“Addio sante memorie”. Su Eden Tosi

L'anno della morte di Verdi

(Valparaíso Ediciones, 

2016)

IL MORSO DEL FANTASMA

La musica che scrivo è finzione
Non esistono Eleonora Gilda Manrico
Nulla della loro vita m’appartiene
Che ne so io di una regina inglese?

E allora perché stanotte
Oh voi fantasmi ad ondate
Siete venuti a trovarmi?
Perché sanguino dei vostri morsi?

Non è tempo di coltivare la vite
Troppo presto per un’opera buffa
Non mi interessa essere felice
Mi illudo per cose più importanti
E continuo a scrivere
Col pugnale pronto sotto queste coperte
Vi aspetto alla prossima notte

***

LAMENTO PER LA MORTE DEL FIGLIO

Sono stanco della morte
Di questa terra che sa di lacrima tagliata
Che piange come vite a primavera
Gli sterni stanno abbracciati stretti sottoterra
Tra occipiti e femori capovolti
Tra giubbetti e braghe ora marci ammassati
A questa compatta voragine del mondo
Al pietoso volto dei bambini
Che lasciano gli occhi a questo sole di maggio
Che ignorante fa finta di niente
E spinge avanti dappertutto
L’erba tra i sassi

***

DA DOVE VIENE QUESTA MEMORIA?

Come dorme questa donna?
Avvolta sotto la sua prima coperta
Nel rosato mattino di torri
Sepolta era la promessa
“Ci rivedremo tra molto molto tempo”

Eri arrivata
Le linee del tuo volto sconosciuto
Appartenevano alla mia terra

Attraverso quanti atti d’amore eri passata?
Quanto buon cibo in tazze per averti fatta così?
Perché solo fuori il muso e una ciocca di capelli?

***

PIANO B

Fai quello che vuoi
Io ti amerò sempre

È la vita breve a farci correre?
Perché tenere sempre la mano sulla spada?
E quell’occhio che vola alla scelta migliore?
Perché contare il numero delle gocce del sangue?

Queste futili carte
Queste inutili stelle
Mi dicono che non era destino
Ma una legge di mercato
È un dio spietato
Cambiare l’amore
Per cercare una sorte migliore

Fai quello che vuoi
Io ti amerò sempre
Perché ho amato dello stare con te

Più lo stare che l’essere
Più il corpo che il senso dell’essere
Più il tempo che abbiamo passato assieme che il nulla

***

È MORTO VERDI

Iniziarono a gridare il tuo nome per strada

Com’è stato l’ultimo respiro?
La faccia era appoggiata per terra?
Usciva meccanico il sangue?
Come faremo a sopportare la sua soffice polvere?
Perché la schiuma dell’onda non l’ha salvato?

È stato risparmiato il sorriso?

Ora la nostra vita non sarà più la stessa
Eri il coltello
Eri il tramonto
La polvere mescolata alla saliva
Il fiato della terra
Il torrente attraversato di notte
Eri il sangue nel caos della belva
Il cavallo il fuoco il quarto di luna
Eri il centauro dall’amore bestiale
Il dio viandante
La carne nella bocca del cane
Il preferito della musa nascosta

Siamo tutti in pericolo
Chi ci difenderà adesso dall’Idra?

Andremo avanti
Saremo quello che ci manca

Fuori in strada vendono ciambelle con lo zucchero sopra
I bambini le mangiano tranquilli
È morto Verdi

Il gobbo Rigoletto si aggira per le brume della campagna parmense annunciando la morte di Giuseppe Verdi: è il 27 gennaio del 1901 e con il compositore scompare il secolo vecchio – l’Ottocento con i suoi ideali – e vede la luce una nuova epoca. Non poteva scegliere immagine migliore Bertolucci per aprire il suo Novecento, né Eden Tosi – uomo di teatro, collaboratore tra gli altri di Romeo Castellucci e Armando Punzo – avrebbe potuto rivolgersi ad altri che al compositore per sondare le vie della scrittura poetica. Verdi è stato il grande padre dell’Italia, ma forse solo chi vive quelle lande contadine dell’Emilia, a tratti immobili nel tempo, può sentirsi fino in fondo e veramente suo figlio, perché ne condivide il sangue, l’aria, la terra, e per genetica si raccoglie quasi in preghiera alle frasi larghe dei cantabili o si accende allo scatto risorgimentale delle cabalette. Solo qui i loggioni possono rispondere al canto con l’innamoramento o l’ira che si riserverebbe alle vicende capitali della propria vita. Sanno che quella storia sul palco, che tutti vorrebbero finta, è vera, perché è la loro.

