Cesare Viviani

Dimenticato sul prato

(Einaudi,

2022)

 

da Dimenticato sul prato (Einaudi, 2022)

I

La conversione
non fu sradicamento
o eccelsa mutazione,
ma quel leggero movimento
di volgersi indietro, mentre
ti allontanavi,
facendo comparire appena il profilo
del sorriso.

 

*

C’è stato un periodo
in cui gli dei accettarono Dio
e Dio gli dei,
e fu un tempo sereno per gli uomini.

 

*

Mi illudo che la volontà
sia fuori della natura.
Invece la condanna non è
la mortalità,
la condanna è pensare in prima persona,
e rara e brevissima è
la sospensione della pena.

 

*

La traduzione, all’inizio
della storia degli uomini,
fu l’interpretazione.
Al cospetto degli eventi della natura
non c’erano parole.
Poi col tempo
cominciarono i commenti.

 

III

Vivono le forme geometriche,
vivono gli strumenti musicali
quando riposano,
vivono le memorie,
ma non è possibile il riconoscimento,
sono tutti militi ignoti.

 

*

Iperconnessi gioiscono.
Ma non è internet che ha inventato
la connessione.
C’è sempre stata,
capace di aprire le vie della fede,
dell’arte, dell’invenzione,
e della quotidiana sopportazione. 

Nota di lettura

“Illusioni! grida il filosofo. – Or non è tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che si credeano degni de’ baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondeano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell’uomo, e che trovavano il Bello ed il Vero accarezzando gli idoli della lor fantasia! Illusioni! ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e noiosa indolenza…

Così Ugo Foscolo nella lettera del 15 maggio 1798 dai Colli Euganei (Le ultime lettere di Jacopo Ortis). A differenza dei filosofi che “oltre” non possono e non vogliono andare, il poeta può e vuole, con tutta la trepidazione di un percorso spesso accidentato, almeno tentare di travalicare quel limite. Questo ci dice Foscolo nel passo sopra riportato e questo vuole ribadire Cesare Viviani nell’ultima impeccabile opera dove “sempre più vaporando in pura essenza, va accrescendo negli anni il suo valore sapienziale” (Paolo Di Stefano). La fede nella parola comporta – si sa – una sofferta tenace resistenza, proprio come accade quando la sfida è ardua, l’asticella alta: La poesia è più di ogni governo/e potere, /di ogni abisso marino, /di ogni vetta altissima e ghiacciaio, /di ogni medicina e filosofia, /arte e scienza. Così recita la penultima poesia nella IV sezione del libro, quasi smentendo la posizione pessimistica e rassegnata di pochi anni prima, secondo cui la poesia si sarebbe ormai esaurita a causa del narcisismo, della smania di essere sulla scena, di autopromuoversi, scambiarsi favori, forse anche – mi permetto di aggiungere – a causa della latitanza di una critica seria militante e selettiva, soffocata o distratta da ragioni editoriali di mercato sempre più invasive e disorientanti. Basta entrare in una Libreria per constatare come un autore che “vende bene”, acclamato in TV e pubblicizzato dai media, occupi buona parte di uno scaffale con almeno quattro/cinque libri distesi in bella vista, oscurando altri di valore con i piccoli discreti dorsi di singole copie allineate in rigoroso ordine alfabetico. L’impegno di Viviani, da sempre, è quello di smontare valori e significati dati come acquisiti concentrando in parole nude, essenziali, il risultato della sua ricerca esistenziale in enunciazioni aforistiche, quasi epigrammi, sentenze oracolari. Eppure in tutto questo si coglie la nostalgia di chi, dopo avere elaborato una visione chiara delle cose, non possa sottrarsi ai legami percettivi e sentimentali di uomo. Vediamone alcuni esempi: Non restano che questi focherelli/a noi viventi:/come quello di appurare/quanto sono influenti/le parole o i silenzi. Oppure: Attimi di parlato, attimi di musica/o di parola/…cessa il dolore per un attimo. E ancora: L’incessante e vorace/insoddisfazione che ci accompagna/si placa solo/con l’esattezza del movimento circolare/dei giorni. Segni di uno sguardo lucido che riconosce l’insensatezza del mondo, la nostra precarietà esistenziale e storica, pur nella ricerca dell’assoluto e nel presentimento del tempo, senza la pretesa di offrire soluzioni, piuttosto profetiche intuizioni, come i poeti di valore sanno fare.

