Anne Carson, la memoria dell’acqua

Come l'acqua

(Crocetti, 

2025)

Sulla fine

Qual è la differenza tra luce e illuminazione? C’è un’acquaforte di Rembrandt intitolata Le tre croci. È un’immagine della terra, del cielo e del Calvario. Un attimo piove su di loro; la lastra si fa più scura. Ancora più scura. Rembrandt ci risveglia giusto in tempo per vedere la materia uscire barcollando dalle sue forme.

 

Su Le bonheur d’etre bien aimée

Giorno dopo giorno appena sveglia ti penso. Qualcuno ha sparso in aria dei gridi di uccelli come gioielli.

 

La città sulla strada per i boschi di Dio

Ditemi.
Avete mai visto.
Ogni albero una parola un tempo una.
Nuvola sulla Bolivia.
Le montagne si rannicchiavano un tempo in un.
Vecchio vagone merci la parola per i boschi.
Di Dio.

 

La città del girovagare

Non c’è altro Dio che.
Dio fuori per la passeggiata.
Serale di Dio nel fragore.
Del fogliame frementi boschi.
I raccolti che si scuriscono i cuori.
D’oro sul punto di rompersi.

 

La città di Hölderlin

Sei pazzo a piangere da solo.
Con i pozzi prosciugati.
La luce delle stelle sul fondo.
Come un pezzo di suono.
Gli oggetti di scena ti sfrecciano davanti.

 

Nell’introduzione al recente volume “Come l’acqua”, tra le altre indicazioni che avvicinano il lettore a una materia tutt’altro che semplice, Patrizio Ceccagnoli dice di Anne Carson: “guadagnandosi da vivere come docente universitaria di greco antico, Anne Carson matura una sorta di idiosincrasia per il mondo accademico a cui appartiene, un’idiosincrasia per le sue rigide norme, per le convenzioni, per un’erudizione che non concede scampo”: più che l’estraneità alla concezione immutabile, autoreferenziale, del mondo universitario e degli studi letterari che pure connotano l’inclinazione della poetessa, colpisce l’idea del guadagnarsi da vivere svolgendo una professione ritenuta esclusiva, sacrale, che viene liquidata come una qualsiasi modalità per sbarcare il lunario, si direbbe, quasi, un espediente. In realtà, la definizione non sembra lontana dal sentire dell’autrice che, avendo maturato l’idea di essere, in qualche modo, sbagliata o in procinto di diventarlo rispetto al proprio ambiente di lavoro e alla sua fenomenologia, pone l’accento su quell’allentarsi della mente, quella separazione dall’io, che è condizione necessaria per vedere in maniera differente, e che può accadere solo quando si sperimenti dolorosamente la contraddizione e si operi per scardinare le certezze apparenti di un sistema. D’altra parte, l’inarrivabilità della compiutezza ontologica per il linguaggio poetico – almeno nei termini in cui la si è creduta possibile nel Novecento – rappresenta un nodo concettuale con cui l’autrice ha dovuto confrontarsi, con i due fantasmi dell’Essere del Linguaggio che obbediscono a leggi diverse. La parola poetica diventa così, per Anne Carson, il luogo in cui il soggetto si affievolisce, scompare poco a poco: il soggetto – che è comunque una iattura, uno scandalo – incontra il nulla per sottrazione, passando dalla pienezza apparente della rappresentazione al vuoto ontologico, mentre una nuova lingua introduce il significante come graffito, traccia, presenza-assenza

Sui lavori forzati

Je haïs ces brigands! disse un giorno a Omsk un aristocra-
tico di nome M-ski mentre passava davanti a Dostoevskij
con occhi scintillanti. Dostoevskij entrò dentro e si sdraiò,
con le mani dietro la testa.