Unica – finora – prova in versi di Tosi, “L’anno della morte di Verdi” è uscito nel 2016 per la casa editrice spagnola Valparaìso, da lui stesso fondata insieme a Fernando Valverde. Autore, quest’ultimo, di una prefazione che fa il paio con la postfazione firmata da Alberto Bertoni. L’esperienza di Valparaìso, che merita una piccola digressione, si è ormai conclusa, ma nella sua parabola ha dimostrato almeno in terra iberica la reattività (e anche l’esistenza, fatto non scontato) del pubblico di lettori, raggiungendo numeri che in Italia sarebbero impensabili specialmente riguardo alla produzione giovanile.

Posto sulla cesura tra i secoli, il letto di morte di Verdi è assunto da Tosi quale punto d’osservazione su una storia sia collettiva che intima: atteggiamento epico nutrito dallo sguardo, come si diceva, del figlio che giunge all’identificazione con il padre, con un sentimento di nostalgia da esule, anzi da “cattivo emigrante” che “se ne andava per tornare”, in cui sembrano risuonare l’eco, la tinta, degli addii di Radames e Aida, di don Carlo e Elisabetta, amanti costretti da un’epoca tragica a ripromettersi la vita nella morte, nient’altro che il rimpianto fantasmatico del passato proiettato sul futuro. Vita, amore, morte: i pilastri di ogni esistenza, e quindi anche di quella di Tosi e Verdi e la nostra, cadenzano la raccolta alla maniera di quadri d’opera, talvolta fugaci, talvolta sospesi, facendo affiorare spettri, speranze, lutti, entusiasmi, tra arie assorte e recitativi incalzanti. L’estrema (melodrammatica) complessità dell’esistenza umana tradotta in una lingua che raggiunge il massimo grado di energia ustoria attraverso la parsimonia dei mezzi: ecco uno dei tratti fondamentali dell’opera verdiana assorbito e fatto proprio da Tosi. Ed ecco perché l’anacronismo di cui parla Bertoni nella postfazione è da intendere come figura in grado di aderire al presente proprio per la sua capacità di astrarsi da esso, conservando del tempo perduto le tracce che non possono andare disperse. E si tratta di elementi – il senso della misura che diventa senso di bellezza e incanto; la memoria custodita e condivisa, il concertato di voci della coscienza – che rendono “L’anno della morte di Verdi” un libro quasi clandestino in un’era avvelenata da cronache istantanee e rapaci, oblio, apatia. Il Maestro lo consigliava ai giovani che studiavano la musica, ma anche l’angelo nuovo di Benjamin lo annunciava, e spesso è vero sia nell’arte che nella vita: si può andare verso il futuro solo guardando ciò che è stato.

Eden Tosi (Montecchio Emilia, Italia, 1957) è poeta, traduttore e teatrante.

Di formazione autodidatta segue la corrente romantica dei poeti del melodramma italiano.

Nel 2012 fonda la casa editrice Valparaiso (Granada, Spagna) che ha pubblicato negli anni vari premi Pulitzer e il Nobel Walcott.

Ha partecipato a festival internazionali di poesia e di teatro in Italia, Spagna, Messico, Colombia e Stati Uniti.

È da oltre 15 anni attore e collaboratore artistico della Compagnia della Fortezza (carcere di Volterra) che tra i vari riconoscimenti ottiene nella persona del fondatore e direttore artistico Armando Punzo il premio Leone d’Oro alla carriera nella Biennale Teatro di Venezia del 2022.