Personalmente trovo tra le righe di questo piccolo gioiello di scrittura un sentimento diffuso di nostalgia, una spiritualità nutrita dalla fede che la poesia, oltre che preghiera, possa farsi sapienza predittiva. E se la nostra esistenza è un pellegrinaggio incessante, teso a superare ogni possibile ostacolo che la vita ci presenta, la nostalgia potrà placarsi solo assecondando l’attrazione verso la meta da cui il viaggio era iniziato. I quattro testi a seguire testimoniano senza ambiguità una tensione verso l’Alto dove, come avrebbe detto Pierre Theilhard De Chardin, “Tutto quel che ascende converge”. Non è un caso che, a sostegno del suo viaggio spirituale di adesione al sé, Viviani invochi “l’amica” Simone Weil.

Dice un pensiero antico: /<<Se desideri avere un amico/e lo vai cercando, /desideri Dio>>

Mi dice la mia amica Simone:<<Il pensiero di Dio è Dio>> 

L’anima è prostituta, /perché si unisce a ogni genere/di ragioni, energie e armonie, /e unica riesce, distaccandosi da tutto, /a diventare pura, /a innalzarsi fino a una certa/perfezione.

La visione confina con il buio, /anche se c’è un sole splendido. /E questo molti non lo riconoscono.

L’esperienza drammatica del Covid, la dolorosa e devastante guerra in Ucraina ci hanno fatto percepire fino in fondo questo stato di precarietà, connaturato peraltro alla condizione umana. E pregare è diventato per taluni moto spontaneo, atto liberatorio, capace di farci percepire il ruvido silente mistero che è nelle cose. Parole e silenzi solo nostri, nutriti di quell’inesprimibile che per pudore giace spesso sepolto o compresso dentro di noi; silenzi-ascolto, dove è impossibile sottrarsi al sentimento che al di sopra e davanti a noi ci sia una realtà superiore alla quale dobbiamo riconoscere l’equivalente ampliato della nostra intelligenza e della nostra volontà. Silenzi di cui anche la poesia si nutre, senza i quali difficilmente prenderebbe forma. Questo ho letto nella poesia di Cesare Viviani, dove poche pacate parole che affiorano dall’anima diventano così potenti da squarciare i cieli. Esse mi hanno fatto anche pensare a Elazar Benyoëtz, poeta religioso che interroga Dio e da lui si lascia interrogare in un dialogo costante, per cui il suo scrivere diventa un “Kreisen um Gott” (che rimanda al noto verso rilkiano “Iche kreise um Gott”), un girare intorno a Dio senza però approdare a una risposta definitiva, cosa che si rispecchia nella punteggiatura dei suoi testi dove il punto fermo è assente, proprio ad indicare che la ricerca è un bisogno incessante e ineludibile.

E proprio in questo alternarsi di equilibri e squilibri si coglie in filigrana tra le righe di “Dimenticato sul prato” l’anelito alla perfezione a fronte dell’inadeguatezza del nostro essere: Immaginare la sofferenza di un altro/è prova sempre carente, /perché manca il peso del corpo/del sofferente. Cosa resta, allora, al poeta? Qual è il mio posto si chiede Cesare Viviani. E subito risponde È quello di aderire alla mia vocazione. La vocazione di essere uomo in pienezza nel segno della poesia.

Cesare Viviani è nato nel 1947 a Siena, dove studia al Liceo Classico “Piccolomini”, e poi si laurea in Giurisprudenza nel 1971 con una tesi sul ‘plagio’ (la soggezione psichica totale) in Medicina Legale. Dell’ambiente letterario, durante gli anni senesi, conosce Carlo Betocchi, Mario Luzi e Franco Fortini che insegnava all’Università di Siena. Nel 1972 si trasferisce a Milano dove svolge il lavoro di giornalista e poi di psicologo nelle istituzioni sanitarie pubbliche. Nel 1973 si afferma come poeta con il libro di esordio L’ostrabismo cara, edito da Feltrinelli. Nel 1984 si laurea in Psicopedagogia. Collabora per anni con recensioni e interventi di argomento psicologico e sociale ai quotidiani “Il Giorno”, “Corriere della Sera” e “Avvenire”.

Nel 1978 e 1979 organizza a Milano, con Tomaso Kemeny, due convegni sulla poesia italiana degli anni Settanta. Dal 1981 rivolge i suoi interessi di ricerca e di lavoro alla psicanalisi. Tuttora lavora come psicanalista. Dopo il 1973 ha pubblicato diversi libri di poesia. Ha scritto due saggi psicanalitici: Il sogno dell’interpretazione, (Costa & Nolan, 1989, 1991, 2006) e L’autonomia della psicanalisi, (Costa & Nolan, 2008).

Per la poesia ha ricevuto diversi premi, tra i quali: Premio Viareggio 1990, Premio nazionale letterario Pisa 1997, Premio Brancati 1997, Premio Ceppo Pistoia 1999,Premio Pascoli (S. Mauro Pascoli) 2005, Premio Dessì 2005, Premio Giosuè Carducci (Comune di Pietrasanta) 2005, Premio P.E.N. Club 2009, Premio Cetonaverde 2009.