Cantico delle Creature
Francesco d'Assisi
l'immaginazione 350
(Manni Editore,
2025)
Altissimu, onnipotente, bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se Konfano,
et nullo homo éne dignu Te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual’ è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi Signore, per Sora Luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle,
Laudato si’, mi Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi Signore, per sor’Aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.
Laudato si’, mi Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullo homo vivente po’ skappare:
quai a cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande Humilitate.
(testo riportato secondo la trascrizione accolta da Gianfranco Contini)
Nel numero 350 de “l’immaginazione” (Manni Editori, novembre-dicembre 2025, anno XLI) Antonio Prete, critico, poeta e traduttore fra i nostri maggiori – fra i suoi titoli basti ricordare “Il pensiero poetante – Saggio su Leopardi” (1980), la cura delle “Operette morali” (1992) e dei “Pensieri” (1994) di Leopardi e la traduzione de “I fiori del male” di Baudelaire (2003) tutti per Feltrinelli – dedica una breve, ma al solito elegante, riflessione al “Cantico delle Creature” di Francesco d’Assisi, testo primo nella poesia in volgare della nostra tradizione e di cui ricorreva lo scorso anno l’ottavo centenario.
Composto in volgare umbro, testo nella cui luminosa armonia si incontrano laude e preghiera, di chiara ascendenza biblica fra Genesi e Salmi, quasi certamente indirizzato al canto – «nel manoscritto di Assisi, ci informa Prete, il copista ha lasciato uno spazio bianco su tre linee, destinato a ricevere l’indicazione dei neumi, il che fa pensare a un canto sillabico prossimo a quello gregoriano dei Salmi» – il Cantico delle Creature non ha mancato di suscitare, attraverso i secoli, ammirazione e devozione.
E nella sua rapida ma dottissima analisi Antonio Prete non manca di evidenziarne la severa e limpida scansione di «preghiera musicale» o «canto teologico» articolata in una parte iniziale nella quale Francesco si rivolge a un Tu (Altissimu, onnipotente, bon Signore,/ Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione./ Ad Te solo, Altissimo, se Konfano,/ et nullo homo éne dignu Te mentovare.) che non ha più solo le caratteristiche dell’interiorità tipiche della preghiera, ma che viene qui «rappresentato sulla scena di un nuovo teatro, il teatro della creazione», a sottolineare la presenza e la forza dinamica del divino nei fatti, nei gesti, negli elementi della Natura – da frate Sole a sor’Aqua, da nostra matre Terra a sora nostra Morte corporale – convocati nel testo nella pienezza della loro propria semplice e indifesa mitezza.
Un teatro dunque molto esposto, percorso tutto da una dottrina della luce che gli Stilnovisti faranno propria «nella sua doppia essenza, fisica e teologica», caratterizzato da elementi e attributi riconducibili alla tradizione cortese medievale (messor lo frate Sole a esempio), esplicito nel ribadire i concetti di fratellanza e di sorellanza, di lode e di condivisione, punti cardine dell’idea di fraternitas, luminoso principio fondante della Regola francescana.
Di particolare interesse mi sembra, nel tempo corrente, l’attenzione riservata, nella lassa dedicata a sora nostra matre Terra, alla forza generatrice e fruttifera della natura che produce diversi fructi con coloriti flori et erba, verso di disarmante primaverile bellezza, verso “inascoltatissimo” nella sua stridente attualità, verso insultato dai comportamenti di una società corrotta e degradata come la nostra, votata all’eutanasia ecologica e sociale, intossicata da egoismi e nefandezze individuali e nazionali, stordita fra una canzonetta e una mutanda da Festival di Sanremo e simili in riva – e anzi già addentro – alla Terza guerra mondiale. E non è certo un caso che da questa lassa abbia preso le mosse la Laudato si’, la Lettera enciclica sulla cura della casa comune che Papa Francesco ha reso pubblica nel 2015 e nella quale, con riferimento alla Terra, si legge: «Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi (…) Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7)». Da Francesco a Francesco insomma, lungo e attraverso i secoli percorsi da una umanità che non ascolta, che non impara, che non ricorda e trascina seco le catene della presunzione.
