La piramide nella nebbia

"La stanza dei nomi" di Remo Pagnanelli

(Kamen’ Rivista di poesia e filosofia Anno XXXIV - n. 67 - , 

Giugno 2025)

le fronti snervate vacillano
al tremito lontano che t’annuncia
(solo e senza seguito).
Accostando l’orecchio per terra
mi scuote l’infrenabile bradisismo

. . .

sei tu che scherzi facendo squillare a vuoto
il telefono (tiratolo su, nessuno risponde),
il giocoliere della paura che spinge
lentamente ma crudelmente sull’abisso.
Lo squillo, la squillo più pagata del mondo

. . .

non durerà il confortevole sussurro
del cielo ametista, di cui una volta
ti si chiamava (o fosti) padre e re.
Non durerà più di quel che duri in me
lo stupore dell’acqua dal rubinetto

. . .

se l’origine è l’apertura
d’una molteplicità di sensi,
ecco perché (per aumentare
il flusso del piacere),
io, che ne ho solo cinque (di sensi),
voglio entrare in te, esserti

. . .

non godo del lusso della tua morte,
del suo riflesso lustro. Stai come
una piramide nella nebbia, grigio su grigio,
né il culmine della tua retina
scalmana una finale congerie di visioni

. . .

intuisco la tua firma dove il caso
s’accanisce a rendere bestiale
il più semplice attraversamento.
Nessuno pretendeva i sigilli
delle sfere di cielo e terra

. . .

hai chiesto di me, cosa piumata,
veliero che non reca speranze?
Preferisco sembiarti nel collettore
che il vero trascina e trasforma

. . .

il conforto dell’Uno non è abbastanza,
gli altri sono addirittura da meno.
Tornare all’origine, alla montagna,
temo non sia la risoluzione del conflitto,
ma il sogno predatore d’una consolante immobilità.
La mente è convinta da secoli che ne derivino vantaggi

. . .

a chi chiedere se non alla nudità della stanza.
Tutti, tutti hanno dimenticato e paiono perfetti
nella finzione.
Hei, bimbetto, l’hai veduto
mentre giocavi tra le canne, qualcosa devi aver
capito di quel frullo fiammante dal crepuscolo –

. . .

rimpicciolirsi, sparire, tutto vano…,
anche la ripetizione d’una vita immobile
t’interessava scoperchiare, drenare nella rete
della tua bocca. Deità della discrezione
battute dal dio dello sberleffo

. . .

la reductio ad unum è comoda
ma non centra la verità.
Sei molte cose ma credo
nessuna in realtà

. . .

la gradevole chiusa valletta
svela il passaggio di un re-clown,
doppiezza di doppiezza foggiato.
Al seguito d’una teoria di simulacri,
il suo nome suona Fuggiasco

. . .

fra tutti gli incerti attributi, di uno solo ho certezza.
Hai dalla tua il diritto di separare ogni cosa.
Sei la Separazione (tu stesso, separato dall’inizio?)

. . .

ascolto, non è questo il mio mestiere?
Tendo l’orecchio quasi dovessi annotare
il minimo ansimo, ma oltre lo sbrodolio
della mia stessa voce, altro non odo…,
non odo che il mio odio fremere contro chi
fende felice il bagno della festa,
la fiumana frusciante della folla

. . .

abbisogni di un nome,
non essendo un lume o un nume?
Lampeggiano soltanto le chele
di chi con ansia cerca di brandirti
(o di bandirti)

. . .

era meglio una volta.
Quando lessi che guidavi gli eserciti
e ambivi lo scontro.
Che sei stanco, non ci credo.
Penso a una microepica, subdola caccia
a chi fugge il folto degli armenti

. . .

non risiedi nei particolari,
come suggerito da qualcuno,
non occupi alcuna sommità.
Controlli le regioni mediane,
regoli le mediazioni, nella medietà ti distendi.
Non t’offende la lingua parodica o l’iperbole

. . .

la noia ci assale. Il duello non è mortale.
T’infilo a percussione e neppure sanguini,
ogni attimo muoio e hai bisogno di nuovi per seguitare.
Abbracciati scappiamo. La noia ci assale.
Lo dicevi ch’era il dio sommo di sangue e urla

. . .

ecco perché non ti si acciuffa (Blumenberg insegna),
metafora assoluta del creato. Più del danaro, dell’oro,
cifra della liquidità

. . .

sbuca all’inseguito da ogni feritoia
e porge come una rosa una linguaccia rossa e ruvida.
Che sia la sua vera lingua?

