La Dote dei Poeti

GIOVANNA ROSADINI, GLI SPAZI BIANCHI DELLA MEMORIA

A cura di Bianca Sorrentino

Talvolta per sbocciare è necessario abbracciare l’invisibile: la bellezza ha una forza che le deriva dalla profondità sotterranea delle radici. L’ultima bianca fioritura Einaudi è capovolta, perché dice della ‘faticosa ricchezza’ della maturità. Giovanna Rosadini sa dare parole alla struggente verità del mare fuori stagione, ne mette a fuoco i misteri nascosti tra gli spazi fitti di nebbia, si immerge nel rovescio della memoria per testimoniare il miracolo di certe epifanie che solo la Poesia è in grado di cogliere.

Il tema dal quale mi piacerebbe iniziare questo dialogo è quello della memoria, a cui, da studiosa del mito, sono particolarmente legata, poiché immediatamente mi fa pensare al personaggio di Enea, che, abbandonata la patria in fiamme, deve ricostruire la casa perduta riportando in vita la memoria di un altro luogo. Nelle versioni novecentesche dell’eroe virgiliano, l’atto del ricordare assume una pregnanza ancor più significativa, perché il figlio di Anchise diviene colono, partigiano, migrante. Tuttavia la vicenda di Enea è segnata da tempeste che incombono e non lasciano scampo; nella tua poesia, se pure si intuisce l’attraversamento di un qualche inferno, emerge la tua capacità di trascenderlo su un piano di quiete, che per il lettore risulta rasserenante.

La mia è una memoria riconquistata, perché, avendo io attraversato un coma e un risveglio dal coma, è una memoria che ho in larga parte ricostruito, riconquistato o, per meglio dire, ritrovato, poiché non era dimenticata: era semplicemente scivolata su un piano più profondo. Per me ritrovare la memoria è stato recuperare la mia identità dopo quell’azzeramento del coma e dell’incidente. Tu hai parlato di quiete a proposito del mio nuovo libro, Fioriture capovolte (Einaudi) – quiete legata al ripescaggio di questi momenti della memoria come l’infanzia, l’adolescenza, perché attraverso questo recupero e contemporaneamente attraverso il mio paragonarmi alle esistenze di chi ha passato esperienze analoghe alla mia, ho capito quanto posso essere fortunata, poiché ne sono uscita con una disabilità minima, motoria e non cognitiva. Quindi, sì, c’è un senso di gioia, di fortuna, di pacificazione rispetto a questa memoria riconquistata. Penso di avere avuto una vita molto buona, soprattutto in certi momenti come l’infanzia, e recuperarli attraverso la scrittura è stato un modo per riattingere una parte di me molto felice, molto compiuta. Più problematico invece è il discorso sull’adolescenza, perché sono stati anni sia storicamente (anni ’70, terrorismo, contestazione dura) sia sul piano famigliare più difficili, più duri: la separazione dei miei genitori, la nuova vita in una famiglia allargata di cui ero il perno. Anche nelle poesie dell’adolescenza ci sono però dei momenti di serenità assoluta come nel terzo momento, quello in cui parlo del primo amore e della gioia di ritrovarsi in Riviera, liberi, a contatto con l’acqua marina.

Sono molto presenti nel tuo libro gli affetti famigliari, ma anche una certa dose di spiritualità, a mio avviso.

Sì, bravissima! Lo spero. Se c’è, non è esibita; se c’è, è sottotraccia.

È vero, la sobrietà è il tratto dominante, non vi è nulla di ostentato!

Nonostante la mia conversione all’ebraismo, avvenuta ormai molto tempo fa, prima che nascessero i miei figli, e per via dell’incontro elettivo con mio marito, io sono in perenne ricerca: ricerca di un maestro che non ho ancora trovato, ricerca interiore, ricerca perenne di un confronto con la vita degli altri che è ciò che mi dà senso. Parlavi degli affetti: per me le amicizie di una vita sono la parte più rilevante e fondamentale di quello che abbiamo costruito. Sono una persona fortunata anche perché sono riuscita a conservare moltissimi affetti lungo tutto l’arco della mia vita. Gli affetti e le presenze umane sono quello che ti dà senso, che ti rende l’immagine di chi sei e che ti dà consistenza, come dico in Unità di risveglio (Einaudi). Noi acquisiamo consistenza attraverso lo sguardo degli altri.

