Fabio Pusterla – Inframondo
(Cinque poesie,
per il decennale)
Michele Donati
Per Fabio Pusterla, in occasione del decennale di Independent Poetry
Il paesaggio alpino in erosione è la forma di un ambiente in via di disfacimento, al pari di una lingua del Mondo Nuovo, scenario futuribile ed antico, che perde tutto conservando solamente i segni liminali, le transizioni, punti su cui ricostruire civiltà: l’accostamento risale al 1985, anno di esordio di Fabio Pusterla con Concessione all’inverno per Casagrande, ma risuona come un’eco a decenni di distanza, continuando ad evocare dimensioni ora di conflitto, ora di pacificazione tra Natura e Uomo, al cuore di un rapporto complesso con la Storia, nella quale il soggetto ascolta e restituisce la voce dei vinti. E compare sempre con pudore, ad esempio inviando una cartolina a Caronte, traghettatore di anime così come l’autore, con le parole, è traghettatore di memorie, impressioni, vite. Nella sua profonda aderenza al tempo, la poesia di Pusterla appare per certi versi profetica, senza assumere però toni sibillini, senza volerlo essere: se c’è chi si è accorto solo nel 2025 dello sterminio in Palestina, nel 2004 l’autore scriveva “della bambina schiacciata da un panzer a Gaza”. E continua a farlo oggi, con tensione etica intatta, vegliando nel crollo del mondo e dell’umanità la “parola stellare”, luce che torna dove era stata negata.
LE PARENTESI
L’erosione
cancellerà le Alpi, prima scavando valli,
poi ripidi burroni, vuoti insanabili
che preludono al crollo. Lo scricchiolio
sarà il segnale di fuga: questo il verdetto.
Rimarranno le pozze, i montaruzzi casuali,
le pause di riposo, i sassi rotolanti,
le caverne e le piane paludose.
Nel Mondo Nuovo rimarranno, cadute
principali e alberi sintattici, sperse
certezze e affermazioni,
le parentesi, gli incisi e le interiezioni:
le palafitte del domani.
(da F.Pusterla, Concessione all’inverno, Casagrande, Bellinzona, 1985.)
LE SCALE DI ALBOGASIO
(movimenti ascensionali)
Case a strapiombo, asperità minori,
un figlio in testa; e, d’infilata, la breva
che prende il lago a sghimbescio, ingannatrice
si tuffa dalla Forca di San Martino,
costeggia rocce e strada e poi s’infuria
subito dopo Gandria, dove l’acqua s’allarga.
È una sera di turbini, in cui scendo
come in un coro per le scale di un paese,
la mano alla barella, che altalena
e striscia lungo i muri, e ad ogni curva
stacca polvere bianca; ultima scorta
di calce per Erminia, la gentile
signora morta altrove, che ritorna
al suo balcone di minuscoli fiori.
Qui si passa nel buio: facendo presa
sullo scalino più basso con il piede,
per rampe verticali e stretti portici. Giù il lago
adesso non si vede, ma risuona
cupo dentro le darsene, e le barche
gemono nel loro cuore di legno e di catrame.
Qualche porta si schiude: chi s’affaccia
guarda in silenzio la nostra strana processione
che cala goffa agli inferi, alle nere
case del sonno. E tuttavia dal basso
sale qualcosa, un soffio umido e denso;
una mano d’aria o un gonfiore
s’insinua e chiede ascolto,
vita remota che risale dall’acqua, ancora informe
eppure già presente, già imperiosa
nel suo esistere scarno:
che incrocia noi in discesa e va più in alto,
come fumo sottile. Antiche scale
le scale di Albogasio, su cui passano
ilari i vivi e i morti, salutandosi piano.
(da F.Pusterla, Pietra Sangue, Marcos y Marcos, Milano, 1999.)
LE PRIME FRAGOLE
Strisci nell’erba bianca di margherite.
Sei vestito di rosso, hai una cuffia rossa in testa,
e nella mano destra un pelacarote che infilzi
nel terreno ancora molle di marzo, sempre avanzando
lentamente nel folto del prato. Sdraiato
sull’erba, con le margherite negli occhi. Sto scalando
l’Everest, mi dici. E anche le guance sono rosse di gioia.
