle provette può felicemente essere accolto fra i documenti che testimoniano della possibilità di opporsi con lucidità al nulla che avanza, di arginarlo smascherandolo, di prendersene gioco con l’eleganza culturale e intellettuale che restano e resistono nell’opera dei poeti.
Si tratta di sottrarre gli indizi dell’umano inarreso all’impero della semplificazione, alle dottrine della facilità, alle maree dilaganti dell’inerzia intellettuale, politica, sociale. Si tratta di restituire, in poesia, in arte, nella vita di ogni giorno, la vertigine dell’abisso e la gioia dell’esplorazione delle zone di frontiera fra un dentro e un fuori impossibili da riassumere in una serie di dati scientisti e biologici. Di tenere insomma aperto il varco fra il regno autobiografico, anche militante, e quello onirico, quello della magia psichica, dello scandaglio profondo e altramente luminoso che consente a chi se ne renda responsabile di incontrare e conoscere le ipotesi del meraviglioso possibile. E questo è quanto accade in Psiche nell’Erebo delle provette, testo di Eloy Santos scritto nel 2019, stampato e distribuito in modo quasi clandestino in una manciata di copie numerate e giunto sino a noi perché ci possa ancora interrogare e mettere in discussione, grazie alle ipotesi più accurate del verso, del paradosso, della metafora, dell’uso potenziato e laterale della lingua che nel testo di Eloy Santos si trovano liberate in un verso sciolto e svincolato da qualsiasi preoccupazione di carattere letterario e proprio per questo capace di rendere conto dei motivi e dell’energia della capacità di indignarsi.
Da questo punto di vista non sorprende che un grande poeta e un Maestro del Surrealismo spagnolo contemporaneo come Eugenio Castro – del quale ci occuperemo qui molto presto – considerasse questo testo di Eloy Santos come un possibile manifesto della presenza Surrealista nel nostro quotidiano e nella poesia d’oggi – cosa peraltro testimoniata, strada facendo, anche dalla rivista El ojo tópico. Pecios de una Atlantida cotidiana di cui Eloy Santos è stato condirettore assieme a Eugenio Castro e Marcos Isabel – continente perduto e sommerso, forse, ma ogni volta riscoperto. Ma questa è un’altra storia ancora, anche questa da raccontare presto. E intanto buona lettura.
*
di Eloy Santos
Nota a Psiche nell’Erebo delle provette
Questo testo volle dare una risposta a una circostanza precisa, che riferisco di seguito. Sono a casa, e mi accingo a mangiare qualcosa. Ho acceso la televisione. Il conduttore del programma informativo lamenta l’inattesa morte di un famoso divulgatore scientifico in Spagna. Una musica solenne, sdolcinata, accompagna l’encomio funebre. Con espressione degnamente compunta il funzionario mediatico guarda dritto in camera, vale a dire, agli occhi e al cuore degli uomini sintonizzati. Dopo aver ripassato gli indiscutibili meriti, l’irreparabile perdita, il vuoto impossibile da riempire,… raggiunge il climax dell’emozione agiografica citando parole che per forza devono essere del defunto, senz’altro il culmine, la quintessenza di una lunga carriera da ricercatore. “Pensateci bene: l’anima sta nel cervello.” Conclude l’elogio e, dietro un lentissimo declinare di violini, conclude pure la rubrica. Spengo il televisore. Riprendo le mie occupazioni. Lì per lì non penso a niente di speciale, ma sento che qualcosa si è inceppato, e rimugina dall’oscuro stomaco dell’aforisma finale. L’anima sta nel cervello… Lungo la giornata la frase mi si ripete da sola, con frequenza crescente. Sento sgorgare in me una furia inizialmente astratta, uno stupore, una ribellione non so bene contro cosa. Dall’esplicitazione di quella furia nasce questa poesia, scritta quella stessa notte, quasi d’un fiato. Mi piacerebbe che fosse considerata un pamphlet poetico, cioè, una dichiarazione intenzionale a metà strada tra la politica e, sopratutto, spero, la poesia. (Infatti, nei giorni successivi ho fatto stampare una cinquantina di copie in A3 allo scopo di affiggerle sulle porte di alcuni cosiddetti centri di ricerca di Madrid, proposito che, mal consigliato dalla pigrizia, non ho mai portato a termine). Non pretendo di convincere nessuno, ma ho la speranza che queste parole saranno raccolte da terra da qualche spirito affine. Sono conscio della soggettività del tono, della sua veemenza, nemica dello stile, e, forse, di qualche eventuale semplificazione. Non intendo giustificarmi. Psiche nell’Erebo delle provette nasce dalla disperazione, e aspira, più che altro, a diffondere il contagio, perché avremo bisogno di tutta la disperazione di cui saremo capaci per far fronte al mondo che sta per piombarci addosso.
