Franco Loi

Intervista - parte prima

(Adige, 

2012)

L’esperienza attuale del tempo è quella di una costante privazione; eppure noi lo colmiamo di impegni, mete, incontri, distrazioni. Qual è il tempo della poesia?

Vede, c’è un tempo “costruito” dall’uomo, che chiamo il tempo della razionalità – e forse è meglio dire razionalismo – che è poi quello su cui contiamo i giorni e gli anni; c’è un tempo del corpo o della natura o dello stare e relazionarsi con gli altri e con gli spazi; e c’è un tempo che non so chiamare altrimenti che “tempo dello spirito”, che sfioriamo quando siamo immersi in un movimento d’amore, in quegli istanti un minuto ci pare un’ora e diverse ore un minuto. Naturalmente quest’ultimo tempo ha varie valenze e apparenze, a seconda del modo in cui lo attraversiamo e consideriamo. Ritengo che ad esso si addica la parola eternità. Naturalmente la poesia, quando è vera poesia e non mera versificazione o sfoggio letterario o costruzione mentale, attiene a questo avvenire del tempo, alla sua esperienza. Quando si vive la poesia si ha l’impressione di non sostare più nel tempo.

Può la poesia restituire al tempo trafelato che viviamo ogni giorno un tempo più umano, di relazione personale, di comunicazione di sentimenti oltre che di emozioni?

Nessuno fa mai caso che sentimento significa sentire con la mente ed emozione proviene dal movimento naturale dei sensi e del cuore. Quindi siamo nel tempo della mente o nel tempo del corpo. È naturale che si sia assillati e si diventi schiavi di impulsi pertinenti al nostro modo di essere e di vivere. Si tratta, in fondo, di essere sottomessi a qualcosa che ci viene dal di fuori. Dice Annick de Souzenelle: “Il pensiero è ancora condizionato dall’esterno delle cose”. Cristo ci ha detto: “Io vi do solo due comandamenti: ama il Signore Dio tuo e ama il prossimo tuo come te stesso”, che va accompagnato all’altra sua indicazione: “Il Regno dei Cieli è dentro di voi”, che a sua volta richiama l’iscrizione sul frontone del Tempio greco “Conosci te stesso”. La poesia, come tutte le arti, è appunto uno dei modi per lasciar parlare ed esprimersi il nostro Essere più profondo – abbandonare il nostro ego abituale ed entrare in rapporto col nostro vero Io. L’esperienza che scaturisce dalla poesia non è però ordinata dai sensi o dalla mente, ma da una pulsione più profonda che ritrova le sue leggi espressive nel suono e nel ritmo.

Lei ha recentemente raggiunto il traguardo degli ottant’anni. Qual è la Sua attuale esperienza del tempo, quali priorità assegna alle Sue giornate? Quanto spazio dedica alla poesia?

Beh, a suo tempo ho raggiunto anche i venti, e poi i quaranta, e così via. Non do particolare valore alla cifra. Si può dire che le mie priorità siano date alla crescita di me stesso e con gli altri. Continuo a scrivere, a leggere libri che mi aiutano a capire e a capirmi, vado a leggere poesie e a parlare con gli altri, come farò anche con voi a Trento. Non si “dedica spazio” alla poesia, è lei che se lo prende. Negli anni settanta, va da sé, avevo più energie corporee, anche se meno consapevolezza, e quindi la giornata intera era presa dal fare. Oggigiorno riposo un po’ di più. Però, quando la poesia erompe, le dedico il suo tempo. Ma poi, chissà! anche il tempo del vivere e del riposo è forse dedicato all’arte. La ricerca di sé e l’attenzione al mondo non hanno mai sosta. Il momento del fare è forse la sintesi di tutto ciò che facciamo in una giornata o abbiamo fatto nel passato.

Erri De Luca in “Il giorno prima della felicità” usa una bella immagine sulla scrittura “scrivere era una pittura si intingeva il pennino, si facevano cadere gocciole finché ne restava una e con quella si riusciva a scrivere una mezza parola”. Ė quello che dovrebbe accadere con la scrittura poetica?

È molto bello quello che dice Erri De Luca, molto poetico. Ma la poesia non è il poetico. Non per niente i Greci l’hanno definita “fare spirituale”. Ciò che accade durante la “dizione” o “scrittura”, che per fortuna ha poco a che fare col mezzo, è un evento che sconvolge tutto l’uomo e lo porta ad uno status molto simile a quello del mistico. Ha scritto un poeta inglese che “davanti al mistero il mistico tace e il poeta parla”. Chissà se si scriverà e con cosa si scriverà tra duemila anni. Io, per esempio, camminavo per strada e non avevo più pensieri ma versi. Sentivo sgorgare i versi e li scrivevo su foglietti con la biro; oppure, quand’ero in casa, giravo per le stanze recitando la mia vita o il rapporto con le cose che mi attorniavano, i suoni della strada, i canti degli uccelli, le voci dei bambini che giocavano. Uscivano i versi, la mia mente li memorizzava, il mio Ego piangeva o rideva, ma tutto il mio essere era allegro, festoso. A volte mi fermavo e scrivevo – avevo paura che la mia memoria non reggesse troppo – poi riprendevo a recitare. E tutto questo per circa nove ore al giorno, per circa 20-25 giorni. Quello che accade veramente nell’esprimere poesia è impossibile dirlo. Forse si riesce a capirlo molto tempo dopo. Appunto, accade. Ogni evento della vita, forse, lo comprendiamo – se lo comprendiamo – a poco a poco, man mano che cresciamo, se abbiamo la fortuna di crescere. La poesia agisce su chi la esprime e su quelli che la ascoltano. Ma quanto e come non è facile stabilirlo.