. . .

il discorso è alquanto schematico,
ma per un dio ematico…………..
semplicemente mi sono adeguato alla grossolanità
(per umiltà, per dimidiata omologia? Per necessità).
Mentre la terra, completando la curva dell’onda,
sta per coprirmi nella sua tutela, ho scelto
un piccolo bagaglio di durezze, non di sottigliezze

. . .

il sonno della vacanza
è una pausa del vostro strepitio.
II sommo dell’ignoranza e dell’inganno
l’occhio e l’orecchio di dio.

. . .

la grandezza di dio non sta nelle sue azioni,
ma nelle sue reiterate, luminose sparizioni.
Ha posato il capo e riposa nel folto della selva
come un antico re invasore colto dalla morte
in una valletta chiusa dalla battaglia.
La sua salma regia brilla dai corrosi ori
dentro la terra del tramonto

. . .

che spettacolo lo spettacolo di dio
invisibile che sciama sulla città,
corpo sul corpo piagato delle città,
e getta e piove grappoli d’insetti
calamitosi e brucia come un gioiello

. . .

dio-operaio, buio e doloroso,
sta con una donna bianca,
piegato sulle ginocchia,
ad ascoltare la sua infinita
promessa d’amore.
Brilla d’astuzia nel non crederle

Sarebbe davvero un limite ridurre la funzione della metafora a mera figura retorica, circoscritta al cosmo poetico-letterario, dal momento che nella sua accezione più profonda essa si pone in realtà quale fondamento stesso del linguaggio: non solo, infatti, la metafora simbolizza il senso di due concetti sancendone l’identità, ma agisce quale procedimento cognitivo di base su cui poggia l’adesione convenzionale dei nomi attribuiti alle cose che rappresentano. Si tratta dunque di uno strumento di conoscenza del mondo. Vi sono però montagne la cui cima è inafferrabile, nascosta alla vista (e alla comprensione) da tempeste o, per usare una delle straordinarie immagini che costellano La stanza dei nomi di Remo Pagnanelli, si può sempre incontrare “una piramide nella nebbia”: il poema, finora rimasto inedito, è stato recentemente restituito a lettori e studiosi grazie all’impegno meritorio di Edoardo Manuel Salvioni, grazie al quale ne è stata pubblicata sulla rivista Kamen una versione (esistono infatti più dattiloscritti con varianti, a testimoniare ancora una volta la cura certosina del poeta nel comporre) che risponde all’esigenza di ricostruire nella maniera più fedele possibile l’intentio auctoris. Un lavoro che sarebbe stato impossibile senza la generosità e l’apertura della famiglia Pagnanelli, cui in questa sede è doveroso rivolgere un ringraziamento anche per la messa a disposizione di altro materiale d’autore, una nota del poeta al testo, di poche ma illuminanti righe. E, proprio in quella manciata di osservazioni, Pagnanelli esplicita il nucleo centrale dell’opera: la riflessione sui concetti di origine e limite, declinata in una sorta di contemporanea quête della divinità, quasi sempre silente o nascosta. Ricerca, o meglio “caccia” (termine non esente da suggestioni caproniane, specie Il franco cacciatore e Il conte di Kevenhuller, risonanti anche in certe rime) che rappresenta un elemento di conflittualità sia interna che esterna per il soggetto. Ecco, dunque, che il preambolo sulla metafora trova ragion d’essere in uno dei punti cardinali nella Stanza, laddove si richiama l’insegnamento di Blumenberg, che sviluppò la metaforologia kantiana teorizzando, appunto, la metafora assoluta: questa, in sintesi, è una metafora primaria (il filosofo fa l’esempio dell’esistenza-naufragio o del mondo-libro), inspiegabile attraverso altre metafore consequenziali poiché traslazione di concetti assoluti che il pensiero non può oggettivare né cogliere se non in tale veste, fungendo quindi da substrato epistemologico. Essendo, però, una sedimentazione storico-culturale, può eventualmente trasmutare in altre metafore, a loro volta