Nota a Psique en el Érebo de las probetas
Este texto quiso dar respuesta a una circunstancia precisa, que paso a relatar. Marzo de 2019. Estoy en casa, y me dispongo a comer algo. He encendido la televisión. El presentador del programa informativo lamenta la inesperada muerte de un conocido divulgador científico en España. Una música solemne, aviolinada, acompaña el encomio fúnebre. Con expresión dignamente compungida, el oficiante mediático mira a la cámara de frente, esto es, a los ojos y el corazón de los hombres sintonizados. Tras repasar los indiscutibles méritos, la irreparable pérdida, el hueco imposible de colmar,… alcanza el clímax de la emoción hagiográfica citando lo que no pueden ser sino palabras textuales del fallecido, aparentemente la culminación, la quintaesencia de su larga trayectoria de investigador. “Piénsenlo bien: el alma está en el cerebro.” Concluye con esta afirmación el discurso y, tras el lentísimo declinar de los violines, concluye también el informativo. Anuncios publicitarios, etcétera. Apago el televisor. Sigo adelante con mis quehaceres. En ese momento no pienso nada especial, pero algo se me ha quedado atravesado, Algo gruñe desde el estómago oscuro de ese aforismo final… El alma está en el cerebro. A lo largo del día la frase se me repite sola, con frecuencia creciente. Siento cómo brota en mía una gran furia, inicialmente abstracta, un estupor, una rebelión a no sé bien qué. De esa furia nació este poema, escrito esa misma noche, casi de un tirón. Me gustaría que fuera considerado un panfleto poético, una declaración intencional a medio camino entre lo político y, sobretodo y ojalá, lo poético. (De hecho, encargué una tirada de unas cincuenta copias en tamaño de doble folio con el objetivo de pegarlas a la puerta de algunos centros de investigación “sensibles” de Madrid, propósito que nunca llevé a cabo por culpa de mi desgana consustancial con estas cosas. Sea como sea, aunque no pretendo convencer a nadie, tengo la esperanza de que será recogido del suelo por algunos espíritus afines. Soy consciente de la subjetividad del tono, de sus vehemencias, enemigas del estilo y, tal vez, de alguna simplificación eventual. No me defiendo. Psique en el Érebo del as probetas nace de la desesperación y aspira a contagiarla, porque vamos a necesitar toda la desesperación de que seamos capaces para hacer frente al mundo que se nos viene encima.
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Agli artiglieri della Neurologia, agli operatori del marketing tecnocratico e scientifico del nostro tempo, al suo inesauribile seguito di divulgatori e devoti,
una schietta notizia:
l’anima NON sta nel cervello.
Non è mai stata nel cervello.
E finché resterà in piedi un ultimo, miserabile poeta, non vi sarà rinchiusa.
Con tutta l’umiltà e tutto l’orgoglio alla mia portata, avanzo una semplice osservazione,
l’assioma che davvero potrebbe servirci risiede nella giusta evidenza:
il cervello sta nell’anima.
Voglio dire: il cervello è una tra le tante creature dell’anima. (Per l’esattezza un germoglio discolo, il suo prodigo apprendista stregone). Detto in altro modo: da mille e uno eoni l’anima tenta di partorire un cervello degno d’essere considerato suo legittimo figlio. Ma non vi è ancora riuscita. Basta prestarvi un attimo di attenzione per rendersene conto.
