Alfredo Rienzi

Scienza e poesia non possono camminare su strade divergenti

(Independent Poetry, 

ottobre 2026)

a cura di Nadia Scappini
(tratto da Le parole de ilT)

Se la tradizione ci ha abituati a una poesia che nomina il mondo attraverso l’evocazione, l’analogia o il simbolo, l’ingresso dei saperi scientifici sembra aprire una sfida diversa: quella dell’esattezza e della precisione quasi anatomica delle parole. Crede che l’adozione di un lessico tecnico o scientifico rischi di inaridire la forza lirica del testo o, piuttosto, diventare un modo per restituire alla parola poetica un potere di aderenza alla realtà?

La questione dei rapporti tra le “due culture” – umanistica e scientifica – è tutt’altro che recente. Già all’inizio del ‘900, si registrarono le contrapposte idee del “razionalista” Pirandello e dell’”idealista” Croce, che vedeva l’intuizione pura alla base della creazione artistica. Anche negli anni ’60 e ’70 ci fu chi guardava con scetticismo all’era spaziale e difendeva la tradizione letteraria da ogni contaminazione tecnico-scientifica, come Anna M. Ortese e Carlo Cassola, e chi – tra i quali Italo Calvino e il filosofo della scienza Giulio Preti – sosteneva la fecondità per l’immaginario letterario della conoscenza e del linguaggio scientifico. Nello specifico dell’espressione poetica lasciarono un’impronta importante le esperienze della storica rivista “La Civiltà delle macchine” [fondata nel 1953 da Leonardo Sinisgalli, il poeta ingegnere, che ha sempre fatto convivere nelle sue opere cultura umanistica e scientifica]. «La Scienza e la Tecnica – scrisse – ci offrono ogni giorno nuovi ideogrammi, nuovi simboli, ai quali non possiamo rimanere estranei o indifferenti, senza il rischio di una mummificazione o di una fossilizzazione totale della nostra coscienza e della nostra vita. […] Scienza e Poesia non possono camminare su strade divergenti. I Poeti non devono aver sospetto di contaminazione. Lucrezio, Dante e Goethe attinsero abbondantemente alla cultura scientifica e filosofica dei loro tempi» (in “Natura calcolo fantasia”, rivista Pirelli, giugno 1951).

Venendo ai nostri tempi, da medico, poeta e studioso della poesia e del linguaggio, personalmente vedo più rischiosa la chiusura della lingua verso i nuovi possibili apporti, compresi quelli tecnoscientifici. E non solo per la mancata opportunità di usare strumenti preziosi e più precisi nella descrizione della realtà, ma perché è necessario contrastare l’impoverimento del vocabolario e, con esso, delle categorie di pensiero e l’inaridimento delle capacità di comunicazione e dei modelli relazionali.

 

In quest’epoca che appare di tumultuoso sviluppo di alcuni saperi scientifici e delle ricadute tecnologiche – basti pensare all’Informatica e all’Intelligenza artificiale – da quali discipline approdano elementi di innovazione nella lingua poetica?

La Poesia, come del resto tutta l’Arte, è una potente lente di osservazione e interpretazione del reale e del suo mutare. Scrivendo “lampadina” cent’anni fa e “forno a microonde” mezzo secolo orsono, si utilizzavano termini tecnologici, diventati nel tempo lingua comune. È naturale che oggi ci sia più sensibilità e impatto da parte delle discipline in evoluzione nella contemporaneità, dalla Cosmologia alla Fisica quantistica, dalle Scienze Informatiche a quelle dell’Intelligenza artificiale. Ma è proprio la disposizione della lingua poetica attuale ad accogliere materie nuove che dà segni innegabili di apertura. E apporti fertili possono originare da un ventaglio amplissimo di discipline scientifiche, non ultime quelle della vita, come ecologia, biologia, scienze del corpo umano.

Le ultime incursioni del linguaggio scientifico nella poesia, che mi è capitato di studiare, riguardano, ad esempio la “biopoesia” o “poesia cellulare” del poeta e professore di Anatomia Patologica Gaetano G. Magro; un’operazione che raccoglie la radice di una densa filosofia del corpo – che in Italia ha avuto in Umberto Galimberti il suo pioniere e interprete fondamentale – e la traduce in versi, rappresentando il mondo e la vita da un altro punto di osservazione.

