Carlo Ragliani

Tera

(Ronzani, 

2024)


[Questa è la terra dei miei morti ]

Questa è la terra dei miei morti.
Di mia nonna, e di mio nonno.
Della soma di mio padre,
Del denaro mai avuto,
Della fatica perpetua.
Questa è la terra del sudore e delle bestemmie.
Dei capelli bianchi. Delle unghie sporche.
Dei pantaloni di fustagno.
Delle camicie dalle maniche arrotolate.
Dal niente da cui nacqui,
Al nulla in cui sprofonderò:
Questa è la lingua di cui privo i miei morti.

 

[Cuesta xe ła tèra dei me morti]

Cuesta xe ła tèra dei me morti.
De me nona, e de me nono.
Del triboeare de me opà,
Dei sïori che nó semo mai stà.
Dea fadiga che mai basta.
Cuesta xe ła tèra dei süori e dee biasteme.
Dei caɣeji bixi. Dee onge onte.
Dee braghe da diłaoro.
Dee camìxe fate su fì’ i gumbi.
Dal gnente ca so sta fato,
Al gnente indove ca ndarò finirla:
Cuesta xe ła lengua ca cavo de boca ai me morti.

*

Speranza

Quando sarò morto, spero che un passero
Mi porti una briciola di pane, un goccio di vino,
Una chiacchiera di piazza. L’orecchino di quella ragazzina
Sorda che mi innamorava quando ero bambino.
Un’inezia per ricordarmi
Che anche io sono stato tra di voi.

 

Speransa

Có sirò morto, spero ca na sehegheta mora
Me portarà na fregoła de pan, on josso de vin,
Na ciacöeta de piassa. El recin de kea putea
Sorda ca mé piaxeva có ndaɣa dae muneghe.
Na monada pà farme ɣegner inamente
Ca anca mi sò sta có vialtri.

*

Cuore

Quando sarà il momento di rendere l’anima,
E di pesare questo cuore selvatico,
Chissà se di questo fardello grumoso
Peseranno solo gli anelli, e non tutta la catena?
Devo inghiottire anche questo nodo:
Non sarò in grado di far pari i conti.
Siamo sangue.
Sangue grondato da una vulva
Di mollica. Lombi piegati, e federe bagnate.
Susine crude, prima che la mandibola le mastichi.
Ormai questa lingua è troppo dentro
Alle cose vive per non essere anche
Vicina alle morte.

 

Core

Có sirà ora de dar ɣolta eànema,
E de butare in baeansa stó còre salvadego,
Ki xe ca sà se de stó fardeo ingrumà
Pexarà sòeo ca e sc-ione, e no tuta ła caena?
Bisòn ca para basso anca stó gropo:
No sirò bon de parexare i conti.
Semo sangoe. Sangoe spanto da na mona
De moena. Redene domà, e intimèe moje.
Bronbe crue, vanti ca e ganasse e mastega.
Romai sta łengua ea xe massa par drento
E robe vive pà no essare anca
Darente a coée morte.

*

Tedio

– Alla stazione di Adria

Lascia che questo canto anneghi
Nel catarro degli stolti che attendono
Che il treno si fermi.
Chissà se a casa
Avranno la stufa da accendere.
Da prepararsi due stronzate per non
Morire di fame; o se vadano

A coricarsi in un letto
D’oro e mastice.
Mi fa gola il saper
Poco o nulla di questa gente.
Ormai anche i più verdi versi son marciti:
Questo scrivere è un nido di vespe.

 

Sìdio

– In teła stasion de Adria

Ti łàssa ka sta canta ea mora negà
In te’l scaraciare dei ebeti ca i speta
Ca’l tren el se ferma.
Chissà se có i riva casa
Ghe sirà ea stua da impissare,
Da pareciarse dù troiade pa nó
Morire de fame; o s’i vaga
Colgarse in te on łeto
De ori e de mastice.
Mi me fa goła el saver
Poco e gnente de sta xente.
Romai anca i versi pì garbi i se gà smarsìi:
Stó scrivare el xe on gnaro de vrespe.

Se è vero che il dialetto rende più vive le cose che nomina, nella raccolta intitolata Tèra (Ronzani editore, 2024 con una introduzione di Maurizio Casagrande), il poeta Carlo Ragliani riesce ad amplificarne la forza espressiva, fino ad esacerbare qualcosa che già in origine appare aspro e inospitale. La terra, elemento naturale in cui ci troviamo a vivere, in cui si consumano e si rinnovano tempo e spazio, ma soprattutto materia umile e mutevole, sostanza fertile, sabbia, polvere, cenere che si manifesta qui nelle sue accezioni più ruvide e primigenie. Essa appartiene a un immaginario ancestrale che ospita creature misere e sciagurate, che non avranno riscatto, che fanno parte del mondo degli ultimi, di quell’humus silenzioso di cui non siamo più in grado di riconoscere la dignità: “Chissà se a casa/ Avranno la stufa da accendere,/ Da prepararsi due stronzate per non/ Morire di fame…”.
Se focalizziamo l’attenzione su certe parole, per ripercorrerne l’origine, notiamo come il termine latino humus e la parola Umano abbiano comune radice. Ci spiega infatti Treccani che Humus dal lat. humus s. f. «suolo, terra, terreno» è “Complesso di sostanze organiche presenti nel suolo, di fondamentale importanza per la nutrizione dei vegetali […] ma anche il sostrato di fattori sociali, spirituali, culturali che promuovono, favoriscono o condizionano il sorgere di situazioni, fatti, manifestazioni”. E se la connessione tra “humus” e “umano” è sia etimologica che filosofica, possiamo adottare tale considerazione come una chiave di lettura per questa raccolta, dedicata alla Tèra che tanto ha da rivelare.