Ed è negli spazi abitati da questi nostri affetti che forse riusciamo a riconquistarci. Nel tuo libro ci sono spazi bianchi, luoghi circondati dalla nebbia che aprono infiniti orizzonti di possibilità. Quali sono i tuoi luoghi dell’anima?

Innanzitutto la mia città natale, Genova, e la casa dove sono cresciuta, oggi purtroppo perduta; il verde, la Riviera, ma soprattutto il mare, questa grande presenza che, essendo io poi nella tarda giovinezza approdata a Milano, è l’elemento che sempre mi manca e sempre mi è mancato.

Anche a me è capitato di far caso al fatto che chi vive sulla costa ed è costretto ad andar via, il primo odore che percepisce una volta tornato è l’odore del mare.

Sì, infatti. Poi c’è Venezia, la città in cui ho compiuto i miei studi universitari negli anni ’80, quando era completamente diversa. Oggi è un grande circo, come dicono gli amici che ci sono rimasti: un circo turistico, un circo legato al mondo dell’arte, alle kermesse, alle mostre artistiche. Invece la nostra Venezia era ancora genuina, si trovavano lattaio e fruttivendolo sotto casa. Una città abitata ancora da nativi, una città in cui c’era una popolazione stanziale abbastanza consistente di studenti universitari che la vivacizzavano e la dinamizzavano, una città più autentica. Altri miei luoghi dell’anima sono New York e Israele, che è il Paese dove oggi abita mio figlio, dove spesso torniamo e dove c’è un senso di appartenenza e di radici molto forte.

Un aspetto che molto mi ha colpito leggendo le tue Fioriture capovolte riguarda gli esergo, tratti da componimenti di autori contemporanei. L’ho trovato molto generoso: un gesto che dice molto della tua attenzione nei confronti della poesia altrui, sicuramente riconducibile al tuo lavoro.

Una delle cose più belle del mio lavoro di editor durante gli anni einaudiani e anche quello che continuo a fare come autrice consiste nella fortuna di essere diventata un polo di riferimento per molte persone che iniziano a scrivere o scrivono da poco. Ricevo spesso richieste di pareri e di lettura: questo è molto stimolante, è un aspetto molto fecondo della mia attività riuscire ancora a sorprendermi per la scrittura di alcune persone che cominciano oggi a muovere i primi passi nel mondo della poesia. C’è questo senso di comunità, di continuità, di attenzione intertestuale che è la sostanza prima dello scrivere, perché la scrittura nasce da altra scrittura, nasce, si confronta e si alimenta di altra scrittura – questo è un dato incontrovertibile per chiunque scriva. Davide Brullo in un’intervista mi ha chiesto se esiste allora una comunità di poeti in relazione a queste citazioni che io inserisco: sì, esiste, ed è viva e vitale.

Siamo a Tredozio, abbiamo parlato di radici e di appartenenza ai luoghi all’interno di un Festival il cui nome è Tres Dotes, omaggio alla leggenda secondo la quale tre fanciulle fondarono il paese. A tuo parere, quali devono essere le tre doti immancabili per un poeta?

La prima è il talento creativo e linguistico, un dono con cui si nasce e che va alimentato; poi c’è una bellissima citazione di Philip Roth – che rimane il mio scrittore preferito – che dice: “più del talento è stata l’ostinazione a salvarmi la vita”. Se non c’è ostinazione, continuità di applicazione e di ricerca, il talento molto facilmente si dissolve. La terza dote è secondo me la pazienza: bisogna essere pazienti, continuare il proprio lavoro se si crede in quello che si fa, non avere fretta di arrivare subito chissà dove – io ho esordito a 46 anni! Essere pazienti attraverso la fiducia in quello che si fa e in un possibile risultato!