 

Osservare il mondo dalla “dimensione cellulare” sposta la fonte dell’ispirazione” poetica dal paesaggio delle emozioni alla densità del corpo oppure fornisce uno strumento per potere raccontare in versi esperienze comuni a tutti ma finora poco presenti in poesia?

La “biopoesia” nasce da un’idea di Gaetano G. Magro, che sottende a una precisa visione del mondo: «Da circa 15 anni mi batto pubblicamente – ha dichiarato Magro – affinché si riconoscano queste due verità: “la verità è microscopica (non macroscopica)” e “le cellule vengono prima del pensiero”».

Su tali aspetti concettuali ci sarebbe molto da dire e dibattere, ad esempio “verità”, anche in scienza è un termine da maneggiare con circospezione; “micro” e “macro” sono categorie relative e per un fisico la cellula è una dimensione macroscopica; in senso non evolutivo ma funzionale altre branche scientifiche come la biosemiotica e l’epigenetica comportamentale illuminano “verità” differenti che porterebbero a riassumente che non c’è una separazione netta tra la cellula come materia e il pensiero come funzione. Ma qui ci interessa soprattutto esporre la rilevanza degli aspetti letterari e poetici della “poesia cellulare” ed è lo stesso Magro a inquadrarli: la “biopoesia” è uno strumento «per tutti coloro che vorranno utilizzare un linguaggio medico-biologico e/o tecnico-scientifico come telaio delle loro poesie; sono convinto che questo tentativo, apparentemente titanico, pian piano e più o meno clandestinamente, aiuterà la migrazione delle cellule, dei tessuti, delle proteine, del DNA, dei tumori e delle patologie di varia natura, ad approdare, attraverso il varco angusto del linguaggio poetico più tradizionale, sulla sponda di una visione letteraria che da sempre ha trascurato le grandi tematiche biologiche dell’esistenza, interrogandosi soltanto sul senso della vita e della morte, come se queste due entità potessero essere soltanto quesiti ontologici religiosi, filosofici, letterari e non biologici».

 

Sul versante della parola poetica cosa introduce, quindi, la biopoesia di Gaetano G. Magro?

Magro non inventa nulla da un punto di vista concettuale: anche se gli strumenti dell’Anatomia Patologia e dell’Istologia hanno pochi secoli di vita e pochi decenni quelli della microscopia elettronica che consente di guardare dentro le cellule e le loro componenti. Già Lucrezio due millenni fa si interrogava sui rapporti tra l’uomo e la sua struttura atomica. Il grande interesse che ci offre la “poesia cellulare”, la sua novità nasce nella nominazione stessa di una dimensione che non è altra da noi, ma così poco e male era stata finora utilizzata in poesia. Solo leggendo le opere del poeta-medico si può trovare una riflessione che nasce da una sistematica fusione tra nomenclatura medico-scientifica e suggestioni metafisico-esistenziali, con l’utilizzo di termini biologici, anatomopatologici e oncologici («membrane basali, tessuto parenchimale, assone, adenoma, metaplasie, carcinoma, mesotelioma, melanoma, linfoma, mitotica, amminoacidi, lisosomi, cromosomi»), immersi in una matrice multiscientifica e logico-filosofica («campi multigravitazionali, relatività, guizzi quantici, particelle, termodinamica, pulsar, entropia, triangolo isoscele, assi obliqui, barra di calibrazione, sismografo, ontogenesi, cartesiana, sofisti», «tautologie, enunciati, formule definitorie, metafisica» ecc.).

