Fernando Bandini

Intervista a cura di Nadia Scappini

(ilT , 

2023)

                                                                              “Forse è nato da questa

                                                                               smania di dare un senso alle cose l’ammanco

                                                                               che mi ritrovo di una vera vita”.

Parlano le case. Basta uno sguardo complice, attento che le comprenda. E parla la casa di Fernando Bandini, poeta, e della sua gentile signora Luisa. Mi accolgono al tavolo fratino nel loro soggiorno che affaccia sui tetti del centro storico di Vicenza-Azneciv, un tavolo per metà ingombro di libri come buona parte del pavimento a ridosso della libreria che occupa, alle loro spalle, un’intera lunga parete.

Libri dappertutto, insomma, insieme a una semplicità di parola che mette subito a proprio agio e rasserena. Così, quella che doveva essere un’intervista, si fa via via amabile conversazione che spazia tra osservazioni amene e riflessioni alte su stilistica e metrica, su poesia italiana, latina e dialettale con rapide incursioni su ricordi universitari padovani ripercorsi sul filo dell’ironia. “Aspetti, professore,” gli dico a un certo punto, trovandomi in difficoltà a interloquire e, contemporaneamente, prendere appunti. E lui “non si preoccupi, quello che dimentica, lo inventi”…

Qual è stato, professore, il Suo primo impatto con la poesia italiana?

Le dirò che già a undici/dodici anni avevo elaborato per mio conto la conoscenza delle metriche oraziane, ma questi erano fatti esterni della poesia. L’incontro molto importante, almeno a quanto dicono i critici, che su questo sono abbastanza unanimi, è stato il ripensamento da parte mia della poetica pascoliana sia per quanto riguarda la lingua italiana, sia la latina. Non che questo abbia avuto una funzione taumaturgica, ma fu comunque qualcosa di importante, il mio primo impatto con la poesia italiana.

Quali poeti ha amato di più da ragazzo?

Rimbaud e … Montale.

Montale più di Ungaretti?

Sì, e poi esperienze liriche diverse, anche non italiane, come ad esempio quella di Rilke, un poeta che io ho amato molto. Un altro incontro importante è stato quello con Vittorio Sereni.

Lei spazia tra italiano, dialetto e latino contemporaneamente. Personalmente trovo che nel latino Lei esprima al meglio misura e ritmo con esiti musicali straordinari.

“Contemporaneamente” non definisce bene il mio rapporto con queste esperienze linguistiche diverse. Quando scrivo in latino è perché ho sperimentato l’impossibilità di esprimermi in italiano su determinati argomenti. La mia vocazione di poeta latino è nata proprio all’interno di questa sensazione di impossibilità. Mi capitò la prima volta quando, dopo aver visitato una mostra itinerante di disegni realizzati da bambini ebrei in campo di concentramento, sentii che sarebbe stato bello scrivere una poesia. Ci provai, ma proprio non mi veniva, perché aveva il colore di una cosa volontaria, non determinata dalla grazia. Insomma assomigliava a una delle maledette poesie impegnate che si scrivevano negli anni 50/60 (il morbo è durato a lungo…); abbandonata l’idea, un giorno, aprendo uno dei miei libri, trovai la poesia per i Santi Innocenti “Salvete, flores martyrum” con quel bel passaggio “ceu turbo nascentes rosas” e lì compresi che il latino era la lingua giusta per quella poesia, dove il massacro dei bambini risultasse una colpa dell’umanità che si prolunga nel tempo e non determinata da fatti contingenti, sia pure condannati, come il nazismo.

(Fernando Bandini vinse ad Amsterdam la magna laus con questa poesia latina).

Riguardo alla lingua della poesia, Lei ha messo al primo posto l’italiano seguito dal latino e dal dialetto. Mi sarei aspettata la priorità al dialetto, dato che per i veneti la prima lingua è il dialetto che Lei ha appreso da bambino e – mi conferma – usa tuttora.

