Carmen Gallo – Inframondo
(Poesie,
per il decennale)
Francesco Terracciano
Per Carmen Gallo, in occasione del decennale di Independent Poetry
La violenza del mito
Presente in ogni periodo della storia della letteratura -e, curiosamente, mai categorizzata o indagata correttamente da un punto di vista fenomenologico – la paura racconta meglio di ogni altra emozione primaria gli aspetti più significativi di una società, il complesso delle forze che la tengono insieme o la disgregano: paura e fobia (quest’ultima intensa, diremmo quasi sproporzionata rispetto ad eventi che non rappresentano un pericolo o una minaccia) non appartengono, diversamente d quanto si possa pensare, esclusivamente al campo dei disturbi clinici, ma rappresentano profonde allegorie del nostro inconscio, della solitudine e dell’angoscia che pervadono l’esistenza umana.
Gli autori di ogni tempo hanno trasformato le paure e il disagio in macchine narrative per esplorare i limiti della psiche umana, l’isolamento sociale e l’orrore dell’ignoto. Il fenomeno della paura è parte costitutiva dell’uomo da millenni, come testimoniano le antiche fiabe e i racconti magici: come sappiamo da V.J. Propp, questi raccontano sostanzialmente una sequenza di riti iniziatici, con adolescenti ai quali era prescritto di superare certe prove in un processo simile a una morte temporanea. Questo allontanamento dal sé doveva generare un grande impatto emotivo, una paura che l’iniziando doveva cercare di decifrare e dominare. L’origine della paura è quindi l’incertezza, lo stato in cui non si sa o non si capisce che cosa accadrà precisamente nell’immediato futuro: per questo un altro elemento fondamentale, forse il più concreto, della paura è l’Altro: sappiamo che c’è e che esiste, ma la percezione che possiamo averne è sempre limitata o approssimativa (la paura, ripetendosi, origina lo stato esistenziale del disagio e dell’angoscia).
Così, l’ornitofobia – la fobia specifica degli uccelli, apparentemente marginale – ha ispirato Carmen Gallo nella sua raccolta Procne Machine, trasformando questo aspetto autobiografico in un’indagine più ampia sulla violenza del mito, partendo dall’incipit assertivo «Ho sempre avuto paura di voi».
Il mito di Procne e Filomela, che rappresenta l’archetipo o il sottostante, rimanda alle due sorelle figlie del re di Atene, Pandione, e viene ripreso dalle Metamorfosi di Ovidio come dramma dell’inganno, della violenza cieca e della vendetta familiare che si conclude con la trasformazione delle due donne in uccelli: Tereo, marito di Procne, stupra Filomela in un bosco e le taglia la lingua per impedirle di rivelare l’orrore, Filomela riesce comunque a raccontare ciò che ha subìto e le due sorelle, per vendicarsi, decidono di uccidere insieme il figlio di Procne e Tereo, Iti, e di darlo in pasto al marito, Tereo, compreso ciò che è accaduto, insegue le sorelle per ucciderle ma gli dèi trasformano tutti loro in uccelli: Tereo in upupa, Procne e Filomela in rondine e usignolo. Il libro affronta dunque il legame doloroso e nascosto tra stupro e condanna al silenzio, tra l’atto -contrario al sacro, al bene- della violazione e dell’abuso del corpo femminile e la privazione della capacità di esprimersi e, quindi, tramandare o almeno informare la propria famiglia, la comunità in cui si vive, le persone che arriveranno dopo.
Anche in alcuni dei lavori precedenti, in Paura degli occhi (2014) o ne Le fuggitive (2020), Carmen Gallo aveva scritto con chiarezza che si trattava di «sostenere lo sguardo/ del disastro», e con il libro recente afferma la necessità -non più differibile- di farlo senza nessuna esitazione, stando negli ingranaggi del linguaggio come in una morsa o in una tagliola, da animali in trappola.
Alla poesia è chiesto di uscire dal ciclo delle ripetizioni e di redimere, anche nel gesto che appare minimo, tutta «la complessità del fango e del sangue» di cui è fatta la storia della parola occidentale e la nostra condizione di diseredati. Nella voce che ritrova e rilegge siamo messi di fronte a un lavoro di elaborazione e risistemazione del reale; dopotutto, se il canto più dolce può raccontare del dolore e del lutto in forma di eterna domanda, possiamo sempre tenere per buona la risposta di Éluard: «La nostra primavera è una primavera che ha ragione».
*
Abbiamo tracciato un cerchio
circoscritto il perimetro del gioco
stretto abbastanza da restarci
il tempo necessario. Abbiamo scelto
la pietra più grossa, l’abbiamo affondata
bene con le mani. Non ci siamo parlate.
Non ci siamo guardate. Una alla volta
abbiamo solo cominciato a tirare.
*
All’alba un colpo sordo
ci ha svegliate. La pietra limite
è caduta, qualcuno l’ha colpita.
C’è molta luce adesso
ma non ci sentiamo al sicuro.
Chi ha colpito è scomparso.
Chi ha colpito adesso aspetta
o si nasconde. Restiamo immobili.
Nessuno sa come continuare il gioco.
Poi le urla, un altro colpo.
*
«Non adesso. Non parlare adesso. Tieni bassa la
testa. Non reagire. le cose non accadono a quel-
li che spariscono».
Da “Le fuggitive” (Nino Aragno, 2020)
****
Qui dove vivo resistono molte specie,
e molti canti. Costruiscono nidi
sui tetti delle chiese, accanto alle discariche,
vicino agli scoli delle fogne in mare.
Da qualche tempo li osservo alla finestra
nei pochi spazi verdi tra i palazzi. Li cerco, li aspetto.
Sono passeri o merli, nascosti tra i pini.
Di notte, invece, i gabbiani volano sulla piazza
alti tra grandi strepiti. Li seguo, li accompagno
mentre scendono in picchiata, li vedo
attaccare i piccioni, colpirli al petto, al collo
e loro inermi si schiantano sopra tetti o terrazzi.
All’alba restano ali e cartilagini sulle auto parcheggiate.
Legge di natura, interessi della specie, pare,
ma a volte c’è qualcosa di più, o di meno,
qualcosa che ha a che fare con la noia.
*****
Per tutto l’anno i piccioni invadono i tavolini,
arpionano bicchieri, rovesciano cestini
nella città infestata dai turisti.
Lo sguardo stupido, le zampe mutilate,
a volte si fanno trovare nei vicoli laterali
pestati da motorini di passaggio. Le carni
esposte tra le piume impiastricciate
di rosa senza sangue. E ogni volta è un conato,
una persecuzione dello sguardo che distolgo
mentre cerco di non calpestarli e mi domando
chi raccoglierà quei resti, chi li rimuoverà all’alba,
se finiranno nell’umido o nell’indifferenziato.
Da “Procne Machine” (Einaudi, 2020)