Ecco il gran problema irrisolto della nostra civiltà, l’abisso vertebrale che vi naviga in mezzo, quello che marchia a fuoco il paesaggio di fondo delle nostre vite, che attraversano tremando questo cataclisma inosservato (lasciamo ora da parte il rumore, l’illusione biografica e certe porte segrete che a volte ci si aprono dentro, come se aspettassero qualcuno).
Questa è la nostra tragedia, il nostro feuilleton, la nostra umana commedia, il passeggero clandestino che viaggia la nostra tenebra: ognuno di noi contribuendo con la quota di dolore che può sopportare nel formidabile parto, sostenendo il travaglio sotto le palpebre immaginali, sopra i femori, nel balbettio egizio della lingua con le sue nuvole, i suoi fari sommersi, le sue trapanazioni.
(Ad essere onesti sarebbe più corretto esprimerlo così: “ognuno di noi provando disperatamente a liberarsi della propria quota di dolore, sprecando la propria vita, con tutte le energie disponibili, rintanandosi”. E quanto se ne approfittano i mercanti di anestesie …!)
È possibile che non sentiate l’urlo della materia nel lavandino delle mattine, davanti al miracolo di un rubinetto aperto, mentre reggete il rossetto o il rasoio nelle mani appena sveglie, con cinque dita incomprensibili, di fronte al tempio in rovina di un viso che fugge, nella vertigine impassibile degli occhi che si guardano mentre se ne vanno?
Se il cervello non ha ancora raggiunto la dignità di figlio legittimo dell’anima è in buona misura per colpa dei mercanti e imbonitori della supremazia del dogma scientifico e tecnologico.
Avete trasformato in volgare carceriere colui che doveva essere il profeta e ambasciatore della madre del mondo.
E non lo mascherate neanche: il vostro abominevole trionfo è proclamato tutti i giorni in ogni schermo acceso al servizio della diffusione dello scisma, esibito nei mausolei della tetra Università e nelle cerimonie della Nazione con le loro file di pluridecorati, stecchiti come arlecchini di latta nell’inframondo della coscienza, chini a proteggere con il piombo delle loro bocche criptiche il perpetuarsi di una dinastia mummificata.
E sì, è un trionfo. Quanto vorrei poterlo negare … Non passa giorno in cui non ci sia dato di assistere al rinnovarsi del fracasso, all’applauso unanime dei visir del Progresso e traditori di sé stessi. Andiamo avanti dunque, di vittoria in vittoria. Dietro giacciono calpestati i cadaveri della zanzara, la schizofrenia, gli dei fluviali, i raminghi della grande steppa asiatica, i grappoli, gli istinti, il teatro d’ombre di Giove, la nocciola e l’ornitorinco.
Abbiamo spaccato la spina della Natura nelle sue indifese dimore, nei suoi ultimi veli di resistenza. Non resta fossa oceanica, arteria di sangue, monade, vetta, seme, astro agonizzante a cui il cervello non sia giunto di corsa per umiliare e imprigionare l’anima, sotto il benevolo sguardo degli idoli del calcolo e del profitto.
Ma lo ripeto. Per quanto rinneghi la nobiltà della sua genealogia, il cervello appartiene all’anima.
Non il contrario.
Ho le prove.
Prove valide almeno quanto quelle che voi agitate come spaventapasserri per festeggiare la grande truffa.
Affinché ammettiate le mie prove, sarebbe meglio se cominciaste a riconoscere l’implicita falsità dei vostri metodi. Accettare, ad esempio, che il semplice uso della parola prova impone rassegnazione implicita alle regole del gioco che vi garantiscono il dominio della realtà.
Né l’erba, né il rossore della timida Luna, né il gemito del piacere condiviso vi hanno mai manifestato il loro desiderio di essere sottoposti a esperimento. Sono al di là (e al di qua) di ogni prova. Sacrificandoli sull’altare della conoscenza speculativa li avete ridotti a simulacri mentali dietro i quali sta morendo adesso la possibilità di stabilire un vero contatto con l’erba, la Luna o l’amore.
In qualsiasi caso, messo ciò agli atti ed essendo pienamente consapevole della posizione di sottomissione in cui si colloca il mio assenso probatorio mi espongo apertamente alla pietrificazione e mi accingo a presentare, a una a una, le mie dimostrazioni.
