Nevio Spadoni – Inframondo
(Poesie,
per il decennale)
Rossella Renzi
Per Nevio Spadoni, in occasione del decennale di Independent Poetry
C’è un filo rosso che lega le poesie dialettali, oserei dire nell’intera sua produzione, di Nevio Spadoni; un filo intrecciato fatto di filosofia, riflessione sull’esistenza, antropologia, pensiero antico e contemporaneo, letteratura e tradizione popolare… non solo di genealogia romagnola. E c’è il tema dei temi: quello del tempo, che attraversa i componimenti, induce alla meditazione, obbligando il lettore a guardarsi dentro, o scorgere le ombre che lo accompagnano, nel tentativo di bloccare un frammento di ciò che è, ed è stato, per renderlo eterno. Nei suoi versi il sorriso si mescola alla tristezza, l’illusione al disincanto, la malinconia si dissolve nella sorpresa per l’alba, che finalmente risorge e rischiara quel paesaggio tetro che ci tormenta. Quel modo ruvido, ma allo stesso tempo dolce e autentico di usare il dialetto, nella declinazione ravegnana, gratta e accarezza l’anima del lettore, suggerendo di scavare nelle pieghe che la vita nasconde. Si va così componendo una sorta di “commedia di sangue” come scrive nella poesia E’ bal di s-cen macud (Il ballo dei castrati), che mette in versi l’esperienza febbrile e convulsa del nostro peregrinare sulla terra: cieco labirinto o un «gomitolo di strade che non portano da nessuna parte». Ma nonostante il timore, lo sgomento e certe atmosfere cupe, nella poesia di Spadoni mai si affievolisce il pulsare segreto del cuore, con i suoi dolori, le sue gioie, l’inesauribile meraviglia che porta il nuovo giorno.
E a ridaren de’ temp
E i m’ven a dì
che j èn i n’pasa in prisia
s’i s’armes-cia i lens dal nöt biânchi
cun i tu gnech a e’ dè.
L’acva e e’ sol
j à ariznì e’ curnison
e l’è za óra che te t’chembia ca.
E’ pò dês nench che zo par cl’êtra strê
t’senta l’udór de’ pân apèna fat,
ch’e’ pësa un car
e la röda ch’la dëga du vulton.
E alóra e’ srà coma turnê tabach:
t’at mitiva la bêrba d’furminton
e t’saltiva int al scol coma un mat.
Int un pirôl
d’na schêla longa
a inciudaren i pës
e a lè fìrum coma stêtui d’zez
a ridaren de’ temp ch’u s’à futì.
E rideremo del tempo
E mi vengono a dire / che gli anni non passano in fretta / quando si mescolano gli ansiti delle notti bianche / con i tuoi gemiti al giorno. / L’acqua e il sole / hanno arrugginito il cornicione / ed è già ora che tu cambi / casa. / Può darsi anche che giù per l’altra strada / tu senta l’odore del pane appena fatto, / che passi un carro / e la ruota dia due giri. / E allora sarà come ritornare ragazzo: / ti mettevi la barba di granoturco / e saltavi sulle pozzanghere come un matto. / In un piolo / di una lunga scala / inchioderemo i passi / e lì fermi come statue di gesso / rideremo del tempo che ci ha fottuti.
*
Tcira int e’ vent
Insèna da tabach a t’ò zarchê
tcira int e’ vent ch’e’ smêsa e’ tamarés
un gazulê d’usël ch’i spiâna e’ zil
par al cumet dla séra
cla vós che sóra toti la s’alzéva
la fësta d’un paés.
Tcira la crós dla mi famì s-ciunclêda
i rog so pr e’ camen al sér d’invéran
la név là fura cun al pédgh alziri.
Vós de’ silenzi che t’am strenz e’ pët
baston pr i mi scapoz funtâna cêra
tci ’na parôla un segn, fradël ch’e’ ciâma
e me ch’m’agrap a te coma ch’a pos.
