Alex Ragazzini – Inframondo

(Poesie, 

per il decennale)

Rossella Renzi
Per Alex Ragazzini, in occasione del decennale di Independent Poetry

I versi di Alex Ragazzini risuonano alla stregua di un movimento musicale, cesellati con la precisione di un compositore che accorda ogni strumento, ne ascolta il timbro, governa il ritmo e le vibrazioni, seguendo il motivo dominante della sua poesia: i fiori. Il tema del florilegium — che dà anche il titolo al suo ultimo lavoro, di cui viene qui presentato un estratto — attraversa e alimenta il lavoro di Ragazzini, colmandolo di natura e di spirito vegetale, ma anche della musicalità propria della lingua dialettale romagnola, nella variante ravegnana.

Nel panorama contemporaneo la voce di Ragazzini appare unica, con la sua capacità evocativa che, per atmosfere e sensibilità, rimanda a toni dannunziani e dickinsoniani: nell’attenzione al dettaglio, alla minuzia del germoglio o della spina, nel ritmo scandito da assonanze e consonanze, nella contemplazione della fragilità delle cose viventi. E proprio la fragilità emerge come nucleo fondante del suo fare poesia: nella condizione delle creature vulnerabili ed esposte al mondo, alle sue ferite, alle punture, ai graffi, per via di una natura che si manifesta come madre generosa, ma anche matrigna intransigente. Tale vena dolente conferisce uno spessore singolare alla scrittura di questo autore, per la sua capacità di accogliere il bene e il male che attraversano l’esistenza, raccontandone gioie e cedimenti con rara delicatezza. La tensione dello sguardo e quella precisione del dire in dialetto, nelle sue sfumature più autentiche, restituiscono la complessità del reale anche grazie al sogno: il poeta ne assume il peso, con profonda sensibilità e coraggio, fino a farne un canto che s’innalza verso l’alto.

(Suite di versi romagnoli per voce recitante in quattro movimenti: esposizione, interludio, ripresa e coda)

I

E’ fiór d’ lona
cun la sunêda d’Bach
dri i fiur d’mintàstar,
o i campanel de’ paradiṣ
lòngh stra al câṁbar da ẓnê
stra l’ôr dla veta
la séra ch’l’è pasêda la nöt
a l’êria di sogn,
’na córsa ch’la toca i rem dj élbar
e j oc de’ campê cun e’ ciamê
l’êria de’ sogn,
e al viôlaciöca dl’ânẓul
e i fiur int e’ prem fresch dla séra,
stra al magnôli
calé ẓo da i ẓarden cun l’udór dal rôṣ,
i ẓugh cun e’ vezi d’farena
int al boch ch’al scor
a l’êria dal candél a la nöt,
e stra al ciàcar ch’al rôṣga
la tegna cuṣida int al foi dl’amlôr,
i mulnel ch’i s’abṣena da tot i chent
s’i sona i pidarsul sambédgh
pissi pissi pissi pissi,[1]
e e’ vent l’artira gnicôsa, i rez
d’un fat ad fiur,
al boch d’bot dla lona
a l’udór dal viôl,
e agli òmbri agli è sól un tarmulê dal foi,
al mélarânzi ṣbuzêdi d’ôr cêr int la luṣ dla Piöpa
artôrta pr e’ vent dla staṣon dl’istê
int i dè ch’i bëca cun i capel,

e i suriṣ int un barbai d’luṣ
l’êria ch’la gozla j oc di pen,
al pignati d’acva chêlda
cun e’ mònd sech int al ven di fiur,

i fiur di castrachen
in do ch’al sona al campâṅ
un pér d’bëfi

de’ zil
cun j òman ch’i scor
ins e’ bëch di sogn
cun l’udór de’ dólz.

E l’utòbar chêld par temp
fìrum, pistènd i pi al gâṁb
al s’è impaluridi,
un arapês da invulês a e’ zil,
al tròmb d’arẓent
ins al nùval ch’al s’è nascösti int i cavel
e ch’an al vô dê ment,
e l’ânẓul pusês ins e’ sulaz de’ mònd
l’ânẓul da la ciàcra ch’e’ scor
e’ scor e’ scor e ch’u n’fnes mai
cun la tròmba ch’la sona
d’int ’na góla ch’u n’è mai ’sota,
bichènd la lona ch’la j è fata cumpâgna e’ mònd,
e e’ piânẓar dla pasion
prema dl’óra bona dla matena
sot’a e’ vent de’ pas
cvâṅt ch’al tórna
al foi ch’al bat
i pianafurt s’i sona a boca avérta
e’ temp int un pirulê de’ mònd.