assolute, a seconda dei tempi e delle geografie. Metafora assoluta, quindi, come origine dell’interpretazione, fonte della conoscenza; ma, al contempo, anche limite del pensiero, poiché invalicabile. Una ambiguità che si sposa perfettamente con il senso del poema di Pagnanelli, nel quale è il creatore stesso “metafora assoluta del creato”, sua origine e suo limite: e, in quanto tale, risulta impossibile acciuffarlo. Ci troviamo qui in una delle zone baricentriche del poema, apertosi con il presentimento sotterraneo (l’infrenabile bradisismo) di un avvento, con gli squilli a vuoto di un telefono. Il tentativo di nominare dio – vale a dire l’impossibile e per certi versi empia (nel senso di hybris) impresa di concettualizzare una metafora assoluta per cogliere la realtà nuda – si articola in una sequenza di 25 stanze, dove predominano la prima e la seconda persona singolari: come giustamente osserva Salvioni nella premessa alla pubblicazione su Kamen, si configura così una sorta di dialogo mancato tra il soggetto e l’oggetto ricercato, Dio (o il suo nome, o la parola che svela il mondo rendendolo conoscibile), il quale si manifesta compiutamente nella sua sparizione. Un dio in absentia che risponde solo con il silenzio, un fuggiasco solitario, un antico re invasore e insieme “re-clown” che adagia il capo per morire nel tramonto in uno dei passaggi di maggiore forza icastica del poema. O, ancora, un sadico “dio dello sberleffo” il cui segno è inciso nel “più semplice attraversamento” reso bestiale; un nume “invisibile” che appalta a visioni di piaghe apocalittiche in sciame sulle città la propria (non) epifania; infine un “Dio-operaio”, così concreto da essere “ematico”, che “brilla d’astuzia” nell’ascoltare una promessa d’amore senza credervi. Quando compare la prima persona plurale (ci troviamo nella diciottesima stanza), il “noi” avvince le due parti in una lotta che pare smantellare i confini fra loro. Concetto definitivamente inafferrabile, la divinità, il cui nome – l’unico di cui Pagnanelli mostri di avere una qualche “certezza” – è “Separazione”: ma, a ben guardare, quello che compare nei tre versi di questa tredicesima stanza (forse la più sconvolgente di tutto l’edificio) è un ribaltamento che conduce ad una blasfemia teologica. Ciò che separa, infatti, è il Diavolo, il contrario del Simbolo, che è l’Unificatore: origine e limite si trovano indissolubilmente legati nel paradosso della metafora assoluta. Non è possibile compendiare in un invito alla lettura la ricchezza di quest’opera, ma c’è almeno un altro tratto fondamentale da evidenziare, sulla scorta degli spunti offerti da Salvioni: è il tono ironico che traspare in diversi passaggi del poema e che ricollega, da un lato, all’esempio della Palinodia al marchese Gino Capponi di Leopardi, dall’altro ai Canti di Maldoror di Lautréamont. Su quest’ultimo, Pagnanelli realizzò un intervento critico uscito per la prima volta in Prometeo nel 1986 (e dunque coevo al periodo di scrittura de La stanza dei nomi): ne emerge una lettura parodica del capolavoro di Lautréamont, dove l’ironia corrode la carica tragica del “romanticismo nero” e in cui Dio è il primo bersaglio. E, contestualmente a tale atteggiamento, i movimenti del poema descrivono scarti di contraddizione estremamente sorvegliati e coerenti, come nella ritrattazione della Palinodia, rendendo così lo sguardo ironico quello più adeguato per approcciare l’ambiguo e misterioso oggetto del poema. Si pensi, ad esempio, alla carica gnomica, da saggezza popolare, di alcune asserzioni, dietro le quali si cela invece una messa in crisi: su tutte, “era meglio prima”, in apertura di una delle stanze chiave, che si chiude con la mente rivolta ad una “microepica”, lo stile dell’interminabile caccia all’origine e al limite.