No, il dialetto in poesia è un grande problema. Lei immagini di vedere dalla spiaggia uno che nuota bene mentre si sta avvicinando alla riva. Di sicuro penserà “Madonna, come nuota bene” e poi si accorge che ai piedi ha le pinne. È vero che il dialetto ha i caratteri che Lei ha sintetizzato parlando di” lingua naturale, natia, spontanea”. Però è facile anche! Si approfitta della situazione dell’uomo moderno, oppresso dalle trasformazioni del mondo, per il quale sentire il dialetto è un po’ come sentire la lingua degli angeli. Poi spesso la poesia dialettale è la traduzione di una poesia imparata altrove nella lingua del ‘900 con la sua capacità metaforica e il risultato è un sentimento di straordinaria meraviglia e fa pensare che in lingua italiana queste cose non si riescano a dire. Non è vero, è che nel dialetto è più facile, più evidente come per chi nuota con le pinne. Nel dialetto, comunque, ci sono fenomeni di grande qualità : Baldini e Loi ne sono esempio.

“Spine pungenti a noi rimaste in gola/ nella frattura d’ombra che da sempre divide/ l’essere e la parola”(da Meridiano di Greenwich, 1998): che distanza c’è tra l’essere e la parola?

Sì, ma le spine cosa sono?

L’ineffabilità della parola – credo – quello che ci tormenta e non si riesce a dire. Quello che la poesia cerca di portare alla luce e non sempre riesce…

Certo, sono le parole. L’essere e la parola sono due cose lontane, l’essere viene prima, la parola denomina gli esseri. La poesia si sviluppa su questa contrastività tra l’essere e la parola, appunto. C’è anche chi crede che sia possibile creare una poesia dove non c’è contrasto tra essere e parola (Heidegger, ad esempio). Poeti come gli sperimentali, talvolta anche Zanzotto l’ha fatto, cedono alla tentazione che ci sia parentela tra essere e parola. C’è qualche parentela, in effetti, ma viene risolta nel campo della lingua poetica attraverso fenomeni perseguiti dal poeta come, ad esempio, il fonosimbolismo (cfr. “Lo scricciolo” di Pascoli, le parole imitano il verso dello scricciolo).

Vede, io da sempre mi trovo ad avere un forte impegno in difesa della modernità, ma anche a combattere contro tutti i falsi miti della modernità, perché in essa c’è anche qualcosa che non va. E questo va detto. Saba diceva che la poesia importante da scrivere è la poesia onesta.

Ci sono nella modernità dei miti, e quale valore hanno eventualmente?

Mah, non saprei.

Almeno un equivalente contemporaneo del mito, inteso come tensione, come spinta a migliorare?

Sì, penso di sì. La stessa voglia di scrivere poesie nasce perché ognuno di noi ha un suo mito più o meno serio, più o meno fondato, che lo sostiene.

“Inventavo speranze a ogni svolta del tempo./ Vedevo nei giardini le dalie sopravvivere/ a giorni assiderati dal rancore// e malgrado lo scempio/ di tanti nomi amati non cessavo di scrivere/ il nome Aznèciv nel mio libro d’ore.”(Dietro i cancelli e altrove, 2007). Forse che la sua Vicenza-Aznèciv ha a che fare con il mito?

“Scrito mi sta roba qua?”

E come no, vuol vedere? Questa è la meraviglia della poesia che nasce in un momento di grazia…e stupisce il poeta stesso quando la rilegge o la risente…

Sì, Aznèciv (palindromo) è uno dei miti, la città vista come luogo dove una vita personale, la mia, si realizza completamente: qui sono nato, vissuto e penso (lo sguardo si indirizza alla moglie) morirò… Azneciv lo scrivo rovesciato perché si è rovesciata la storia, e questo è un segnale…

Goffredo Parise disse di Lei: “Fernando ha nella testa solo sogni e chimere”.

Sì, ma lui si riferiva anche al fatto che ero un credulone…(cfr. poesia sull’ippopotamo, che in ebraico vuol dire bestia per eccellenza, ecco io l’ho visto sul serio sulle rive del Retrone!)

Direi piuttosto che Lei ha una capacità mitopoietica…

Massimo Raffaelli (critico letterario, scrive su La Stampa e Il Manifesto) in una delle tre postfazioni alle Sue “Quattordici poesie” del 2010 afferma che l’altrove per Lei sta nella condizione di umanità. Per Lei l’altrove sta qui, dunque?