Dopo tanti anni di pratica poetica mi sono sempre più convinto che discettare attorno alla poesia, senza entrare dentro, letteralmente, i suoi versi, vale e spiega molto meno di quanto i versi stessi hanno il potere di fare. E sono sufficienti alcuni versi del poeta catanese, tratti dall’opera fondativa della biopoesia (Il vaniloquio delle cellule ebbre pubblicato nel 2014 su “Incroci”, Adda Editore), a dire, con indubbia e lampante meraviglia, molto meglio di tutte le mie precedenti parole:

Le più superficiali cellule epidermiche, intestinali, vescicali, / uretrali, del sangue, della cavità orale, muoiono continuamente, / senza che abbia coscienza di questi minuscoli, funerali quotidiani / perché grande il miracolo che tiene uguale la materia che muta, // senza saper di mutare: ora, però, lo so ogni giorno muoio un po’

da Custodi ed invasori, Mimesis-Hebenon 2005, Arcipelago itaca, 2024

*
La luna ed il lampione si guardarono sempre con sospetto
e muta diffidenza nella decade
stentata in cui resistettero il ferro
e il filo di tungsteno appena caldo
alla misura che ruggina e spegne.
Il giallo lampeggiante del passaggio zebrato
esasperava l’isteria del tempo.
Alfa Eridani, dal carnoso nome di ierofante,
appena intraveduta a magnitudine settima o ottava
inavvertitamente trasmetteva a questi vicoli fotismi inquieti,
categorie intermedie tra tacita memoria
e oblio del fiat Lux.

Per legge di causa ed effetto
III.

Come in molte poesie l’aria dopo la pioggia è acerba e tersa,
l’acqua riposa in cerchi e increspature
aspettando col calore del giorno la diaspora e l’ordalia
la provvidenza avrà forma di ragno,
araldo di salvezze e perdizioni,
o la pendenza dell’ipotenusa su cui plana la foglia
uno scarto improvviso di un arbitro qualsiasi
forse il mio stesso passo, rincasando,
inconsapevole del suo potere e
di questa ingovernabile e perversa
legge di causa ed effetto.

*
Eri lì sul portale, sbalzato da un tiepido e sussurrante
sogno di serpi alate e brusenti succiacapre,
oltre il fossato che divide il mondo
da ipotesi insicure, da assiomi indimostrati
con te vegliava il poeta, il taciturno, il muto
alle orecchie di chi non sa ascoltare neppure il proprio fiato:
furioso era quel tempo di spade roteanti e ferri aguzzi
per colui che ferisce il piede nudo nel labirinto d’ossa frammentate
per destini che erodono con morso diseguale d’anfesibena
la pietra, il legno, il sacrilegio sulla lingua.

da VII. Septima, di prossima pubblicazione

*
Ci troveremo un’altra volta ancora
in Sagittarius A asterisco

io con gli atomi di trecento vite
in fila indiana d’anniluce

tu avvolta dai settantamila veli
e dal più novigenio dei bagliori

nessuna informazione andrà perduta
neanche il più lieve e inconcluso bacio

*
…e c’è quest’insolubile equazione
del vento e della sabbia

del sasso e della rosa del vento e della rosa
della sabbia e del sasso

dell’uomo seduto sull’arenile
alla bocca del vento

l’amore indefinito al t0
la sua formulazione indimostrata

il sasso nella mano occidentale e
la rosa nella destra

 

Alfredo Rienzi (1959) si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Torino nel 1984 e nella stessa città ha conseguito la Specializzazione in Medicina dello Sport nel 1987 ed il Diploma di Terapia Omeopatica nel 1998. Ha esercitato la professione di Medico presso il Servizio Sanitario Nazionale fino al 2022. Ha all’attivo pubblicazioni scientifichegare su riviste di settore nazionali ed internazionali. Ha affiancato all’attività professionale quella letteraria pubblicando diverse raccolte di poesia (da Contemplando segni, in 7 poeti del Premio Montale, Scheiwiller, 1993, pref. di M. L. Spaziani a Sull’improvviso, Arcipelago itaca, 2021, pref. M. Cucchi; ultima delle quali è l’antologia bilingue italiano-spagnola Di sexta y de septima grandeza / Di sesta e di settima grandezza, Mora Barnacle, Argentina, 2024, cura e trad. di A. Nazzaro). Ha pubblicato numerosi contributi critici e saggistici su blog, riviste, volumi collettanei e il volume di saggi Il qui e l’altrove nella poesia italiana moderna e contemporanea, Edizioni dell’Orso, 2011. Ha fondato e dirige del 2020 il lit-blog “Di sesta e di settima grandezza” e cura per la rivista online “Poesia del nostro tempo” la rubrica “Esogrammi” che esplora e campiona la presenza dei linguaggi delle Scienze nella poesia italiana moderna e contemporanea.