Nato a Macerata il 6 maggio 1955 e ivi morto suicida il 22 novembre del 1987, Remo Pagnanelli è poeta e critico letterario tra i più complessi della sua generazione. Laureatosi in Lettere nella sua città nel 1978 (tesi su Vittorio Sereni), per un breve periodo vi lavora come docente all’Accademia di Belle Arti. Studioso impegnato e rigoroso, specializzato in Scienze e Storia della Letteratura italiana all’Università di Urbino (1981-1982), per tutta la sua breve vita affiancherà all’attività della critica letteraria quella della versificazione, dando alla luce scritti critici e poetici in cui la riflessione sull’esistenza e sull’essenza stessa della poesia si intrecciano sovente con i territori dell’arte e della psicanalisi. L’esordio letterario avviene nel 1981 con la pubblicazione della sua tesi di laurea La ripetizione dell’esistere. Lettura dell’opera poetica di Vittorio Sereni (Milano, All’Insegna del pesce d’oro, 1981), già Premio Nazionale di Critica Tagliacozzo 1981 e Premio Città di Messina nel 1983. Nello stesso anno esce anche la prima raccolta poetica Dopo (Forlì, Forum, 1981) e, con l’amico Guido Garufi (con cui fonderà la rivista «Verso»), cura l’antologia Poeti delle Marche. Nel 1982 è invitato dal suo relatore, Mario Petrucciani, a pubblicare la tesi di specializzazione Alcune stranezze di Penna su «Letteratura italiana contemporanea», rivista quadrimestrale di studi sul Novecento (IV, 10, settembre-dicembre 1983) e, nel 1983, a un anno dalla morte di Sereni, viene chiamato a partecipare al Congresso Nazionale di Palermo ove terrà la relazione Osservazioni sull’angolo da trovare, affermandosi come voce autorevole e studioso raffinato. Del 1984 è la raccolta poetica Musica da Viaggio (Macerata, Antonio Olmi Editore), a cui seguono la plaquette Atelier d’Inverno (Montebelluna, Accademia Montelliana editrice, 1985; Otranto, AnimaMundi, 2023) e il poemetto L’Orto Botanico, con cui vince il Premio Montale per l’inedito. Il testo è subito antologizzato da Scheiwiller in 6 Poeti del Premio Montale – Roma 1985 con prefazione di Maria Luisa Spaziani (Milano, All’Insegna del pesce d’oro, 1986). Particolarmente importanti per comprendere la poetica di Pagnanelli, la sua tensione etica e la costante ricerca linguistica, sono le raccolte uscite postume: Preparativi per la villeggiatura (Montebelluna, Amadeus, 1988), con prefazione di Giampiero Neri cui la plaquette è dedicata, ed Epigrammi dell’inconsistenza (Grottammare, Stamperia dell’Arancio, 1992) i cui testi risalgono agli anni giovanili tra il 1975 e il 1977. Importanti testimonianze, per intendere appieno il lavoro intellettuale dell’autore, sono infine i saggi Fabio Doplicher (Latina, Di Mambro, 1985) e Fortini, pubblicato postumo (Ancona, Il lavoro editoriale, 1988), oltre ai notevoli scritti su questioni di arte ed estetica, inseriti nel volumetto Scritti sull’arte (Piacenza, Vicolo del Pavone, 2007), curato da Amedeo Anelli e pubblicato in occasione del ventennale della scomparsa. L’intera opera poetica di Pagnanelli è ora fruibile grazie ai volumi Le Poesie (Ancona, Il lavoro editoriale, 2000) e Quasi un consuntivo (1975-1987) (Roma, Donzelli, 2017), mentre gran parte dei saggi apparsi su riviste di settore quali «Alfabeta», «Sigma», «Testuale», «Otto/Novecento», «Prometeo», ecc., sono stati raccolti in Studi Critici. Poesia e Poeti italiani del secondo Novecento (Milano, Mursia, 1991). Tutti e tre i voumi sono a cura di Daniela Marcheschi. Il corpus documentario di Remo Pagnanelli comprendente lettere, dattiloscritti, manoscritti, è depositato all’Archivio Bonsanti – Gabinetto Scientifico-Letterario G.P. Vieusseux di Firenze.