Le poesie — presentate con testo a fronte, dove la prima versione, in corsivo, è quella in lingua — ci conducono nello scenario della vita di campagna, fatta di fatica quotidiana, sudore e gesti antichi. Il lavoro, che è “travaglio” (in dialetto “triboeare”), diventa “soma”, peso, fardello che rimanda ad un mondo (che attraversa secoli di storia e di geografia) in cui le anime dei contadini si consumano nel loro attaccamento alla terra: un modo per scontare la morte, assaporando un’esistenza semplice e fragile. E i piccoli gesti o fenomeni del quotidiano ne sono le scintille: il pane, il vino, un orecchino indossato da una ragazzina… dettagli di un’epoca che continua a pulsare sul filo della memoria.

I morti abitano questa terra, ne plasmano la lingua e la poesia, sono evocati con il possessivo “miei”. Il poeta celebra così la linea del sangue, attraverso un canto che percorre il libro e che si ripete e nello stesso tempo muta: Cuesta xe ła tèra dei me morti, un titolo che ritorna per tre volte all’interno della raccolta, per tre componimenti che si pongono come formula sacra, a ricordarci chi siamo, da dove veniamo, ma anche dove stiamo andando (“È la voce dei morti che mi cresce dentro/ È il silenzio di chi mi chiama./ È il respiro di chi ti ha abbandonato“).

Xe ła ɣoxe dei morti ca me crésse par drentro.
Xe el taxirghe de kuei ca i me ciama.
Xe el fià de kuei ca te gà sbandonà.

E come un vomere che rivolta le zolle, la poesia smuove e porta a galla questioni irrisolte che assediano il nostro pensiero, a partire dal rapporto con la fede, col sacro, col peccato, la sua origine e la sua assoluzione. In questo ambito il poeta continua – come aveva già fatto con le precedenti raccolte, Lo stigma e La carne – a scandagliare le profondità, con il cruccio di chi studia, scrive, scava con intento di smuovere e provocare. Alla lingua dei padri è affidato l’atto della confessione (“Devo confessare un male”): un gesto che allarma le nostre coscienze, fino a diventare insostenibile, al punto che uno degli spiragli possibili è l’invocazione della morte. Ma proprio da questo tormento emerge la “disperata vitalità” di cui parla Casagrande nella puntuale introduzione al libro. La stessa che anima i grandi del Novecento, come Pasolini, per citare una voce che qui riecheggia, con le apparizioni di volti puri e disperati che ricordano certe figure emblematiche dello scrittore friulano (penso al Vangelo Secondo Matteo, ai Ragazzi di vita delle borgate romane), che pure sceglie il dialetto per le sue Poesie a Casarsa.

Casagrande fa anche riferimento ad una “crudezza tematica”, a un “crudo espressionismo del lessico” funzionale a rievocare la durezza di quel mondo rurale, nel suo apparire così rude: “L’aria ła xe garba. Onta. Sa da agrein/ Cofà colcossa ca xe ndà ramengo./Córe el sorxe in te’l fen vanti dea broxema”. (“L’aria è amara. Sporca. Sa di rancido/ Come ciò che è marcito./ Si rifugia il topo nel fieno al primo gelo.”)

Il dialetto – quello di Candiana, provincia padovana –, ancora più della lingua italiana, sa raccontare quel mondo a partire dai suoni, che sono ruvidi ma allo stesso tempo accarezzano, come la mano di un vecchio. Ci sussurrano che in quella terra così aspra e disagiata permane un fondo di umanità, una fessura in cui il cuore si può rifugiare. Il ripetersi del suono co, che percorre molti dei versi a partire da Xe xà fumara in ponta al canpo (È già calata nebbia), ricorda per associazione la parola cuore. L’io-poeta si tocca le costole, le ascelle, la pancia, sente tremare le ossa per il freddo, ma in questa immagine di insofferenza c’è un cuore che palpita, per quella terra e grazie a quella terra. Sfogliando le pagine si giunge infatti alla poesia Core, che si concentra sul momento estremo, in cui si chiude col mistero della vita. Ma in tale mistero la lingua penetra:

Ormai questa lingua è troppo dentro
Alle cose vive per non essere anche
Vicina alle morte. 

Romai sta łengua ea xe massa par drento
E robe vive pà no essare anca
Darente a coée morte.

In questi tre versi è possibile riscontrare una dichiarazione di poetica per l’opera di Ragliani: una lingua – quella della poesia e insieme quella dialettale – che si insinua sin troppo dentro le cose, che è respiro e fremito, ma pure si incarna, facendosi materia e materna; corpo e luce.
Come nelle prove precedenti, nonostante le scelte così distanti e radicali relative ai temi e alla lingua, la poesia di questo autore è ancora dolente, caustica ad ogni verso; sconvolge per le sincerità con cui nomina le cose, i gesti, persino i silenzi:

Chiuditi dentro con tutto ciò
Che non dici. E chiudi
Gli occhi cisposi, come
Cemento di lacrime tra le ciglia:
In bocca chiusa non entrano mosche.

Sarate par drento có tute e robe
Ca nó te dixi. E fa’ anca de sarare
I oci intaconà de sbrèje, cofà
Malta de łagreme fràe xéje:
Boca sarà no ciapa mussati.

In fondo è un atto di fiducia quello che il poeta consegna alla parola, per accoglierla nel cavo della mano, per farne scintilla, luogo nascosto, segreto segno di speranza.

Carlo Ragliani (Monselice, 1992) è laureato in giurisprudenza presso l’ateneo rodigino dell’Università di Ferrara. È redattore di «Atelier Cartaceo» e caporedattore di «Atelier Online»; ha pubblicato Lo stigma (italic 2019) e La carne (Ladolfi 2024, segnalazione speciale al premio Montano ed. XXXVII).