Potrebbero essere altre, ma scelgo le seguenti:
Numero uno: Gli incurabili hanno abbandonato le vecchie anticamere e adesso scolpiscono baccanali di fumo nel fegato dei falò.
Numero due: L’angelo dei davanzali inchioda editti di sabbia nera sugli occhi del tempo.
Numero tre: Bruciate da magnolie fugaci, le madri spazzano la soglia della loro scomparsa.
Numero quattro: Un borborigmo è il culmine di un’enciclopedia.
Queste dimostrazioni, di esattezza pari alle vostre, le superano in innocenza enigmatica, e possono essere considerate ermetiche solo nella misura in cui la vostra ipertrofia cerebrale vi impedisce di accedere al battito diretto dell’incommensurabile.
Al fine di una giusta comprensione, sarebbe imprescindibile che rinunciaste al manuale di istruzioni dettato dalla routine razionale. In altre parole, dovreste dimenticare tra le stoppie il fagotto dell’intelligenza analitica. Ancor più chiaro: dovreste accettare di essere idioti, molto idioti, irrimediabilmente idioti, indietreggiare fino alla desolazione dello stupore aborigeno.
L’ideale sarebbe di presentarsi davanti alla rosa con la testa scoperta, così come farebbe un’altra rosa, un animale estinto o un ritardato profondo.
Non ho problemi a confessare che io stesso, ogni volta che il caso me lo permette, mi godo lo status di sospensione privilegiato dell’imbecille.
Ma purtroppo l’intero ecosistema sociale e politico langue sotto il vostro dominio.
Le scaglie di materia grigia che si staccano al vostro passaggio si posano sulle forme spontanee della vita, così che ormai si distinguono appena dalla ruggine che il Cerbero razionale concepì per loro.
A nessuno dovrebbe essere permessa la dissezione di quello che presumibilmente ammira o ama, mentre il suo cuore batte sotto il suo sguardo-bisturi. (Ma questa è soltanto un’opinione).
Anche questa povera poesia improvvisata da un idiota può essere dislocata, classificata, smembrata, pastorizzata, sommersa in glifosato, fatta segatura in molto meno tempo di quanto ne serve a leggerla. (Potete anche lasciarla in pace, lei saprà dissolversi nel proprio acido).
Ma so che la protegge ancora il sacro spazio postumo in cui trova rifugio l’inutile, l’irrimediabilmente insignificante, ciò che non vale la pena né lo sforzo (ah, la vostra maledetta cultura dello sforzo, quel dogma partorito dal servilismo e dalla superstizione per derubare i bambini delle loro verità senza orario …).
E so anche, mio malgrado, che le mancano gli attributi necessari per espellervi dalla scena che intasate con la solenne petulanza di un ammiraglio di bronzo.
Così che dopo l’indignazione e/o il disprezzo, potete sollazzarvi ora tranquillamente nella poltrona della superiorità e/o dell’indifferenza … Lo sappiamo tutti: una poesia non va da nessuna parte.
Ma le cose sono come sono (vid. Supra), non come voi le sbandierate. Questo non dipende né da me né da voi.
Possono confermarlo le suole delle mie scarpe, che allaccio, slaccio e rattoppo sotto un sole che mi batte sul groppone senza compasso né astrolabio.
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Psique en el Érebo de las probetas
A los artilleros de la Neurología, a los operadores del marketing tecnocrático y científico de nuestro tiempo, a su inagotable séquito de divulgadores y devotos,
una escueta noticia:
el alma NO está en el cerebro.
Nunca ha estado en el cerebro.
Y mientras quede en pie un último, miserable poeta, no será encerrada en el cerebro.
Con toda la humildad y todo el orgullo a mi alcance, avanzo una sencilla observación,
el axioma que de verdad podría servirnos se asienta en la evidencia correcta:
el cerebro está en el alma.
Quiero decir: el cerebro es una criatura más del alma. (Propiamente un brote díscolo, su pródigo aprendiz de mago). Dicho de otro modo: el alma lleva eones intentando parir un cerebro que alcance la dignidad de hijo legítimo suyo. Pero no lo ha conseguido todavía. Basta prestaros un instante de atención para saberlo.
