Gina Bellomo
(Inediti,
2026)
«Tu non hai inventato la mia tristezza»
«Tu non hai inventato la mia tristezza».
Quando ogni spiga del conforto
calda e dorata si sgrana tra le dita,
l’inganno dello spirito del Licabetto
ti appare limpido come il cielo del mezzo pomeriggio.
A me paiono limpide due foto – è maggio, è il mio compleanno –,
due foto in sequenza e sovrapponibili nel gesto
della mano che copre il volto sui denti allungati come dita.
Nei bicchieri sulla tavola tremolanti a oltrepassare
corpi e confini: forse sta lì, tra camicie e brillantini,
la durata di cui parla Peter Handke. Forse
ora io posso riconoscermi e smetterla
di somigliare.
Ti invito a sedere con me. Anche stasera,
come vedi, ho continuato a collezionare sassolini
lisci, luminosi, panciuti come le mie guance bambine,
penso che questa mia tristezza
mi si è accucciata in grembo come un pargolo assonnato,
che oggi me ne approprio e le do un nome,
una storia e una lingua, se vorrà.
Eppure non è questo
che mi fa scuotere la testa in negazione, scrollare le spalle
e praticare un perdono che dice alienazione, dice
una lettera scritta a me stessa fingendomi scambiata alla nascita, dice
un mondo davanti a me in sembianza di melagrana incorrotta, me
con una fiducia semplice – un po’ tenera un po’ bislacca,
una fiducia da collage e bambole nel pomeriggio
dipinte e ridipinte ma mai per somigliare – in quel mondo
e nei passi che seguivo paffutella e mansueta
di coloro che amavo tanto da ripetermi
alla sera ad uno ad uno il loro nome.
Scambiarne i volti per gioco, rinominare oggetti
e persone, far ritornare le madri bambine, fratelli i padri
– però mai quadrava il conto e di questo gioco futile
restano solo le parole.
C’è un punto in questa mappa, lo vedi?
È in mezzo al campo, somiglia a un pomerio
tracciato da mani adulte e crani aperti: lì i sogni,
forse le noie, forse i dispetti delle zie hanno spaurato,
disperso favole di mostri affettuosi, tombe di saraceni
innamorati e generosi che regalavano i tesori del sultano,
canzoni sussurrate e inventate su di me giocando bambina, e sola,
tra pietre bianche e polverose, lucertole grosse come serpenti
ed eternitti, in dialetto, sfrigolante sui miei capelli biondi
– canzoni, dicevo, ben presto dimenticate, su quanto
sarebbe stata austera e grande la mia vita.
Ma io sono in un’altra storia.
Io non mi volto indietro né sorrido.
Io sono nell’al di qua.
A fine estate, quando alle quattro del pomeriggio
– domeniche di lunghi banchetti, anziani dalle grandi pance
stravaccati su divani di stanze aperte per l’occasione,
dolci assaltati dalle vespe sul tavolo, l’aria immobile,
il caldo fatale, i cani ad ansimare in un sorriso
di saltimbanchi mostruosi, un ventaglio caduto
di mano all’ultimo assopito, la mosca cavallina
a pettinargli la lingua – le gocce di pioggia
segnavano la fine di agosto, e dei sogni,
e della parvenza di pacificazione a cui così bene
eravamo stati abituati – una serenità autogestita
e dal falso clamore –, io potevo allontanarmi indisturbata
e percorrevo quel viale, vedi?, cantando e discutendo
forse con te, forse con chi non ho ancora conosciuto,
e allestivo questa vita grande e austera,
la formavo-parola, la facevo esistere nel mio linguaggio
e credevo di farla esistere nella realtà.
Di dare a lei una vita, più che dare quella vita a me.
A volte mi chiedo se sia ancora lì a camminare e a cantare
muovendo le mani leggera, annusando i carrubi,
parlando con un mondo bello e glorioso e buono
nel suo linguaggio, lo stesso
che ho dovuto disimparare.
Forse anche io sono ancora lì, canto e cammino.
Forse esisto solo in quel linguaggio.
