Nadia Scappini

preghiere imperfette

(Moretti & Vitali,

2022)

1.
è in questo nostro andare

è in questo nostro andare
che alle spalle lascia rimpianti
sillabe umane frante misure spaiate
è in questo nostro andare quando
la lontananza pare irredimibile e cede
il respiro all’ombra di presagi viola

      è in questo nostro andare

il tempo di tessere tele incantando
l’invidia le vacue astrazioni i cammini
rigonfi di glorie improvvise e vacanze

il tempo di divorare l’orizzonte patteggiare
con l’impossibile puntando con passo quieto
al brividio del lento desiderare
per fare prossima ogni lontananza levando
sipari               inganni            frastuoni

 

3.
curvare le parole

già, curvare le parole
verso un altrove
con la pazienza della fatica
dentro un sonno crepato con certe fessure
dove sbirciare qua e là nel passato
le ombre, le improvvise azzurrate dal vetro
di un treno verso l’Adriatico mare da bambini

un venditore che grida la sua merce sulla sabbia
dove nessuno sosta ad ascoltarlo
e l’aquilone che vola tirando quieto
verso il cosmo di un possibile ancora
nel fuoco calmo di un abbraccio
senza condizioni

la notte bianca smemorata ormai
che piega il cielo in basso quasi terra

 

8.
sono creature
(a Bruna Maria)

cantano contano pesano le parole
bucano la superficie dei giorni
sono pietre aironi sono creature

fanno sognare fanno soffrire
ninna nanna di madri nostalgie
di voci lontane             sono
riverberi     attese     preghiere
silenzi arresi    speranze paure
sono   lamento   spasimo   affanno

sanno
fare la ruota al sole incantare la luna
benedire ogni seme che ingravida la terra
il papavero che infiamma la spiga
sanno
sollevare gli sguardi spenti frenare
gli impulsi cattivi i neri pensieri farsi nenie
e gentili abitare ogni spazio clemente
dove lucidare la pazienza, alzare la malinconia
saltare i fossi tra i prugnoli fioriti
dove sgranare antichi rosari per distrarre
la fatica dei giorni
insensati      crudeli       amari

 

17.
memoria di Paradiso

alza le ali all’angelo quando
nel crudo del dolore si fa cieco il sentiero
arranca il passo, vacilla, si perde

fa’ che la compassione smuova la nostra
miseria il magone che affanna e strazia il respiro
strozza la voce mentre noi, maldestri, a tentoni
vaghiamo, separati insieme, abbaiando il dolore
frugando in cerca trasalendo tra sogni e sangue

strappa dal corpo il pensiero finché si apra
a preghiera in quello spazio liminale di verità
memoria di Paradiso

 

38.
lieve il tocco

lieve il tocco della porta
la chiave nella toppa
ti dico arrivo dalla stanza
in fondo dove silente scrivo
per contrastare chi assassina
i sogni, per dare un ordine
alle cose, come ai calzini
nel cassetto, al quotidiano
mezzo letto aperto sopra i libri
nella quiete bianca del salotto

ma tu non senti – forse non volevo –

e ancora col cappotto appoggi
i pacchi della spesa e io ti sono grata
per questo tuo lasciarmi assorta
a dipanare il senso delle cose
dentro a una riga che s’accende
dietro a un ritmo zoppicante
a una parola spudorata
capace di svuotare il nostro io
di fare posto al noi

si, lo scarto del ruolo
nella pietà di una preghiera

 

Il magnifico verso di Franco Loi citato in apertura di libro “Mì, ‘l Pardis, ghe l’û a tocch in mì” [Io, il Paradiso, ce l’ho a pezzetti in me] dà subito la misura della profondità interiore del sentimento religioso che innerva la poesia di Nadia Scappini. Le sue preghiere scaturiscono dalla nostra “precarietà” (precarius è etimologicamente legato a “preghiera”), nascono dalla terra, dal desolato e dolente hic et nunc che viviamo, dall’humus su cui muoviamo i nostri passi affaticati e solitari. Una poesia concretissima, ancorata alla terra ed agli eventi dell’esistenza, dove il discorso poetico si fa universale e toccante nella sua nuda verità, nella sua disarmata umanità, come sottolinea Paolo Lagazzi nell’attentissima partecipe postfazione.

Nulla di fideistico né tantomeno di dottrinale nelle poesie-preghiere di Nadia, nulla di consolatorio ma una continua tensione, uno slancio verso il Cielo, un “Altrove” con cui l’autrice intesse un dialogo intimo e confidente ed a cui affida la fragilità e le inadeguatezza umane, le “inadempienze le distanze le intemperanze / che a die in diem  inutilmente provo a colmare.” Un Dio sorridente, che ascolta, accoglie.

Le tre sezioni in cui è divisa l’opera, Del nostro andare, Del Tempo, L’Oro dei Giorni sono attraversate da immagini ed elementi naturali  – tratti da quella campagna vissuta e amata da bambina – di forte valenza simbolica  – una sorta di fil rouge che si dirama nell’intera raccolta.  Gli alberi, i fiori, gli animali, la “farfalla” (un testo è dedicato a questo antico simbolo di metamorfosi e rinascita) con cui “dialogare” e “sedare” il “doloroso fatale sentire che ab ortu m’appartiene”, una “mano di una madre buona” da contrapporre al grigiore dei giorni, al vuoto di un’umanità sempre più “avara”, svenduta e inerte, incapace di costruire valori e significati, abbacinata da “sipari     inganni frastuoni”.