He aquí el gran problema irresuelto de la civilización, el abismo vertebral que nos navega, el que configura a fuego el paisaje de fondo de nuestras vidas, que atraviesan temblando este cataclismo desapercibido (dejemos ahora aparte el ruido, la ilusión biográfica y ciertas puertas secretas que a veces se nos abren, como esperando a alguien).
Esta es nuestra tragedia, nuestro folletín, nuestra humana comedia, el polizón que nos viaja: cada uno de nosotros aportando la cuota de dolor que puede soportar en el formidable parto, sosteniendo el desgarro del alumbramiento bajo los párpados imaginales, sobre los fémures, en el balbuceo egipcio de la lengua con sus nubes y sus faros sumergidos y sus trepanaciones.
(Siendo honestos, sería más correcto decirlo de otro modo: “cada uno de nosotros intentando desesperadamente deshacerse de la cuota de dolor que le corresponde, gastando la propia vida, con toda la energía de que dispone, en escatimar el hombro”. Y cómo se aprovechan de ello los mercaderes de anestesias…)
¿Es posible que no oigáis el bramido de la materia en el lavabo de las mañanas, ante el milagro de un grifo abierto, mientras sostenéis la barra de carmín o la afeitadora en vuestras manos recién amanecidas con cinco dedos incomprensibles, frente al templo en ruinas de un rostro que huye, en el vértigo impasible de unos ojos que se ven mientras se van?
Si el cerebro no termina de alcanzar su dignidad de hijo legítimo del alma es en buena medida por culpa de los mercachifles de la primacía del dogma científico y tecnológico.
Habéis convertido en vulgar carcelero al que venía a ser profeta y embajador de la madre del mundo.
Y no lo disimuláis: vuestro abominable triunfo es proclamado a diario en toda pantalla encendida al servicio de la propagación del cisma, exhibido en los mausoleos de la lúgubre Universidad y en las ceremonias de la Nación con sus hileras de condecorados, tiesos como arlequines de lata en el inframundo de la conciencia, protegiendo con el plomo de sus bocas crípticas la perpetuación de una dinastía momificada.
Y sí, es un triunfo. Ojalá pudiera negarlo… No pasa día sin que asistamos a la renovación del estruendo, al aplauso unánime de los visires del Progreso y traidores de sí mismos. Avanzamos pues de victoria en victoria. Atrás yacen pisoteados los cadáveres del mosquito, la esquizofrenia, los dioses fluviales, los montaraces de la gran estepa asiática, los racimos, los instintos, el teatro de sombras de Júpiter, la avellana y el ornitorrinco.
Hemos roto el espinazo de la naturaleza en sus indefensas moradas, en sus últimos velos de resistencia. No queda fosa oceánica, arteria de sangre, mónada, cumbre, semilla, astro agónico en que el cerebro no acuda prestamente a humillar y encarcelar al alma bajo la benévola mirada de los ídolos de la medición y el provecho.
Pero lo repito. Por más que reniegue de la nobleza de su genealogía, es el cerebro el que pertenece al alma, no al revés.
Tengo pruebas.
Pruebas por lo menos tan válidas como las que vosotros agitáis como espantapájaros para festejar la gran estafa.
Para que admitierais mis pruebas sería mejor empezar a reconocer la sustancial falsedad de vuestros métodos. Aceptar, por ejemplo, que el simple empleo de la palabra prueba impone resignación implícita a las reglas de juego que os garantizan el dominio de la realidad.
Ni la hierba, ni el rubor de la tímida luna, ni el gemido del goce compartido os han manifestado jamás su deseo de ser sometidos a experimento. Están más allá (más acá) de toda prueba. Al sacrificarlos en el altar del conocimiento especulativo los habéis convertido en simulacros mentales tras los cuales agoniza ahora la posibilidad de establecer un verdadero contacto con la hierba, la luna o el amor.
En cualquier caso, asentado esto y siendo plenamente consciente de la posición de sumisión en que me coloca este consentimiento probatorio, me expongo abiertamente a la petrificación y paso a presentar, una a una, mis demostraciones.