Se mi concentro, se dimentico per bene, se guardandomi
allo specchio copro una guancia, scopro un occhio
e accenno un sorriso parlo di nuovo con lei.
E mi sembra che questa serra di vetro che è stata
finora la mia testa, che questa mia persona
fatta di balsami pastosi di miele presi alle fiere
– conservati troppo a lungo, buttati alla fine
nel lavandino – e di spaesamento sublime,
che questa luce che non si fa trovare e che tuttavia mi ferisce
sia ancora lei, prima della pioggia.
«Tu non hai inventato la mia tristezza».
Anestesia, semiotica
A Reggio Emilia piove.
Sono le sette di sera.
Beatrice mi scrive: “Quanta bellezza
nelle terrazze assolate di un giorno
che non è oggi, di un’età
che non è la nostra”. Era
uno screzio il nostro, un gioco di parole,
un tentativo non dissimile
da quello dei passerotti di primo volo
quando saltano tra i rami, noi
tra versi e guanti scuciti
per farne toppe e lettere:
avremmo potuto dire: semiotica
e filologia sono il principio
della demistificazione – ma non è questo
che fa le nostre notti veglie, non è
un’attenzione più consapevole a salvarci
dalle coperte ingarbugliate: è solo
un bacio cercato e mai dato sulla fronte
della nostra infanzia, prendendo per mano
le bambine che eravamo quando un tempo,
prima di imparare a riconoscere i nostri volti
tra la gente sotto i portici di via Farini, una paura lieve
ci sospingeva e quella paura non era che il cercare
nelle fosse, nelle pozze d’acqua, nei pozzi luce:
con questa calce sono impastati i lembi candidi
della nostra presenza al mondo, del nostro andirivieni
a braccetto, a braccetto anche sedute in un caffè,
io, te e Camilla: insaziabili e mansuete sfiorando
ciotole spaiate e grandi per le nostre unghie piccole
e levigate: cercando il bene che abbiamo in fondo agli occhi
e in fondo al cuore appaiamo i versi come calzini laceri,
maneggiamo con cura i manici sbeccati delle tazze
e di questa età che non sappiamo chiamare,
un’età che ci prende intere e ci risputa cambiate –
non in peggio, questo si dica, ma con meno letizia in volto,
con giacche più strette a segnare la vita e i fianchi
come fossero le sbavature temporali degli scali aerei,
quando gli aerei li perdiamo, quando ne abbiamo
addirittura paura. A Reggio Emilia piove, non contano
più nulla le cartoline che ho ricamato per passare il tempo
mentre ero in ospedale un anno fa. Non conta più nulla
l’affidamento dell’anestesia, il sudore sulle lenzuola
plastificate ogni giorno da asciugare.
Perdono me stessa nell’intento di serbare
la tenerezza che provo quando guardo gli altri soffrire,
ridere o gettare via l’amore: lo prendo io, lo giuro,
lo raccolgo dal pavimento, ne faccio cartoline ricamate – dicevo –
rubando i punti di sutura a tradimento: dalla mia pelle,
dal seno della mia compagna di stanza, dalle nuvole
quando coprono Bologna e fanno delle torri
due impassibili gru.
Ché cucire e scrivere sono la stessa cosa:
quando si posa la mano su foglio o drappo bianco
io vedo te, bambina, che ti dimeni per nascere
e non ti distinguo da me, mai da me,
non dissimile da me mai. Potessi anch’io
strisciare tra quelle pieghe bianche e custodire
gli stessi segreti che custodisci tu. Potessi
comprendere oggi, non domani, non ieri –
oggi – potessi comprendere se vocazione e alba
sono la stessa cosa, se pagina e Gina fanno rima
– imperfetta, senza dubbio. Senza dubbio.
Senza dubbio.
Oggi presentiamo due testi inediti di Gina Bellomo, poetessa siciliana, dottoranda in Culture letterarie e filologiche presso l’Università di Bologna e Sorbonne Université Paris, esploratrice attenta e avvertita dei rapporti tra letteratura e arti visive e attiva come performer con particolare riguardo per la poesia visiva e performativa.
