Antonio Nazzaro
Da La dittatura dell’amore
(Delta 3 Edizioni, 2022)
di ANTONIO NAZZARO
Malattia. Nono giorno. Persiane abbassate.
di nuovo qui
sembra che culli
ma è un dondolare inconsulto
e mani a tremare
a stringere forte ma forte
l’aria
di nuovo qui
a vedere te
davanti a una sorella
dalle parole senza suoni
dall’urlo epilettico
a squarciare il petto
di nuovo qui
su quel marciapiede di Caracas
a fermare chi vuole ridare fiato
a quel corpo caduto chiamato padre
di nuovo qui
madre
una smorfia di pelle secca
e gli occhi sempre bambini
a dire non avere paura Antonio
ti cullo io
di nuovo qui
a giocare l’ennesima partita persa
ma non mollo
con Daniela in una mano
e il Nano nell’altra
ti colpisco
tacita e furiosa impotenza ti abbatterò
(12 settembre 2021)
la notte è passata
ogni rumore è un respiro
a cui accorrere
la pioggia sui tetti
ha suono di battiti
a spegnersi
l’ansia è foglia
nel vento d’autunno
a rigirarsi
la paura è la parola
non data un sorriso mancato
a fare colpa
si rigira la testa
sul cuscino tra un giorno ancora
e una morte a chiamarsi
il dolore un desiderio spezzato
e restare lì con una carezza
indifferente
all’aprirsi chiudersi degli occhi
(3 novembre 2021)
Malattia. Felicità e Follia. Soleggiato freddo.
sulla sedia dalle ruote che non girano
mi aspetti cantando
canzone incomprensibile tra dialetto e itañolo
sorridi “ciao disgraziato bello”
sorrido e ti bacio in fronte
strani baci quelli in fronte
evitano il tuo viso
rispettano le rughe
con sguardo gioioso domandante
ma quando muoio?
prima o poi come tutti
sì ma io sono vicina
ho persino le ruote per arrivarci
ma se non riesci a farle girare
certo è questo il trucco
ti accarezzo come facevo con Daniela
per un tempo abbiamo pensato
che quando rideva fosse felice
poi scoprimmo che erano crisi di follia
sai hanno bocciato il referendum per l’eutanasia
e certo loro non hanno avuto una figlia cerebrolesa
e non sono ancora seduti su una sedia dalle ruote che non girano
riprendi a cantare ed io faccio il coro
(16 febbraio 2022)
Dalla prefazione di Stefano Simoncelli
(…) Sono versi pieni di disperazione, amore e tenerezza. “a dire non avere paura Antonio / ti cullo io / di nuovo qui”. Si è sempre a quel punto in cui non c’è rimedio, quelle braccia che ci hanno cullato e di cui avvertiamo l’assenza, il vuoto incolmabile. Ancora: “a giocare l’ennesima partita persa / ma non mollo”, non si può mollare, la vita va avanti e quella donna minuta, fragile, ammalata, alla fine esce dal buio del lutto e diventa luce sulla pagina. La poesia ha questo privilegio e magia se è poesia vera che scaturisce dall’anima. Sono sicuro che un eventuale lettore di questi versi limpidi, puliti, coinvolgenti potrà trovare conforto a un suo dolore di cui non trova le parole per dirle a se stesso e confessarle ad altri. (…)
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