Carlo Ragliani – Inframondo
(Poesie,
per il decennale)
Rossella Renzi
Per Carlo Ragliani, in occasione del decennale di Independent Poetry
Carlo Ragliani mostra la medesima e sorprendente forza espressiva in entrambe le scelte linguistiche che decide di adottare per la sua poesia: sia in quella in lingua italiana, sia in quella nel dialetto di Candiana, della provincia di Padova. Le immagini dei suoi testi appartengono al mondo degli affetti e a quello della natura: si tratta di una natura ancestrale, che agisce con una forza assoluta, oltre lo sguardo e la presenza dell’uomo. E che viene colta nella sua complessità, fatta di indole, istinto, memoria che esiste ancora prima della nascita. Quella natura madre che sembra domare ogni gesto, che si muove come “divinità ctonia” nel procedere del mondo: forza dolcissima e feroce, che prende forma, ad esempio, nell’immagine della cerva. La stessa che decide di separarci da chi amiamo, che decide per i morti, e attraverso la fatica e il dolore, plasma la lingua dei vivi. In questo contesto il verso di Ragliani si fa tumulto: sempre nudo ed esposto, in contatto con altri mondi, primordiali, mossi da spinte ataviche. La parola ha il sapore di qualcosa che non si può scalfire, che resta vero nella voce e nella mente, e così si imprime sulla pagina.
Con uno sguardo volto al mistero profondo e al fascino tremendo – per usare espressioni dello stesso Ragliani – il poeta tenta di nominare il segreto delle cose, per assolvere al suo compito ingrato: “Scrivere nonostante gli uomini siano irreparabilmente separati dalla vita, e l’abisso incolmabile non possa che tradursi in sangue.”
Una voce evocativa e carica di sostanza, quella del poeta di Candiana, che chiede di essere pronunciata con pacata delicatezza, in ogni sua sillaba: una formula rituale che accoglie il senso della scrittura, mentre prende vita, simile a una scintilla, la poesia.
Da La cerva (inedito)
CERVA VIOLATA.
ancora è spansa
cenere sul nome.
ancora è sparsa
mola d’ardesia e
sale sul tuo volto.
quindi rispondi
a l’appello del
buio. il cuore
è fossa escavata
dal tramonto.
è sulla selce
di te sitibonda
che si spiega
e màcera l’estate
col nembo che
mòrdica l’occulte
acque. ma nella
diaccia che ti colse
anzitempo i labri
in un bacio ferroso
il velluto sciupato
odora del tuo sevo.
lì ti son spezzàti i
lombi. e spezzato
il dorso e bagnate
le cesarie. ti possiéde
nel sangue un muto.
è il capro. bruno viene
al sommo del vuoto.
su l’acme de l’ombra.
al negro vertigo del
mostro che ti fiuta.
dalle nari ti beve.
ti prende. ti preme.
ti branca. gode.
poiché cavato lo
strale dalle carni
ti si schiude un
occhio ocra ne
l’utero cilestro.
e più non gridi.
*
Da Tèra. La terra (Ronzani, 2024)
Cuesta xe ła tèra dei me morti.
De me nona, e de me nono.
Del triboeare de me opà,
Dei sïori che nó semo mai stà.
Dea fadiga che mai basta.
Cuesta xe ła tèra dei süori e dee biasteme.
Dei caɣeji bixi. Dee onge onte.
Dee braghe da diłaoro.
Dee camìxe fate su fì’ i gumbi.
Dal gnente ca so sta fato,
Al gnente indove ca ndarò finirla:
Cuesta xe ła lengua ca cavo de boca ai me morti.
Questa è la terra dei miei morti.
Di mia nonna, e di mio nonno.
Della soma di mio padre,
Del denaro mai avuto,
Della fatica perpetua.
Questa è la terra del sudore e delle bestemmie.
Dei capelli bianchi. Delle unghie sporche.
Dei pantaloni di fustagno.
Delle camicie dalle maniche arrotolate.
Dal niente da cui nacqui,
Al nulla in cui sprofonderò:
Questa è la lingua di cui privo i miei morti.
*
Da Mare. La madre (inedito)
Romai el tó baegare
el xe on coro sensa canta.
E a scrivarte na riga,
na puexia kea me piaxa,
xe scaƚumare in tea tó àcoa
pà ‘edarghe drentro ea pasion
dii cristiani pai oci de coéi
ca artro no i xe.
Ormai il tuo dire ondivago
è un coro senza canto.
E scriverti una riga,
una poesia che mi piaccia,
è come scrutare nella tua acqua,
per vederci dentro la passione
dei cristiani, attraverso gli occhi
di coloro che più non sono.
*
Da Fògo. Il fuoco (inedito)
Mi có ‘erxo i oci a ‘edo
na sentiàra de formento;
e indrentro kii grani,
on desterminio de bujèi
ca i fà tera àrsa per sóto
de kea prejon. E có scrivo,
ti te dago sta moróna de fogo,
e ste sbraxe ca e bruxa e mai
e se ismorsa. Ma de sta ‘òja
ca te ciapa, pì ca te n’inmostro,
manco ghe ne gò.
Io, quando apro gli occhi,
vedo cento are di grano;
e dentro a quei chicchi,
un’infinità di falò che
fanno terra bruciata per
di sotto a quella prigione.
E quando scrivo, a te porgo
questo monile di fuoco, e queste
braci che avvampano per
mai estinguersi. Ma di questa
voglia che ti piglia, più te ne
mostro, meno ne ho.
*
Da Sùxio. Il vento (inedito)
Proà gò proà roxegare
e maxegne. E gò morsegà
da ca’l poco ca i denti i gò
maxenà tuti. Mi xe i morti
coei ca i tien in piè. Nó so bón
de brigare fà ea bissa, e de ‘assarme
drio on biavo de curame: canbia
ea sguba e canbia anca el scarpèo,
‘a man kea laòra ea xe senpre
coéa. Proà gò proà, ma mi sò mi.
Ho tentato di rodere queste
pietre. Le ho morse sino
a macinarmi i denti.
Sono i morti a farmi.
Non sono capace di
lasciarmi dietro, come
la serpe, una muta di
pelle azzurra. Cambia
sgorbia e cambia scalpello,
ma la mano in opera è sempre
la stessa. Tentato ho tentato,
ma io son io.

Carlo Ragliani (1992), ha pubblicato Lo stigma (italic, 2019), La carne (Ladolfi, 2024; Segnalazione speciale al premio Montano, ed. XXXVII), Tèra. La terra (Ronzani, 2024). Cura la collana “Onice” per la casa editrice Ladolfi.