E la ven int e’ mëẓ de’ dè
l’óra di ẓugh
s’e’ ṣgrafegna e’ côr e’ mëẓ de’ mònd
e’ fiór aṣérb,
e a dgen che i favur
j è ẓa murt i fiur
e e’ cantê dal bël cantêdi
a i prem fiur nuv,
e la staṣon ch’la s’è fata piò chêlda
e’ sól ch’u s’arciapa cvâṅd che al speṅ
an al taia al dida,
e e’ temp che on dri cl’êtar i fiur
i chësca par tëra,
e l’êria l’a s’è fata piò alẓira,
e e’ piôv ins al vet dal Piöpi
i stùran ch’a carden,
s’i góza i fiur
al vóṣ int la luṣ dl’istê ch’la s’ṣmôrta
d’ôr contra un’êria de’ zil,

e i cres i ẓarmoi, al nùval
agli à bagnê l’intai, stra al piânt
al foi ch’al bëca al dida biânchi
al mân ch’al borga int e’ vérd incóra
e ch’an al trôva,

se un cvicadon l’à fat la ṣmenta
la filadélfia la j è fiurida,
i ẓarmoi j à furê, e al foi
al s’aṣgrâṅda, sèmpar d’piò

e un cvicadon u s’è fat d’arnôv,
d’cô l’à arcminzê d’pösta,
e al viôl al dà fura
e al s’aṣlònga vers a l’êlta.

 

[1] notazione che indica un parlottare sottovoce

 

Il fiore di luna / con la sonata di Bach / vicino ai fiori del mentastro, / o i campanelli del paradiso / lungo tra le camere da cena / tra l’oro della vetta / la sera che è passata la notte / all’aria dei sogni, / una corsa che tocca i rami degli alberi / e gli occhi del campare con il chiamare / l’aria del sogno, / e le violacciocche dell’angelo / e i fiori al primo fresco della sera, / tra le magnolie / scesi dai giardini con l’odore delle rose, / i giochi con il vizio di farina / nelle bocche che dicono / all’aria delle candele la notte, / e tra le chiacchiere che graffino / la tignola cucita nelle foglie dell’alloro, / i mulinelli che s’avvicinano da ogni lato / se suonano il prezzemolo selvatico, / pissi pissi pissi pissi, / il vento che ritira ogni cosa, i ricci / di un fatto di fiori, / le bocche di botti di luna / con l’odore delle viole, / e le ombre che sono solo un tremolare delle foglie, / le melarance sbucciate d’oro chiaro nella luce della Pioppa / torta per il vento delle stagioni d’estate / nei giorni che pungono con i cappelli, // e i sorrisi in un abbaglio di luce / l’aria che goccia gli occhi dei pini, / le pentole d’acqua calda / con il mondo secco nelle vene dei fiori, // i fiori del tarassaco / dove suonano le campane / un paio di baffi / del cielo / con gli uomini che parlano / sul becco dei sogni / con l’odore del dolce. // E l’ottobre caldo in tempo / fermi, pestando i piedi le gambe / si sono intirizzite, / un arrampicarsi da salita al cielo, / le trombe d’argento / sulle nuvole che si sono nascoste nei capelli / e che non vogliono ascoltare ragione, / e l’angelo posarsi sul godimento del mondo / l’angelo dalla favella che parla / parla, parla, e non finisce mai / con la tromba che suona / da una gola che non è mai asciutta, / beccando la luna che è fatta come il mondo, / e il piangere dell’amore / prima dell’ora beata del mattino / sotto al vento da passo / quando tornano / le foglie che battono / i pianoforti se suonano a bocca aperta / il tempo in un girare del mondo. // E viene nella metà del giorno / l’ora dei giochi / se graffia il cuore il mezzo del mondo, / il fiore acerbo, / e così diciamo che i favori / sono già morti i fiori / i canti delle belle canzoni / ai primi fiori nuovi, / e la stagione che si è fatta più calda / il sole che si ravviva quando le spine / non pungono le dita, / e con il tempo che uno dopo l’altro i fiori / fa cadere a terra, / e l’aria che s’è fatta più leggera, / e piove sulle cime delle Pioppe / gli storni che crediamo / se gocciano i fiori / le voci nella luce dell’estate che si chiude / d’oro contro un’aria del cielo, // e crescono i germogli, le nuvole / hanno bagnato l’innesto, tra le piante / e crescono i germogli, le nuvole / hanno bagnato l’innesto, tra le piante / le foglie che pungono le dita bianche / le mani che cercano nel verde ancora / e che non trovano, // se qualcuno ha coltivato la semenza / e il fior d’angelo è fiorito, / e i germogli hanno forato, e le foglie / sono più grandi, ogni volta di più // e qualcuno si è fatto di nuovo, / dal fondo ha ricominciato del tutto, / e le viole forano la terra / e s’alzano verso l’alto.

 

Alex Ragazzini, nato a Faenza (Ravenna) il 4 di maggio del 1973, vive a Brisighella (Ravenna). Ha pubblicato in lingua romagnola il monologo Mecanìṣum (Il Vicolo Editore, 2016, Cesena), la raccolta La siṣma e al speṅ (Il Vicolo Editore, 2019, Cesena) e il poemetto Florilegium o i sogn (Il Vicolo Editore, 2023, Cesena). Alcuni testi sono stati tradotti in lingua inglese e spagnola, il poemetto Florilegium o i sogn è stato tradotto in rumeno e pubblicato in Romania (Editura Cosmopoli, 2024, Bucarest). Suoi testi figurano in raccolte antologiche, cataloghi d’arte ed in riviste letterarie; la sua poesia è stata oggetto di diversi saggi ed interventi critici pubblicati su riviste letterarie (“Graphie”, “Il Parlar Franco”, “Atelier”, “Limes”, “Inverso Poesia”, “Fermenti”, “Poezia”).