Franco Loi

Intervista - parte seconda

(Adige, 

2012)

L’è un sumenà de tütt la buttunera
un fresch giardin de rös che se culura,
un sfass ne l’aria d’un aqua mia sincera…     

È un seminare di tutto ciò che germina in noi
un fresco giardino di rose che si colora
uno sfarsi nell’aria d’un’acqua mia sincera

da “I niül”; nota di Stefano Verdino, (Interlinea, 2012)

Quando è maturato I niül?

Forse è maturato in diversi momenti della mia vita, forse non è ancora “maturato” abbastanza, almeno quanto non lo sono io stesso. È quanto si raccoglie in noi nel tempo, è il livello di autoconsapevolezza, la capacità di amore che siamo capaci di generare, la sete di conoscenza e lo studio durante un’intera vita che generano in qualche modo ciò che viene attivato dall’impulso interiore della scrittura. In questa raccolta, ad esempio, c’è un “Monologo del povero Cristo”, parte di un testo in prosa scritto tra il 1963-64 per il Piccolo Teatro di Milano e trasformato in versi nel 1970. Una specie di preghiera-invettiva suggerita da un evento accaduto all’IBM di Milano negli anni 1947-48.

Lei non sembra avere dubbi nell’uso del dialetto come linguaggio totale di un mondo aperto e senza confini. Ma forse alla base c’è anche una scelta di carattere sociale…

Non è facile rispondere. Forse le due cose sono confluite nella decisone di questa scelta. I grandi linguisti, come Graziadio Isaia Ascoli, hanno sostenuto che solo le lingue parlate da un popolo hanno statuto di lingua. Lo stesso Dante nel “De vulgari eloquentia” aveva sostenuto la superiorità del volgare rispetto al latino come quello che “prima fu usato dal genere umano… e come quello che è a noi naturale, essendo l’altro artificioso”. Per venire alla poesia, essa è fondata sulla parola come suoni e sui periodi come ritmi. Il poeta milanese Delio Tessa ha scritto “il mio maestro è il popolo quando parla perché più attento ai suoni che alla logica del discorso” venendo così incontro al Leopardi dello Zibaldone “un poeta dovrebbe ascoltare il popolo quando parla perché più vicino alla natura e privo di logica”.

Lei parla più volentieri di “espirazione” che di “ispirazione” poetica, di qualcosa che viene dato e il poeta trasferisce all’esterno come in un processo di liberazione da condividere con i lettori.

Forse perché troppa retorica si è addensata sulla parola “ispirazione”. Dante nell’XI° del Purgatorio, rispondendo a Bonagiunta degli Orbicciani che gli chiede chi egli sia, afferma “I’ mi son un che quando/amor mi spira, noto, e a quel modo/ ch’ei ditta dentro i’ vo significando”. Quello spira” però, più che un “ispira” è un “alita”, “soffia”, “muove”: è l’amore che muove tutto l’essere, preceduto da i’ mi son un, io sono uno a me stesso. Il nostro intero essere sa più del nostro misero Ego, è più ciò che non comprendiamo e sappiamo di ciò che riusciamo a sapere. Molti critici hanno parlato dello stupore del poeta nel riguardare alla propria opera… Anche la mia esperienza mi fa considerare la mia poesia come scritta da un altro. M’è capitato più volte, leggendo in pubblico, che qualcuno mi abbia detto “che bello quel Suo verso che dice questo o quello” e io sia rimasto stupito e abbia constatato “è vero, non me n’ero mai accorto, ma c’è anche quello che dice Lei…” Sono conscio e inconscio a creare in te la materia del tuo dire, ma in quel momento è preminente quello che non sai, sono l’infinito stesso di ciò che ha influito su di te e la gamma di elementi, che nell’atto del dire esercitano il loro influsso, a dare forma ed espressione a quel che vuoi vagamente dire.

Dunque potremmo dire che la Sua poesia segue un movimento centrifugo dall’io al noi, dallo spazio chiuso dell’intimità autoreferenziale allo spazio del creato che a tutti appartiene e che tutti abbiamo il dovere di rispettare e custodire.

Sì, questa è la mia esperienza. Assistendo un mattino alla proiezione di un documentario sull’universo interplanetario a cura dello scienziato Marco Bersanelli (direttore del progetto Planck), ho con gioia constatato che all’inizio del filmato aveva posto l’immagine dei suoi due bambini spiegando d’aver voluto significare l’identità d’infinito all’interno di un uomo e ciò che tutti avremmo visto nel Cosmo. Andrea Zanzotto ha dichiarato una volta che “nel momento del dire nel poeta si spalanca un abisso pari alla scossa di un terremoto”. Quindi, nel fare del poeta è necessario, oltre a un incessante ascolto di sé e dei propri rapporti con il mondo, un forte equilibrio psichico.

In I niül c’è una conferma di quanto ci ha amabilmente raccontato sopra?

In I niül si parla di tante cose. Ma potrei citare qualche verso a conferma di quanto Lei mi ha chiesto: “Uh Diu, ciàppum e scòrla cul to vent… (Dio, prendimi e scuotimi col tuo vento); oppure “Me vègn adòss un mar che par tastàm…” (mi viene addosso un mare che pare toccarmi); o, ancora, “Se sari j öcc me vègn sü ‘l scultà… (se chiudo gli occhi mi sgorga fuori l’ascolto); e, infine, “Se sbroffi di parol l’è per piasèm/e per piasè al Diu che m’à creâ…” (se spruzzo delle parole è per divertirmi/ e per piacere al Dio che m’ha creato…)

Si parla anche d’amore, di dolore, di rabbia, degli uomini e della natura. Tutto m’invita a vivere, tanti e non sempre coscienti sono i miei rapporti col mondo, ma il mondo entra in me anche quando non me n’accorgo e m’invita a parlare di tutto. Ci sono anche il malcontento sociale e politico, il senso di necessità che ci lega tutti nel sogno di una vita migliore. Spesso mi dicono che ho scritto troppo e di tutto. Rispondo che forse non ho scritto abbastanza e che appunto “la vita è una strada di incessante apprendimento”.

Franco Loi è nato a Genova nel 1930 da padre sardo e madre colornese (PR) ma dal 1937 è vissuto a Milano adottandone il dialetto. Critico letterario per “Il Sole 24 Ore”, ha lavorato alla Mondadori e in poesia si è affermato con le raccolte Stròlegh(Einaudi, 1975) e L’angel (San Marco dei Giustiniani, 1981 e Mondadori, 1994). Si segnalano inoltre Liber (Garzanti, 1988), Isman (Einaudi, 2002), (Interlinea, 2004), Album di famiglia (Lietocolle, 2005), Voci d’osteria (Mondadori, 2007), Angel del aria (Aragno, 2011), I niül, interlinea, 2012). Nel 2010 è uscita presso Garzanti la sua autobiografia, Da bambino il cielo. Franco Loi muore il 4 gennaio 2021.