Podrían ser otras, pero son las siguientes:
Número uno: los incurables han abandonado las antiguas antesalas y ahora esculpen bacanales de humo en el hígado de las hogueras.
Número dos: el ángel en los alféizares clava edictos de arena negra en los ojos del tiempo.
Número tres: abrasadas por magnolias fugaces, las madres barren el umbral de su desaparición.
Número cuatro: un borborigmo culmina una enciclopedia.
Estas demostraciones, que igualan en exactitud a las vuestras, las superan en inocencia enigmática, y pueden ser consideradas herméticas solo en la medida en que vuestra hipertrofia cerebral os impide acceder al latido directo de lo inconmensurable.
Para su correcta comprensión sería imprescindible que renunciarais drásticamente al manual de instrucciones dictado por la rutina racional. En otras palabras, tendríais que olvidar entre rastrojos el fardo de la inteligencia analítica. O aún más claro: tendríais que aceptar ser idiotas, muy idiotas, irremediablemente idiotas, retroceder hasta la desolación del estupor aborigen.
Lo ideal sería presentarse ante la rosa con la cabeza descubierta, igual que lo haría otra rosa, un animal extinto o un subnormal profundo.
(No tengo inconveniente en confesar que yo mismo, cada vez que el azar me lo permite, disfruto del privilegiado estatus de suspensión del imbécil.)
Pero desgraciadamente el entero ecosistema social y político languidece bajo vuestro dominio.
Las escamas de materia gris que desprendéis a vuestro paso se han posado sobre las formas espontáneas de la vida, y apenas se distinguen ya de la herrumbre que el cancerbero racional concibió para ellas.
A nadie se le debería permitir la disección de aquello que supuestamente admira o ama, mientras late aún bajo su mirada-bisturí. (Pero esto no es más que una opinión…)
También este pobre poema improvisado por un idiota puede ser desquiciado, clasificado, desmembrado, pasteurizado, sumergido en dicloroxilenol, convertido en serrín en mucho menos tiempo del que se tarda en leerlo. (Podéis también dejarlo en paz, que él sabrá disolverse en su propio ácido.)
Pero sé que aún lo protege el sagrado espacio póstumo en que halla refugio lo inútil, lo irremediablemente insignificante, lo que no vale la pena el esfuerzo (ah, vuestra maldita cultura del esfuerzo, ese dogma malparido por el servilismo y la superstición para despojar a los niños de sus verdades sin horarios…).
Y sé también que, a mi pesar, carece de los atributos necesarios para expulsaros de la escena que congestionáis con la solemne petulancia de un almirante de bronce.
Así que tras la indignación y/o el desprecio, podéis acogeros tranquilamente ahora a la butaca de la superioridad y/o la indiferencia… Todos lo sabemos: un poema no va a ninguna parte.
Pero las cosas son como son (v. supra), no como pregonáis que son. Ni de vosotros ni de mí depende esto.
Pueden confirmarlo las suelas de mis botas, que ato, desato y remiendo bajo un sol que me bate los lomos sin compás ni astrolabio.
Eloy Santos

Eloy Santos, laureato in Letteratura italiana presso l’Università di Salamanca. Risiede attualmente a Madrid. Si è dedicato all’insegnamento universitario, al giornalismo, e ai diversi ambiti della traduzione: romanzo, poesia, saggio, sottotitolaggio di film….
Facendo propria una concezione del fatto poetico prossima al surrealismo quale la dichiara magistralmente Maurice Blanchard (“La poesia è una proprietà della materia”), ha cercato di metterla in pratica senza stabilire distinzioni fra i suoi differenti mezzi e registri di manifestazione.
Nell’ambito della poesia scritta alcune sue raccolte sono: Donde nadie dice (2003), Libro de olas (2006), Psique en el Érebo de las probetas (2019), La boca del acabose (2022), Cuando llegue la luz a nuestra casa (2025). Su altro fronte è anche autore di collages, fotografie, scatole poetiche artigianali, riviste, che ha presentato in diverse mostre, sia individuali che collettive.