A proposito dell’acqua, elemento simbolico che definisce i componimenti raccolti nel libro e che li lega come una matrice, una definizione vuole che l’acqua scorra così liberamente perché non avrebbe memoria: da un punto di vista che possiamo definire scientifico, invece, l’acqua possiederebbe una sua memoria (come indicano gli studi di Benveniste, che per primo propose questo concetto approfondendo gli esiti di Vincent e le scoperte di quest’ultimo relative alle leggi bioelettroniche dell’acqua). Nei suoi testi, Jacques Benveniste asserì che l’acqua, tra le altre proprietà, abbia la capacità di mantenere una traccia, un ricordo, delle sostanze con cui viene a contatto. Lasciando da parte le basi fisico-chimiche della memoria dell’acqua, e l’evidenza che l’acqua possa memorizzare informazioni e vibrazioni provenienti dall’ambiente circostante, nell’opera della Carson – segnatamente, nella quinta sezione del libro di prose e poesie Plainwater (ed. orig. 1995), Anthropology of Water – c’è una sfida al luogo comune del ‘semplice come l’acqua’, locuzione usata da sempre per definire qualcosa di perfettamente chiaro, comprensibile, immediato. In effetti, se l’acqua è la metafora dello scorrere, del cambiamento, se le parole scorrono come l’acqua, non sono in grado di filtrare il pensiero, di trattenerlo. L’assunto è, rispetto al titolo dell’opera, uno degli esiti più efficaci della scrittura di Anne Carson, richiamare l’attenzione e suscitare l’empatia del lettore con termini apparentemente semplici, salvo esprimere una molteplicità di significati e una stratificazione di senso opposti a quello che le sue parole, almeno a prima vista, indicano o affermano. Quando leggiamo dell’acqua, stiamo leggendo di noi stessi o della complessa vicenda mitologica trasferita nel nostro tempo, dei casi di vita dell’autrice? L’acqua che trascina non è troppo trasparente per renderci invisibili, troppo leggera per sollevarci dal peso di essere visti o riconosciuti?

Penso che fu Kafka ad avere l’idea di attraversare l’Eu-
ropa a nuoto e di farlo insieme al suo amico Max, fiume
dopo fiume. Purtroppo, la sua salute non era adeguata.
Così cominciò, invece, a scrivere una parabola su un
uomo che non aveva mai imparato a nuotare.

È stato detto che la scrittura della Carson ha il ritmo della poesia e la concretezza della prosa, e nella complessità della sua opera – che rende estremamente impegnativo anche il lavoro della traduzione, a meno che lo stesso non venga affrontato da un altro poeta, che sappia catturarne la visione per frammenti di illuminazione – bisogna cogliere gli infiniti rimandi alla tradizione classica (ripresa senza compiacimento, anzi portata con valenza oracolare di fronte al disastro del nostro tempo), lo sviluppo parallelo alla storia personale e collettiva (la sua biografia, le nostre biografie), il potere d’invenzione che è una delle sovrascritture possibili sulla realtà (il tentativo disperato di ordinare i casi di vita, di stabilire un sistema di nessi o di verità in grado di renderli meno inutili o spietati): così, nell’incontro tra i tempi e i mondi apparentemente lontani, nel repertorio del possibile trovano spazio interviste a un poeta del VII secolo a.C., il dialogo muto con la musa di un pittore del XV secolo, un pellegrinaggio laico lungo il cammino di Santiago, il Kansas, il Colorado e la Route 9, i dieci radicali più importanti e il cuore: perché è di cuore la natura liquida del linguaggio, di cuore è la fuga in Grecia delle cinquanta figlie di Danao per evitare il matrimonio forzato con i cugini, di cuore – ancora – è la loro condanna a versare acqua in una botte forata, a setacciare l’acqua in eterno.

Nel simbolo, accuratamente evitato dalla Carson fino al punto che la costringe alla resa dei conti, appare in controluce o in filigrana la vicenda interiore: l’autrice, che tanto ha fatto per sfuggire alla dimensione della copia e della ripetizione, si ricollega archetipicamente alla vestale in disgrazia, che ha ceduto all’amore (che non ha saputo trattenere l’acqua), che ha perso integrità, ma questo è un fatto inevitabile. Il tema, del resto, è ripreso e approfondito nel libro d’artista realizzato insieme a Roni Horn, Wonderwater, in cui la teoria dei quattro elementi di Empedocle e la dialettica tra Amore e Conflitto sostengono le sue riflessioni di nuovo sul rapporto fra donna e uomo, declinato nella stessa versione personale e nelle vicende del poeta Hölderlin. L’acqua, si potrebbe aggiungere con le parole di Elizabeth Bishop nei versi finali della poesia At the Fishhouses, è come la conoscenza: se vi immergessimo il polso, proveremmo dolore e bruciore, se l’assaggiassimo sentiremmo l’amaro. È, infine, nella decomposizione del corpo immerso nell’acqua, nella perdita dei suoi tratti, dei suoi confini, che a ciascuno di noi è dato diventare un’altra cosa.

Anne Carson (Toronto, 21 giugno 1950) è una poetessa, saggista, traduttrice e accademica canadese, considerata una delle voci più influente della letteratura contemporanea. Classicista di formazione, insegna letteratura greca e comparata, fondendo nella sua opera, spesso ibrida tra prosa e versi, la tradizione antica con la modernità.