Giuseppe Conte – Inframondo
(Poesie,
per il decennale)
a cura di Michele Donati
Per Giuseppe Conte, in occasione del decennale di Independent Poetry
Osare invocare la Poesia. Come fosse un sacrilegio nel tempio del mercato, come una bestemmia alla tecnica transumana, luddismo della neolingua. Questo il gesto cui tornare anche oggi, come ieri, sulle ceneri di una “Europa cieca / sfiancata da calura e siccità / corrosa da diluvi e frane”, imbestialita nel riarmo, perché la speranza dileggiata dal potere possa tornare a posarsi sull’umanità.
Il promemoria per i tempi di rassegnazione e disincanto è inciso nei versi di Giuseppe Conte, sempre fedeli nel corso dei decenni a un’idea di poesia che non debba segregarsi nella gabbia (nello zoo) dell’accademia, o nebulizzarsi in alambicchi da laboratorio, tentando piuttosto di instaurare con gli esseri umani un rapporto sentimentale e spirituale. Posizione, infatti, raramente compresa in accademie fondamentalmente integrate nella società tecnocentrica. Ma Conte sa bene, e continua a proclamarlo anche nel deserto, che è proprio il mistero antico del legame tra Uomo e Oltre la linfa della Poesia. Un mistero interrogato con continua meraviglia per l’essere e in un’adesione senza riserve alla vita così come alla sua controparte ineludibile, la morte, due tra le infinite stazioni del cosmo tra l’appassire e il rifiorire delle stagioni. Significa credere radicalmente, con trasporto mistico nella Poesia, credere contro l’apatia delle stupidità artificiali e naturali, ed è per questa energia sempreverde e indomabile che Conte è oggi il più giovane dei poeti.
PAROLE ESTRANEE A SUA MOGLIE
Saranno state le due o le tre l’altra
mattina quando sono entrato nel letto e ti ho
parlato. Tu dormivi e ho premuto la
mia palpebra contro la tua calda. Volevo
dirti parole che ci sono estranee, quelle
dell’amore che eterna: era tragica la
mia resa: le regole del gioco cadute. Così
dietro le nostre palpebre non gli occhi, le orbite. Le
nostre dita di pietra e i nostri fianchi fondali e
laghi i nostri piedi fluiti e ormai viticci
e nidi per le civette. Non saremo più
insieme. Non ne parleremo mai più. Futuri
venti soffieranno sulle nostre finestre dal mare
lontano noi saremo topi meduse
fiori
DOPO MARZO
Dimenticare città, nomi, desideri
di uomo: voglio solo fiorire, rivivere, io
non più io, ibisco, acacia,
conca aperta e tremante di un anemone.
Avere piedi e nodi d’erba, io
non più io, mani guantate
di germogli, ciglia nuove blu, di
scorza il torace, spezzato e vivo.
Ho dimenticato tutto, scrivo
perché dimenticare è un dono: non
desidero più che alberi, alberi, prode
di vento, onde che vanno e tornano, l’eterno
rinascere sterile e muto delle
cose
«Marzo è stato freddo e triste, ma
poi l’Aprile, praterie, portenti
di scarlatto lieve, ciliege, e le prime
rose»
da “L’Oceano e il ragazzo”, Rizzoli, Milano, 1983
IL POETA
Non sapevo che cosa è un poeta
quando guidavo alla guerra i carri
e il cavallo Xanto mi parlava.
Ma è passata come una cometa
l’età ragazza di Ettore e di Achille:
non sono diventato altro che un uomo:
la mia anima si cerca ora nelle acque
e nel fuoco, nelle mille
famiglie dei fiori e degli alberi
negli eroi che io non sono
nei giardini dove tutta la pena
di nascere e morire è così leggera.
Forse il poeta è un uomo che ha in sé
la crudele pietà di ogni primavera.
da “Le stagioni”, Biblioteca Universale Rizzoli, 1988
*
FRAMMENTO da Canti di Yusuf Abdel Nur
Da Canti d’Oriente e d’Occidente, Mondadori 1997
SALMO
Ad Yves Bonnefoy
Oso invocarti in questa Europa cieca
sfiancata da calura e siccità
corrosa da diluvi e frane,
continente di cenere e liquami
dove sono sovrani incontestati
Nulla ed Ipermercati.
Oso invocarti e sperare, oh Poesia.
Senza essere né Davide né Salomone
senza possedere né Betsabea né la Sunemita
e senza conoscere il linguaggio
degli sparvieri e delle formiche
io ti invoco, ritorna
ritorna come un maggio
luminoso-selvaggio
e come il primo raggio
soffiante –biancheggiante
dell’alba.
Ritorna, ritorna.
Ritorna foreste, anime, cattedrali.
Ritorna azzurri giardini orientali.
Ritorna, ritorna
Vergine, Venere, Africa.
Non sarai più la stessa
migrerai, muterai
e noi non ti vedremo come non vide
Mosé la Terra Promessa.
Ma ritorna, ritorna, oh Poesia.
Oso invocarti e sperare.
Seduto su una sponda del torrente in secca ad aspettare.
E ancora tra le rovine a cantare.
Nizza, ottobre 2003
Da Ferite e rifioriture, Mondadori 2006

Giuseppe Conte (Imperia, 1945) ha pubblicato libri in versi come L’Oceano e il Ragazzo e Ferite e rifioriture (Premio Viareggio), oggi raccolti nell’Oscar Poesie 1983-2015, saggi e libri di viaggio tra cui Terre del mito, e romanzi: da Primavera incendiata a Fedeli d’amore, da Il terzo ufficiale (Premio Hemingway) a La casa delle onde (finalista al Premio Strega) e a L’ adultera (Premio Manzoni). Nel 2018 esce per Giunti il romanzo Sesso e apocalisse a Istanbul, nel 20191 senza cuore, nel 2021 Dante in Love.
Traduttore di Shelley, Whitman e D.H. Lawrence, grande viaggiatore, cultore appassionato del mito, è impegnato da decenni nella difesa della natura e nel confronto con il pensiero dell’Oriente e dei mistici dell’Islam. Ha tenuto letture e conferenze in trentatré Paesi del mondo. Ha vissuto per lunghi anni in Francia. Attualmente abita in Riviera.
