Beatrice Achille – Inframondo
(Poesie,
per il decennale)
a cura di Michele Donati
Per Beatrice Achille, in occasione del decennale di Independent Poetry
Quando il dio Theuth (o Toth dalla testa d’ibis, o potrebbe essere Ermes, o Ermete Trismegisto) dona al faraone Thamos l’alfabeto, il sovrano rifiuta l’omaggio: chi farà affidamento alla scrittura, ammonisce, non possiederà una vera conoscenza, potendo ricorrere allo scritto in ogni momento, a differenza di chi, avendo ascoltato un discorso, lo conserverà nella memoria, sapendo farlo proprio. Così – ambiguamente, poiché per iscritto – Platone nel Fedro racconta le insidie di Theuth, da cui proviene fra le altre cose anche la magia, dono – questo – accettato dal re. Allora, se la poesia è magico strumento di conoscenza, potrà esserlo compiutamente e non in maniera illusoria solo dispiegandosi nel tempo attraverso una voce che la pronuncia e qualcuno che la ascolta, poli restituiti a un unica coscienza, e non recintata negli spazi alfabetici, simbolo di simbolo di simbolo, codici logici troppo stretti per abbracciare l’essere e le sue verità terribili e luminose. Su questo versante Beatrice Achille pronuncia, fa vivere la propria poesia: i testi qui offerti – due Preludi e Lunarità, una visione rituale tra profezia biblica e mistero alchemico – si fondano su questa tensione vocale che dà forma al pensiero stesso nel suo dipanarsi. Immagini di grande energia evocativa (si prendano ad esempio i tre scrigni) sono armonizzate nella musica di una sintassi ariosa, ricca di infiorescenze mai dissonanti. Alcuni modi di periodizzare o, meglio, alcune linee di fraseggio si espandono sulla partitura inseguendo la traccia comune di senso e suono con soluzioni non dissimili da quelle di Amelia Rosselli.
Il percorso trasformativo è una iniziazione archetipica che avanza per stazioni giungendo ad una apocalisse, una rivelazione, quella del profeta Elia sul monte Oreb dopo la tremenda prova del deserto: il dio si manifesta nell’alito di vento, non nel terremoto, nella tempesta, nell’incendio. Lunarità sembrerebbe pensata ascoltando proprio questo alito di vento che rinnova lo spirito e propizia la metamorfosi, o forse improvvisando un canto sui cicli governati da Artemide, Ecate, Selene, Pandia, le tante voci della femminilità della notte complementare alla virilità del giorno.
Due preludi
I.
nella notte della metamorfosi un pianto
gocciola e gocciola lungo il fianco del viso
fino al mento una crema salata di salso
raccolta sulla pelle che non la contiene
lacrima che profuma la stanza di miele
è come se dicesse ecco avviene il dolore
lasciando nell’anima un candore vocale
che sale fino al palato e chiede chi piange?
non io non io io non conosco male
ho visto i cieli ardesia ottobrini e le lande
su cui distende il cardo domenicale
che punge il vento mentre si cuce al calcare
ho visto bossi salici asfodeli e l’aster
petalo a petalo a petalo sopra il gambo
sulle coste che mormorano la risacca
mentre secca la pietra dondola nel sale
non io non io ma questo mio nome
che ha assistito all’annunciazione del mattino
e bambino ha sciolto subito l’attenzione
quasi non volesse alcuna traccia del dono
magico è questo perdono che mi ha salvata
e questo pianto non è che fumo d’incenso
possa distillarlo nel senso del ricordo
la voce che sul mondo levata si svela
ogni mio gesto è esso stesso una preghiera
vibrante intento che mi ha chiamata a chiamare
in una sera plumbea il pianto è profumo
e nel profumo il presagio del focolare
nella notte della trasmutazione ho colto
un sasso di carne dalle lenzuola bianche
bruciava al tatto quasi fosse pietra ardente
o frammento di stella caduta dal cielo
intensamente ricolmo e da sé colmato
si è fatto giorno al buio e il buio lo ha ingoiato
e dal nero plumbeo come per magia
generato non creato εἶδος – un’idea
II.