Strisciavi ieri nel tuo Everest di margherite
e io ti guardo oggi nel ricordo e intanto ascolto la radio
in attesa di notizie terribili, e tu continui a strisciare felice
e la radio dice della bambina schiacciata da un panzer a Gaza
tu prepari una pozione con piume d’uccello per imparare a volare
io ti preparo le prime fragole rosse dell’anno e mi chiedo se gli occhi
dell’uomo che guidava il panzer avranno capito.
(da F.Pusterla, Folla sommersa, Marcos y Marcos, Milano, 2004.)
ACQUE SOTTERRANEE, 6
Tutto questo buio ci voleva, tutto questo
sperdimento? Ci voleva, ci voleva. Per accendere
qui sotto che cosa? Lampi di gioia inaudita
memorie di gioia? Lampi comunque,
nel buio. Luci del tutto.
Tornano le stelle
dove le stelle sono state negate.
Tornano le stelle con la loro parola stellare.
Su questa volta di pietra
su questo cielo di niente, tornano.
Le vedo, le ho viste. Lunghi fasci di stelle
come stormi migranti come
costellazioni in volo, sciami.
Stelle di santabarbara o subacquee
stelle dei palombari e dei naufraghi.
Stelle di grotta e stelle di miniera, chiare stelle
che andate sempre, andate
controvento. Ultimo fiume.
Tutti gli astri. L’amore e il bitume.
(da F.Pusterla, Fiumi nefrite vortici, Marcos y Marcos, Milano, 2025.)
CARTOLINA A CARONTE
Troppo occupato, vecchio marinaio? Da molto tempo
non ti si vede sul lago. Dove sei ora, su che acque batti i remi?
Lungo Nilo, alle cento porte di Tebe,
dove forse hai imparato il mestiere,
o sulle coste di Gaza sanguinose o in altri luoghi
del nostro quotidiano tormento?
Non qui, comunque, dove i vivi
seppelliscono i vivi da soli, nell’inerzia del tempo,
senza altrove o speranze di gloria. O i morti i morti,
fa lo stesso a ben guardare. A questo punto della storia.
Ma si muore anche qui, ti assicuro, anche senza di te,
nella sordina dei giorni, mestamente.
Tanti che conoscevo sono andati;
due o tre fra i cari si avvicinano al fiume al lago al botro
ogni ora ogni giorno e tutti noi li seguiamo
a distanza. Se passassi domani o fra mesi,
posso aspettarti se non sarò partito
in una certa taverna sul ponte, che tu conoscerai.
Un bicchiere di vino a mezzavia, nel territorio che è tuo
e un po’ anche mio. Tu con la barca, io con le parole:
senza sapere poi bene quale sia
la nostra riva. Se la scala soltanto si scende
o magari si sale.
(Inedito)

Fabio Pusterla (1957) vive tra Lugano e la Valsolda, e insegna letteratura italiana presso l’Università della Svizzera Italiana. Collabora a giornali e riviste in Italia, in Svizzera e in Francia, e dirige con Massimo Gezzi la collana poetica Le Ali, dell’editore milanese Marcos y Marcos. Per alcuni anni ha insegnato Letteratura moderna e contemporanea presso l’Università di Ginevra e di Pavia. Fa parte del Comitato scientifico internazionale delle riviste «Autografo», «Letteratura e dialetto» e «Testo a Fronte», del comitato redazionale dei Quaderni di poesia contemporanea, e da parecchi anni è membro della Commissione Etica dell’Ente Ospedaliero Cantonale ticinese.
Ha tradotto in italiano buona parte dell’opera di Philippe Jaccottet, firmando la Prefazione al volume Oeuvres della Bibliothèque de la Pléiade, e di numerosi altri autori francesi e portoghesi (tra cui Yves Bonnefoy, Corinna Bille, Antoine Emaz, Nuno Judice), ed è a sua volta tradotto nelle principali lingue europee.
È autore di dieci principali raccolte poetiche parzialmente riassunte nelle antologie Le terre emerse. Poesie 1985-2008 (Einaudi, 2009) e Da qualche parte nello spazio (pref. di M.Natale, con un autocommento dell’autore, Le Lettere 2022). Di recente apparizione la raccolta Fiumi nefrite vortici (Marcos y Marcos, 2025) e il volume francese, curato da Jean-Simon Mandeau, La splendeur (Cheyne, 2026).
Su di lui è stato realizzato da Francesco Ferri il film documentario Libellula gentile, il lavoro del poeta.