Eri nel vento
Fin da ragazzo ti ho cercato / eri nel vento che smuove il tamerisco / un cinguettare sommesso di uccelli / che preparano il cielo / per gli aquiloni della sera / quella voce che su tutte si levava / la festa di un paese./ Eri la croce della mia famiglia schiantata / le urla su per il camino le sere d’inverno / la neve là fuori con / orme leggere. / Voce del silenzio che mi stringi il petto / bastone per i miei inciampi fontana chiara / sei una parola un segno, fratello che chiama / ed io mi aggrappo a te come posso.
*
Cl’ombra
E’ ṣlònga e’ cöl e’ sól e nó a s’s- ciden
pr un êtar dè, mo i pës j è sèmpra cvi.
Int e’ sabion un’òmbra la s’cor drì
la s’fa di ghëb, la s’sopia int agli urec,
e’ nöst magon e’ cres, e via ad córsa,
e cl’òmbra la s’ven drì.
E e’ ven che pu a s’ṣmaren
vilà tra i spion e i spen d’un bórgh scnunsù
e a n’arisen briṣl a truvê e’ sintir.
E’ pê impusèbil, mo
u j è sèmpra cvaicvël ch’u t’s’met d’travérs
e ch’u t’anebia j oc.
Bëla che incion u t’créd, e cvânt ’ t’al cont
i fa boca da rìdar
e i scösa la tësta.
E e’ sól l’à e’curagi ad ṣlunghê e’ cöl
pr un êtar dè.
Quell’ombra
Allunga il collo il sole e noi ci leviamo, / per un altro giorno, ma i passi sono sempre quelli. / Sulla sabbia un’ombra ci rincorre, / ci beffeggia, ci soffia negli orecchi, / il nostro magone cresce e via di corsa, / e quell’ombra ci insegue. / Succede poi che ci smarriamo / là tra i cardi e gli spini di un borgo sconosciuto / e non riusciamo più a trovare il sentiero./ Pare impossibile, ma / c’è sempre qualcosa che ti si mette di traverso / e ti annebbia la vista. / Il bello è che nessuno ti crede, e quando lo racconti fanno bocca da ridere / e scuotono la testa. / E il sole ha il coraggio di allungare il collo / per un altro giorno.

Nevio Spadoni vive a Ravenna dove ha insegnato filosofia nelle scuole superiori. Le sue poesie sono comprese in diverse antologie italiane e straniere, e tradotte in più lingue. Per la Società Editrice “Il Ponte Vecchio” nel 2017 ha pubblicato Poesie (1985-2017)”, e nel 2019, il volume Tutto il Teatro. E’ vincitore di premi di poesia, tra cui “Il Boncellino”, “Il Lanciano”, “Tratti Poetry Prize”, “Gozzano”, “Salva la tua lingua locale”, “Premio internazionale Via Francigena”, e molti altri. È autore di opere teatrali, andate in scena per “Ravenna Teatro” e “Ravenna Festival” in Italia e all’estero, fra le quali Luṣ e L’isola di Alcina, ottenendo per quest’ultima due candidature al Premio “Ubu”. Ha pubblicato le antologie Le radici e il sogno. Poeti dialettali del secondo ’900 (con Luciano Benini Sforza, Faenza MobyDick, 1996), e D’un sangue più vivo. Poeti romagnoli del Novecento (con Gianfranco Lauretano, Cesena, Il Vicolo, 2013). Con Fabio Pagani ha pubblicato Vivi nella parola, I sepolcri dei poeti romagnoli, Forlimpopoli, L’arcolaio, 2021. Con Sauro Mattarelli ha pubblicato Passioni e ideali – Ricordando i personaggi delle “Ville Unite”, Longo editore, 2022. Nel 2024 è uscito Parôl ad sêl e d’mél (Parole di sale e di miele) poesie in dialetto romagnolo, per Arcipelago Itaca.