I versi stessi di Nadia Scappini, larghi, narrativi e descrittivi, vigorosi e insieme delicati sono modulati in un ritmo di preghiera pacata che vibra di un continuo dinamismo spaziale e temporale. La tensione ascensionale si alterna ai ritorni verso la terra in un colloquio sommesso tra “alto” e “basso” che costituisce, a mio avviso, la cifra lirica ed esistenziale più intima e profonda della poetessa trentina che, se anela a “curvare le parole / verso un altrove / con la pazienza della fatica”, non ignora quanto erto e difficile sia il viaggio verso l’Alto, quanti gli smarrimenti e le paure, se anche dio è “inchiodato alla polvere del mondo”. Ricorre frequente la metafora dell’ascesa e della “scala” fotografata in tutta la sua umanissima fatica nella splendida purgatorio:

….mentre salgo

felice e avventata su una scala che non mi sostiene: troppo alta
è la meta la vertigine m’assale,
provo a stringere il piolo superiore, mi fermo tentando di
ancorarmi
ma m’acceca la paura, mi soffoca alla gola un nodo.

finché, all’improvviso, quasi per un’inattesa epifania, un “miracolo” di montaliana memoria, “l’aria denudata” ritorna e “…Ti stana ti sorprende come una preghiera / lungamente covata che converge   finalmente / verso il Cielo”.

A questo spostamento nello spazio si affianca, come dicevo, un analogo spostamento nel tempo, una comunicazione densa tra passato e presente che riesce a ricongiungere eventi e sentimenti oltre il fluire inarrestabile del tempo, una memoria fertile che, pur tra luci e ombre, riannoda il passato al presente, si fa sostanza e nutrimento di ciò che oggi ancora esiste e resiste malgrado gli anni, i dolori, le distanze.

E qui campeggia l’amore cantato nella splendida ultima sezione L’Oro dei Giorni che racchiude alcune delle più intense poesie d’amore che chi scrive abbia mai letto. Ventisei liriche a tratteggiare, con trepida emozione, in un tono intimo e pudico, la “carezza lunga dell’amore”, di un Bene che ha saputo costruirsi e custodirsi nella consapevolezza che “è stare insieme / che ci rende interi”. Dall’indimenticabile primo bacio giovanile, vivido ancora (e chi non lo ricorda?), narrato nella lirica il bacio (una perla tra le molte) che in explicit confessa:

Quel bacio, sai, è ancora lì per ricordarci che ci siamo
amati da ragazzi con la purezza dell’incanto e un sogno
grande dentro; lo cerco lo trattengo tra le mani piano
ci soffio dentro, di tanto in tanto, per ravvivarlo
per la paura che svanisca

alla senile tenerezza del custodirsi “dopo una vita insieme, /… – ciascuno l’altro – / nella propria metà del grande letto”.

Un amore che non è mai soffocante possesso ma un sentimento che sa abitare anche le necessarie distanze, gli inevitabili attriti. Un lavoro da rinnovare ogni giorno attraverso la “pazienza”, il “perdono”, la “tenacia” perché “occorre tenacia / per non scivolare / occorre pazienza / per visitare le celle / dove i papaveri durano / il rosso anche d’inverno”. Lo “sposo” è presenza desiderata e rassicurante, la casa un porto sereno, luogo del ritorno, i gesti quotidiani un caldo riposo non un’annoiata abitudine.

La parola poetica di Nadia Scappini è voce tenera e forte, precisa, distillata nel tempo e nel silenzio, uno strumento prezioso per scavare nella terra o alzarsi nel cielo, è creatura, uno “spazio clemente” salvato dal vacuo frastuono quotidiano “dove sgranare antichi rosari per distrarre / la fatica dei giorni / insensati    crudeli     amari”.
È in questa fede nella poesia che sa cantare il fango e i fiori, l’ombra e l’azzurro, necessaria per “contrastare chi assassina / i sogni, per dare un ordine / alle cose…” la testimonianza preziosa di quest’opera dalla cui lettura si esce con uno sguardo pensoso e commosso, un brivido nuovo. Da custodire e meditare.

Nadia Scappini, nata a Bagno di Romagna il 30 dicembre 1949, vive a Trento. Dopo l’insegnamento di discipline umanistiche nei Licei di Trieste e Trento, si occupa di promozione culturale, scrittura e critica collaborando con la pagina culturale di quotidiani e riviste nazionali. Presente sul sito di “Italianpoetry”, ha organizzato Convegni e Seminari di studio su Poesia e Mito, nonché il Premio di poesia Città di Trento-oltre le mura 2018. È collaboratrice della redazione di Independent Poetry. Numerosi i riconoscimenti nazionali. Tra i titoli più recenti: Un’ora perfetta, poesie, Aragno, 2015; Sonia e il poeta, romanzo minimo, Il Vicolo, 2016; Limone ruffiano, saggio/narrazione, Il Vicolo, 2016; Come dire dell’amore, poesie, Moretti& Vitali, 2019; Topografie interiori, racconti, Reverdito, 2020; La bilancia del cielo, traduzione in inglese, tedesco, spagnolo, russo, cinese del monologo in versi da Sonia e il poeta, Graphie, Il Vicolo, 2021. Preghiere imperfette è la sua ultima pubblicazione, Moretti & Vitali, 2022.