La Dote dei Poeti

FRANCESCO SASSETTO, IL DIALETTO COME APPARTENENZA

 

A cura di Bianca Sorrentino

Certi luoghi non si accontentano di fare da sfondo alle storie: spesso giungono a penetrarle e a svelarsi sin dentro alle parole. Accade così alla Venezia di Francesco Sassetto, protagonista del suo canzoniere d’amore, Xe sta trovarse (Samuele Editore). Cos’è stato allora trovarsi? Fatica, ma anche tenacia del costruire, consapevolezza della maturità che si compie nel gesto delle mani nelle mani, per tenersi saldi dove tutto ondeggia.

Il Festival Tres Dotes contempla nella sua essenza l’idea di radici e la poetica dei luoghi. Ascoltandoti durante la tua lettura estremamente emozionante, mi è parso che il tuo modo – o forse uno dei modi – di metterti in contatto con le radici sia relativo alla scelta di una lingua in particolare, il dialetto. Che ne pensi?

Sì, fondamentalmente è vero, perché il dialetto è proprio la prima appartenenza, la più profonda, la più antica, arcaica, quasi ancestrale. Sia che io parli di me sia che io parli di quello che vedo intorno, di quello che succede, che mi colpisce, che mi e ci riguarda, se mi colpisce nel profondo, il linguaggio in cui riesco a renderlo più profondo, più incisivo e più vero è proprio il dialetto. Il mio dialetto è il veneziano parlato, non quello di ottimi dizionari con cinquant’anni alle spalle: il dialetto è un corpo vivissimo, quindi cambia e mi sembra giusto parlare quello attuale, scrivere quello attuale, come fanno altri poeti veneziani. A volte sono in dubbio o mi pongo sempre la domanda sul limite della comprensibilità testuale; allora si pone il problema della traduzione: alcuni miei amici fanno la versione poetica in italiano; a me non piace molto questa soluzione perché non capisco qual è la poesia prima, vera. Per me è quella in dialetto, allora affianco un testo che sia letterale, un glossario sotto forma di traduzione di versi. Però è un problema grosso, perché la traduzione è brutta: ci sto ancora pensando su. Il limite consiste nel fatto che se vado a leggere a Trieste o a Pordenone non occorre la traduzione; basta andare a Faenza e ovviamente non è così. Sicuramente però il dialetto è un elemento identitario fortissimo, forse l’unico veramente forte.

Nel titolo del tuo ultimo libro è presente il termine “trovarsi” che rimanda all’idea dell’incontro. Anche quello di questi giorni è stato un modo di incontrare l’altro, di mettersi in ascolto delle parole degli altri. La Poesia secondo te può fornire occasioni autentiche di vicinanza all’anima altrui?

Sicuramente! Ed è forse la funzione, la possibilità più autentica. In fondo fin dalla poesia antica c’era l’oralità e, quando io parlo, già conosco qualcosa dell’altro che può piacermi o non piacermi. Questi momenti di scambio, di incontro, di ascolto sono fondamentali.

E sono fertili anche per la poesia che verrà?

Certo, non si fa poesia in una stanza. Quello sì, magari è un momento – il primo, l’ultimo – ma occorre l’ascolto di ciò che scrivono gli altri, non per mettersi in gara, ma perché è tutto un humus che mi riguarda e di cui anzi sono felice di far parte. Chi evita gli incontri e non vuol leggere le poesie degli altri o è presuntuoso o è miope.

Ho saputo che Sandro Pecchiari ti ha già anticipato l’ultima, tradizionale domanda, perché qui al Festival c’è un’atmosfera di condivisione. Probabilmente mi hai già risposto nel corso di questa conversazione, ma desidero ugualmente porti il quesito, alludendo al nome Tres Dotes e applicando quest’ultimo alla poesia: quali sono le tre doti di cui un poeta non può fare a meno?

Secondo me una dote molto importante è la capacità di comunicare: il mio primo obiettivo è quello di farmi capire; se scrivo un diario privato posso permettermi di scrivere come mi pare, con tutti i simboli o le metafore che vanno bene a me; se penso che l’atto creativo sia un atto sociale, scrivo perché qualcuno legga. Mi danno un po’ fastidio certi sperimentalismi o cosiddetti tali che magari fanno effetto, fanno spettacolo, ma emozionano poco e rimane poco. L’altra dote è saper guardare, saper guardarsi intorno, perché posso guardare dentro di me – ed è importante – ma io mi relaziono continuamente con un mondo di persone, di cose, di lavoro, che cambia e che cambia anche me. Osservare – anche a un Festival come questo, anche le facce della gente, le espressioni, i vestiti, penso che sia fondamentale. La poesia nasce anche da piccoli dettagli a volte, da particolari a cui non diamo importanza e che invece svelano molto.