A Massimo ho detto:” tu sei un marxista, io lo sono in modo blando”. In che cosa si distingue il marxista da un intellettuale normale”? “Non saprei” mi risponde. E io: per un intellettuale l’altrove, il diverso, il rinnovato è qui, non è altrove.

Sono capaci le parole della poesia di seminare speranza?

E’ così difficile oggi seminare speranza; che speranza può suscitare la poesia? Non saprei proprio.

Avevamo parlato di tensione, di miti…

Diciamo che tra le cose che fanno sorridere gli scettici ci sono le persone animate da qualche idea e da qualche speranza. I poeti sono in questo quadro la classe più risibile degli uomini esistente.

Cosa dice la signora Luisa, com’è stato il Suo viaggio con il poeta?

E’ stato molto bello- dice lei illuminandosi-. La maggior parte s’è consumato in baruffe –dice lui sorridendo-.

Beh, ma se poi si riprendeva a parlare… Ma qualche poesia l’ha dedicata alla signora Luisa?

Sì, due o tre intitolate “Consolatio ad uxorem”.

Molto senechiano…

Torniamo a Vittorio Sereni.

Con lui eravamo molto amici; passavamo le vacanze assieme, Sereni aveva una casa a Bocca di Magra, al confine tra Liguria e Toscana; l’abbiamo fatto per vent’anni.

Nell’esperienza all’Università di Padova con chi ha legato maggiormente?

Certamente con Gianfranco Folena, che è stato il mio maestro. Poi ho avuti rapporti molto interessanti con Traina, il quale mi aveva cacciato fuori dall’esame per avere sbagliato un accento (io all’Università mi ero iscritto tardi, a trentuno anni, su sollecitazione di mia moglie; facevo il maestro). Fuori dalla porta, però, gli diedi l’estratto del mio premio di Amsterdam (la poesia sui bambini ebrei) e ne rimase sorpreso. “Come, la magna laus ad Amsterdam, dove vinceva il Pascoli?”. Lui era un grande tecnico del latino. Da allora è stato uno dei miei recensori. Nessuno recensisce una poesia scritta in latino, la pubblicavano negli estratti e gli estratti non si sa a chi arrivassero. Invece Mengaldo, che era mio collega di Istituto (avevamo le porte contigue), era mio nemico, non per invidia (che bisogno aveva di essere invidioso di me con la sua fama, con il suo prestigio), ma ho capito che lui era il fenomeno vivente del detto che nessuno è profeta in patria. Non poteva pensare che quello vicino alla sua porta fosse uno che scriveva dei versi “non male”…

Beh, una forma di supponenza fuori luogo, a danno della propria intelligenza…

Già! La cosa ha avuto però degli strascichi; ad esempio seppi che s’era opposto al conferimento del premio Viareggio a me.

Professore, spero che il registratore abbia funzionato, altrimenti come farò a ricordare tutte le cose che ci siamo detti?

Non si preoccupi – Le ripeto – quello che non ricorda, inventi…

Poeta italiano (n. Vicenza 1931 – ivi 2013). Considerato uno dei maggiori poeti italiani del Secondo Novecento, è stato docente di Filologia Romanza e Stilistica, poi di Metrica italiana all’Università di Padova e successivamente di Letteratura italiana Moderna e Contemporanea all’Università di Ginevra. Alla produzione poetica ha affiancato quella di saggistica e di traduzione. Al 1962 risale la sua prima raccolta di poesie In modo lampante, a cui sono seguite, tra l’altro: Per partito preso (1965), Memoria del futuro (1969), La màntide e la città (1979), Il ritorno della cometa (1985), Santi di dicembre (1994) e Dietro i cancelli e altrove (2007). Nel 2018 è stato edito il volume Fernando Bandini. Tutte le poesie, che ne raccoglie la produzione poetica. Vincitore di vari premi letterari, ha scritto poesie anche in latino e in dialetto vicentino. Fernando Bandini è stato consigliere della Biennale di Venezia nei primi anni Ottanta e presidente dell’Accademia Olimpica di Vicenza dal 2003 al 2011.