Tuttavia la poesia resiste, forse soprattutto secondo la bella definizione che ne dà Gabrio Vitali nel suo “Poesia che fa civiltà” (Moretti&Vitali 2024) come «creazione tecnica di fatti linguistico-musicali di valore esperienziale per tutti», ciò che precisamente rende la poesia «un operatore di civiltà». Ed è seguendo questo filo del discorso, quasi percorrendolo funambolicamente, che mi sono imbattuto in una straordinaria sequenza di cinque testi che il poeta americano Gregory Corso ha composto e dedicato a San Francesco nella primavera del 1960 e della quale riporto qui la prima parte, intitolata “Francesco e gli uccelli”:
I praise you for your love,
Your benediction of animals and men,
When the night-horn blew,
And the world’s property was disproportioned,
Where ere the winged children,
The rabbit,
The afterglow –
Good human tree, birds come to rest;
Not only those which chirp
But also those that honk and caw;
I see you with eagle,
Penguin, vulture, seagull;
Nor be it a bird
But an elephant, a herd!
All on your goodly compassionate shoulders.
Ti lodo per il tuo amore,
La tua benedizione di animali e uomini,
Quando la tromba della notte suonava,
E la proprietà del mondo era sproporzionata,
Dove erano i bambini alati,
Il coniglio,
Il crepuscolo –
Buon albero umano, gli uccelli vengono a riposare;
Non soltanto quelli che cinguettano
Ma anche quelli che fanno versi goffi;
Ti vedo con aquile,
Pinguini, avvoltoi, gabbiani;
O potrebbe non essere un uccello
Ma un elefante, un gregge!
Tutti sulle tue benevole spalle pietose.
Ecco, Francesco d’Assisi, buon albero umano, albero casa e rifugio per tutte le creature, non solo quelle che cinguettano, ma anche per quelle che ragliano e muggiscono, per tutte, per tutti, sulle tue benevole spalle pietose capaci ancora di ospitare e confortare minimi sussulti di speranza, di immaginario, di preghiera, di presenza.
(la poesia “Francis & the birds” è tratta da “Poesia degli ultimi americani” a cura di Fernanda Pivano, Feltrinelli, 1964, la traduzione è di Fernanda Pivano).
- ENGLISH VERSION

Composed in the Umbrian vernacular, the text’s luminous harmony combines praise and prayer, with clear biblical influences from Genesis and the Psalms, and was almost certainly intended to be sung. “in the Assisi manuscript, Prete informs us, the copyist left a blank space on three lines, intended to receive the indication of neumes, which suggests a syllabic chant similar to the Gregorian chant of the Psalms” – the Canticle of the Creatures has not failed to arouse admiration and devotion throughout the centuries.
And in his rapid but highly learned analysis, Antonio Prete does not fail to highlight the severe and clear articulation of “musical prayer” or “theological chant” in an initial part in which Francis addresses a You (Most High, all-powerful, good Lord, Yours are the praises, the glory, the honor, and all blessing. To You alone, Most High, do they belong, and no human is worthy to mention Your name.”) that no longer has only the characteristics of interiority typical of prayer, but is here “represented on the stage of a new theater, the theater of creation,” emphasizing the presence and dynamic force of the divine in facts, gestures, and elements of Nature — from Brother Sun to Sister Water, from our mother Earth to our sister bodily Death—summoned in the text in the fullness of their own simple and defenseless meekness. It is therefore a very exposed theater, permeated by a doctrine of light that the Stilnovisti will make their own “in its dual essence, physical and theological,” characterized by elements and attributes accountable to the medieval courtly tradition (such as Brother Sun, for example), explicit in reaffirming the concepts of brotherhood and sisterhood, praise and sharing, cornerstones of the idea of fraternitas, the luminous founding principle of the Franciscan Rule.