Si tratta rispettivamente di un prelievo dal poemetto «Tu non hai inventato la mia tristezza» e dell’inedito di recentissima ma già compiuta stesura «Anestesia, semiotica», due testi d’evidente impianto dialogico e narrativo-teatrale caratterizzati da una versificazione sinuosa e malleabile, non troppo preoccupata di proporre una riconoscibilità metrica o strettamente formale e quindi capace di dare voce in modo e misura assai articolati a tematiche di carattere sia civico che storico e d’esposta attualità, ma anche di delineare i tratti riconoscibili di una affettività liberata, non trattenuta, non mortificata.
Una poesia dunque, quella di Gina Bellomo, nella quale istanze militanti, come si sarebbe detto un tempo – e ancor meglio engagé – interagiscono, verso dopo verso, con sogni, ricordi e riflessioni di carattere personale e autobiografico, quasi a voler “restituire” l’interezza e la complessità della persona. Persona peraltro concretamente poetica che scrive e che scrivendo interroga se stessa e il mondo che incontra e accoglie, con tanto di nomi di persona, di autori e autrici amati e amate e, frequentissimi, di luoghi atti a delineare una mappa sentimentale precisa e carica di suggestioni che interpellano e coinvolgono il lettore sollecitandolo alla condivisione di un percorso che si vuole plurale.
Una tessitura verbale variegata, ricca di sfumature emotive e affettive, e capace di una sincerità sentimentale che interroga e soccorre al tempo stesso e tutto può contemplare e includere se è vero, come viene detto, che «cucire e scrivere sono la stessa cosa», laddove quel «cucire» è da intendersi non tanto come un gesto di sartoria quanto piuttosto come il gesto del chirurgo che sutura una ferita. E punti di sutura sono allora le parole dell’amore, della passione politica, di quell’acceso prender parte che chiamiamo vita, mai completamente ma capace di canto.

Gina Bellomo è dottoranda in Culture letterarie e filologiche presso l’Università di Bologna e Sorbonne Université Paris, dove si occupa di letteratura contemporanea, cultura visuale, visual studies e, più precisamente, dei rapporti tra letteratura e arti visive: il suo progetto di tesi riguarda infatti il rapporto di Giovanni Verga e Luigi Capuana con la fotografia. In triennale si è laureata presso l’ateneo bolognese con una tesi sull’influenza di Dante e della letteratura medievale italiana sulla famiglia Rossetti; si è successivamente laureata in Italianistica presso la medesima Università con una tesi sulla poesia di Gesualdo Bufalino definendo una funzione critica – la ‘funzione Sicilia’ – relativa al ruolo dell’isola nella sua opera. I suoi articoli compaiono su “Poesia del nostro tempo”, per cui cura la rubrica Passato Prossimo, su “Il Chiasmo”, magazine online dell’Istituto Treccani, su “Pirandelliana”, su “Griseldaonline”, su “Gli Asini”, su “Finzioni”, su “Arabeschi”, su “pianob” e su “Studi Novecenteschi”. Gina Bellomo è anche attiva sul versante performativo, occupandosi di poesia performativa e di poesia visiva: tra i suoi lavori si annoverano _PART_, in collaborazione con Flavio Bertolino, performance eseguita nel gennaio 2020 nell’ambito della mostra di Salvino Marrali instabilequilibrio; Il mio corpo la terra muta, realizzata insieme a Flavio Bertolino con la collaborazione di Cloé Calame per il ventennale del Museo Carlo Zauli di Faenza, messa in atto durante il Festival dei calanchi e delle argille azzurre nel settembre 2022; «Tu non hai inventato la mia tristezza», presentata al DOT Festival 2023 a cura di YARD44, in collaborazione con Aliotho; Velato capo, performance realizzata presso Palazzo Moncada (Caltanissetta) nei giorni del 22 e 23 agosto 2025. Collabora con varie realtà artistiche siciliane e non solo, tra cui lo spazio espositivo bolognese Livida Lab.