volge involuta come al vento mezza luna
riflettendo in tutte le cavità spettrali
con un raggio che non illumina ma ombreggia
non rivela ma suggerisce appena e sfuma
esistenza che deduce senza creare
si addossa al mondo sperdendone il suo pensare
dimentico riluce da sé illuminato
ma muore naufrago disteso in un pensato
atto corporeo o apparizione lunare
nell’incontro il pensare muove di marea
prima identifica come spargere sale
poi minerale sprofonda via dall’idea
semina salsedine il canto di sirena
che la volontà trasmuta in danza flebile
trascina ad affondare e si resiste appena
si naufraga soltanto su sabbia sterile
gettare nell’abisso la navigazione
senza ricordare del mattino o del Sole
ma ancorare tutto al diafano riflesso
per mancanza di coraggio o di un puro amore
la notte intiepidita da un raggio rifratto
voce celeste che s’illumina insaputa
ma la volontà deve volere ogni gesto
così da innalzare a meraviglia anche l’atto
silenzio distillato in musica o canzone
danza l’esistenza sino a libertà
il tempio della possibilità d’azione
alla luna le sue porte serrerà
si deve evolvere la lunarità
trasmutarne la luce nel ritorno al Sole
ondula polvere si ricaverà
evaporate al fuoco le ombre più paurose
diviene il campo dell’anima che innamora
in cui sboccia morale la propria magia
rarefatta si ritira l’analogia
ogni parola si ristringe poi svapora
Lunarità
appaiono tre scrigni
il giardino del latte e del miele
il tempio della pietra sacra
il deserto
la scelta è dolce
chiaroscuri equilibri di forze – di destino in destino
un’anima è un’offerta, un sacrificio – un atto di coraggio per coerenza
appaiono tre scrigni – il primo profumava di menta
ogni passo nel giardino è acquaforte d’una fioritura
l’orma imprime un intento e nell’intento germoglia
si sutura la terra al passo e ogni pensiero è già foglia
è sempre stato questo il regno della gloria
un semplice, umile orto di cicoria
cresce vita bella qui attorno, commuove l’anima
fino al liquido tremore di una lacrima
è questa, è questa la terra della grazia
ti conduce per mano in un bosco d’acacia
tutto è salvo qui, tutto un profumo di gelso
qui, tutto è grato, innamorato anche solo del passo
come se ogni movimento fosse un salmo
una preghiera cantata con voce fresca nel candore,
nel dolore che rinsalda, che spacca il seme
e taglia il suolo per lasciare che il bocciolo esca
qui abita l’anima che fuori di sé a sé conduce
in ogni petalo vi traluce lei che più è cara,
che più è sacra, che si dona come un bambino
è per lei ogni passo nel giardino, ogni parola gioiosa
qui abita l’anima luminosa, l’anima amata,
i cipressi ne nascondono le tracce ma nulla di lei è più segreto
nuda, distesa nell’oliveto, ti ha sempre nominato al vento
ti ha cercato nella notte ad ogni porta in ogni piazza
ecco, slaccia la corazza, leva la spada e si spoglia dell’argento
solo ora è il momento, è già il cuore preme due parole
ti amo
si spandono sulle labbra come miele su ricotta
ti bacia con i baci della Sua bocca
una fontana che straborda e trabocca
materia disciolta ritorna alla fonte
è la pace di questo regno, il primo scrigno
un aroma dolce che ovunque si diffonde
si spande fresco sulle labbra il suo nome
si distende come miele sulla ricotta
o burro sul pane caldo colore d’ambra
un balsamo di tuorlo d’uovo sulle labbra
dove è il pensiero lì vi è il tesoro
una spezia acre è il mondo incantato
che apre come un fiore la visione
il giardino dona – il giardino vuole
dall’albero la mano non colga il sapore
il pomo proibito è germogliato,
nemmeno il figlio verrà perdonato
è tempo
la luce lunare rinfrange sulle onde
il salso dolce si posa sulle foglie
il mago tace e ora è l’ora della prova femminile
l’opera al nero
o oscuro primaverile
mi privo dell’ultima immagine
tra le ciglia la scura fuliggine
è arso il mio vecchio essere
rinascere bisogna rinascere
l’orto schiusosi diventa palude umida
ti nega la partenza, ti vuole vincere
o resti lotofaga o curi terra arida
il secondo scrigno già scricchiola
il gelo minerale della pietra sacra
ti offre una casa e suggerisce la preghiera
ma ci cresci magra magra spolpata all’osso
anche se è nell’asciutto che la voce è vera
è la pietra su cui scorre l’acqua di fonte
impietosamente gelida ma assetante
il regno o corpo organico della montagna
vi sgocciola carne del cavaliere errante
cavaliere errante ferito è l’ego – il drago
la spada grezza ancora da forgiare silente rito
con l’ombra del mago che sfolgora mercuriale
a terra boccheggia l’animale la bestia
la lama ancora insanguinata intiepidita
nella lotta ha sventrato persino la nebbia
e persino la parola è stata ferita
è la volontà che viene taciuta nel sogno
appagando i desideri si assopisce
ma deve sempre tornare vigorosa
quando nell’incubo nero fallisce il sonno
riconducendo alla veglia miracolosa
eremita si rivolta nel terzo scrigno
che sbuffa e sibila una polvere o una sabbia
rantola nell’aria un bisbiglio di serpente
dopo il giorno sanguigno e la notte inclemente
s’apre il deserto
ci si accosta al niente
nomade nella vita nomina le rocce
passo dopo passo tra le dune e le fosse
avvolto nella sete non esiste che il corpo
rappreso lungo un filo di coraggio cocente
il lunare fiancheggia il diurno
mentre l’erede resiste dormiente e si spreme
la costola, vira la bussola e nota Saturno,
lo sovrasta il firmamento
infine,
infine
un alito di vento
Ci fu un vento impetuoso e forte che
fendeva i monti e spaccava le rocce
(ma il Signore non era nel vento).
Dopo il vento, un terremoto
(ma il Signore non era nel terremoto).
Dopo il terremoto, un fuoco
(ma il Signore non era nel fuoco).
Dopo il fuoco, il sussurro di
una brezza leggera.
1RE, 19, 11-12

Beatrice Achille (Trieste, 1996), laureata in filosofia, è una dei curatori della collana di poesia I libretti verdi per la casa editrice Battello Stampatore. Ha realizzato l’installazione sonora Mnestica, presentata in diversi contesti espositivi, e con il collettivo Achille/Rosa realizza opere performative.
Nel 2022 ha pubblicato la raccolta poetica Medeatiche (Vydia Editore, collana Nereidi). Il libro ha ottenuto vari riconoscimenti. Suoi testi poetici, saggi brevi e contributi critici sono apparsi nel corso degli anni su diverse riviste letterarie e pubblicazioni collettive. Tra le uscite più recenti si segnala la pubblicazione di un suo racconto, tradotto da Mike Markart, all’interno del volume Grado – Der ins Meer hineingerufene Ort.