Of particular interest to me, in the current times, is the attention given, in the stanza dedicated to our sister Mother Earth, to the generative and fruitful power of nature that produces various fruits with colorful flowers and grass, line of disarming springtime beauty, line fully “unheard” in its strident actuality, insulted by the behavior of a corrupt and degraded society such as ours, devoted to ecological and social euthanasia, intoxicated by individual and national selfishness and wickedness, stunned between a song and a pair of underpants at the Sanremo Festival and the like on the brink of – and indeed already in the midst of – World War III. And it is certainly no coincidence that this lassio inspired Laudato si’, the Encyclical Letter on the care of our common home that Pope Francis made public in 2015 and in which, with reference to the Earth, we read: “We have grown up thinking that we are its owners and rulers, authorized to plunder it. The violence present in the human heart, wounded by sin, is also reflected in the symptoms of sickness we perceive in the soil, in the water, in the air and in living beings (…) We forget that we ourselves are earth (cf. Gen 2:7).” From Francis to Francis, in short, through the centuries traveled by a humanity that does not listen, does not learn, does not remember, and drags with it the chains of presumption.
However, poetry resists, perhaps above all according to the beautiful definition given by Gabrio Vitali in his “Poesia che fa civiltà” (Moretti&Vitali 2024) as “the technical creation of linguistic-musical facts of experiential value for all,” which is precisely what makes poetry “an operator of civilization.” And it was by following this thread of discourse, almost walking a tightrope, that I came across an extraordinary sequence of five texts that the American poet Gregory Corso composed and dedicated to St. Francis in the spring of 1960, the first part of which, entitled “Francis and the Birds,” I reproduce here:
I praise you for your love,
Your benediction of animals and men,
When the night-horn blew,
And the world’s property was disproportioned,
Where ere the winged children,
The rabbit,
The afterglow –
Good human tree, birds come to rest;
Not only those which chirp
But also those that honk and caw;
I see you with eagle,
Penguin, vulture, seagull;
Nor be it a bird
But an elephant, a herd!
All on your goodly compassionate shoulders.
Here is Francis of Assisi, good human tree, tree home and refuge for all creatures, not only those that chirp, but also those that bray and moo, for all, for everyone, on your benevolent, compassionate shoulders still capable of hosting and comforting the slightest glimmers of hope, imagination, prayer, and presence.
(The poem “Francis & the birds” is taken from “Poesia degli ultimi americani” edited by Fernanda Pivano, Feltrinelli, 1964, translation by Fernanda Pivano).

Antonio Prete è nato nel 1939 a Copertino, nel Salento. Per molti anni ha insegnato Letteratura comparata all’Università di Siena. Studioso di Leopardi e Baudelaire, saggista molto noto, come poeta ha pubblicato Menhir (2007) e Se la pietra fiorisce (2012), entrambi presso Donzelli. Fra i suoi libri piú recenti: Trattato della lontananza (2008), All’ombra dell’altra lingua. Per una poetica della traduzione (2011), Compassione. Storia di un sentimento (2013), Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità (2016), tutti da Bollati Boringhieri; Torre saracena. Viaggio sentimentale nel Salento (Manni 2018). Per Einaudi ha pubblicato Tutto è sempre ora (2019) e Convito delle stagioni (2024).
Antonio Prete was born in 1939 in Copertino, in the Salento region. For many years, he taught Comparative Literature at the University of Siena. A scholar of Leopardi and Baudelaire and a well-known essayist, as a poet he has published Menhir (2007) and Se la pietra fiorisce (2012), both with Donzelli. Among his most recent books are: Trattato della lontananza (2008), All’ombra dell’altra lingua. Per una poetica della traduzione (2011), Compassione. Storia di un sentimento (2013), and Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità (2016), all published by Bollati Boringhieri; Torre saracena. Viaggio sentimentale nel Salento (Manni 2018). For Einaudi, he has published Tutto è sempre ora (2019) and Convito delle stagioni (2024).