Quale consiglio darebbe ai giovani – ce ne sono parecchi, nonostante tutto, affamati di poesia – che si cimentano nella scrittura, oltre che nella lettura di poesia?

Se sono “affamati”, beh, non possono far altro che mangiare. Io non sono mai stato affamato di poesia, se non in quanto desiderio di fare. Personalmente ho cominciato a scrivere versi soltanto all’età di trentacinque anni. Che consigli dare? Se è un bisogno, non occorre dare consigli. Se ho voglia di mangiare, mangio; se ho voglia di orinare, orino; se ho voglia di scrivere, scrivo. Mi scusi, ma forse Lei si riferisce a quello che dovrebbe fare un giovane che non ha ancora ben capito cosa fare nella vita. E allora gli dirò di studiare, di amare, di stare attento a sé stesso e a tutto ciò con cui ha occasione di entrare in rapporto. E, in quanto ai libri di versi, legga Omero, Dante, Virgilio; ma non ne imiti la forma, non li legga come maestri di scrittura. Ogni tempo e ogni lingua sono diversi, e anche gli uomini sono diversi, e ogni uomo dà la sua impronta al tempo, alla lingua, alla parola. Non si può mai imitare qualcuno. Ognuno senta ciò di cui ha veramente bisogno e cerchi ciò che gli pare utile al suo bisogno. Si difenda dalla troppa letterarietà, dall’intellettualismo, da ciò che gli viene da fuori. Impari a lasciare che la parola scaturisca dal profondo di sé. Come diceva Buffoni: “Lo stile è l’uomo”. Certo, occorre veramente dedicarsi a quel che chiamiamo l’amore per la verità e alla fame di cui nella domanda. Il resto verrà da sé.

Cosa pensa dei Poetry Slam che si stanno diffondendo anche in Italia, poeti che leggono su un palco i loro testi e vengono poi giudicati dal pubblico?

Non so cosa siano quei Poetry Slam. Ma già l’idea che un pubblico possa giudicare della poesia mi sembra assurda. Ci sento odore di vanità e invidia. E con questo non voglio dire che tra il pubblico non ci siano persone in grado di giudicare. Anzi. Io vado spesso nelle scuole a leggere e a parlare di poesia, e ci sono ascoltatori straordinari ed entusiasti. Ma dare un giudizio necessita di esperienza e competenza. Da chi è formato quel pubblico dei Poetry Slam? Spesso da amici o altri pretendenti poeti. La poesia si ascolta e ciascuno richiama a sé, alle proprie esperienze e alla propria coscienza quel che sente. A quali mode s’ispirano i Poetry Slam? Io stesso, per conto del giornale a cui collaboro, ricevo decine e decine di prose o annotazioni diaristiche in versi… Ogni sussulto di nostalgia o dei sentimenti o della mente viene definito poesia; e spesso chi li giudica è a un livello ancor più indefinito e confuso.

Cosa è cambiato, se è cambiato, nel Suo rapporto con la poesia rispetto a quando aveva trent’anni, rispetto ai tempi di Sereni?

Come Le ho detto poco fa, ho cominciato a scrivere poesie a trentacinque anni. Tuttavia avevo dieci anni quando un operaio, padre di un mio caro amico, mi prestò da leggere “l’Orlando furioso” e “Gerusalemme liberata”, e alla scuola media e alle elementari ci facevano imparare a memoria alcune poesie sentimentali. Fin da ragazzo tentavo di scrivere romanzi; poi mi sono interessato di filosofia e teatro. Infatti, Vittorio Sereni, quando venne a sapere da un amico pittore che scrivevo poesie, si meravigliò molto. Con Sereni abbiamo parlato di tante cose, ma quasi mai di poesia. Penso che il mio rapporto con la poesia sia iniziato e cambiato nel momento in cui ho cominciato a scriverla, e quale sia questo rapporto penso si possa intuire dalle risposte alle prime domande. Anche se io credo di più all’attenzione dell’uomo e alla sua azione nel mondo e ad una parola che tenda ad esprimerle che ad una definizione logica del poetare.

 

Franco Loi è nato a Genova nel 1930 da padre sardo e madre colornese (PR) ma dal 1937 è vissuto a Milano adottandone il dialetto. Critico letterario per “Il Sole 24 Ore”, ha lavorato alla Mondadori e in poesia si è affermato con le raccolte Stròlegh (Einaudi, 1975) e L’angel (San Marco dei Giustiniani, 1981 e Mondadori, 1994). Si segnalano inoltre Liber (Garzanti, 1988), Isman (Einaudi, 2002), (Interlinea, 2004), Album di famiglia (Lietocolle, 2005), Voci d’osteria (Mondadori, 2007), Angel del aria (Aragno, 2011), I niül, interlinea, 2012). Nel 2010 è uscita presso Garzanti la sua autobiografia, Da bambino il cielo. Franco Loi muore il 4 gennaio 2021.