Alberto Bertoni
Semplici abbandoni
(Einaudi,
2025)
Leggendo il libro di Alberto Bertoni, Semplici abbandoni, si ha la vivida impressione di avere vicino il poeta, come si suol dire, in carne ed ossa. E questa impressione è di natura tanto fisica da far pensare di poter percepire la presenza dell’autore nel modo più completo possibile.
Si trovano, in effetti, in questo libro, tutte le caratteristiche di chi lo ha scritto: prima fra tutte la modenesità, declinata in un orgoglioso ribadirsi figlio di una terra popolare e ricca allo stesso tempo; poi le passioni del poeta la fanno da padrone: le corse dei cavalli, il tifo calcistico, il vino e il buon cibo, «semplice e modenese» (Dal pianerottolo). Trovano qui spazio anche gli affetti del poeta, soprattutto le amicizie presenti e passate. Rispetto ad altre prove poetiche di Bertoni, in Semplici abbandoni è meno presente la tematica amorosa, che è invece centrale in raccolte come Le cose dopo (Aragno 2003).
Questo salvare la memoria di quell’«uomo assurdo» (El condor pasa, in Culo di tua mamma, Samuele 2022) che è il loro autore, salvare la vita trascrivendola, ci sembra, invero, il minimo comune denominatore di tutte le raccolte di Bertoni («questo quarto d’ora lo trascrivo»: A Bologna di mattina presto, ne Le cose dopo), cosa tanto importante per un uomo che si sente di scrivere «da un esilio smisurato di poesie» (Non ho insetti in cui rappresentarti, in Lettere stagionali, Book 1995) e per il quale la vita è da sempre «prima poesia che azione» (El condor pasa, cit.). Ma 9è, ancora più delle altre prove poetiche del Nostro, un dispositivo perfetto di salvataggio della vita. Di salvataggio della vita dalla propria fine.
Su tutto il libro si sente, in effetti, un costante sentimento della finitudine: l’intero volume sembra inteso a dire la morte, obiettivo che, a detta dell’autore, sarebbe il «limite vero dell’impossibilità, per la natura umana » (Amore e Morte, in Cavalli e poesia, Corsiero 2018), «un limite che tuttavia il linguaggio si fa carico di sfidare» (ibidem). Questa tematica è presente nell’antologia Poesie 1980-2014 (Aragno, 2018), che si apre con I morti, ma anche in libri più antichi, come Letto vuoto (Aragno, 2012), che inizia con la poesia Annuncio (qui il poeta s’identifica in un certo Alberto Sighinolfi di cui legge il necrologio) e si chiude con Canto della fine e La meditazione di Orfeo. Il libro Traversata (Società editrice fiorentina, 2014) inizia con un exergo del filosofo Andrea Emo relativo alla morte che ognuno porta dentro di sé, e continua con una lirica sulla scomparsa del padre, Gilberto, e con una dedicata a un amico, deceduto durante un terremoto. Anche la Via Crucis, che costituisce il cuore del libro Traversata, parla della morte di un sodale. Infine il volume si conclude con L’anniversario, che celebra la scomparsa della amata madre.
Se, pertanto, la morte è una tematica molto presente in tutta la produzione poetica di Bertoni, Semplici abbandoni è, cionondimeno, la raccolta in cui questo tema assume un valore più profondo e intimamente strutturale. Tutto il volume appare infatti come un sublime tentativo di allontanare la prospettiva dell’annientamento, salvare la memoria del suo autore in tutta la sua persona, con le sue passioni, i suoi difetti, le sue abitudini, le sue cose: come una sorta di incantesimo, o come un antico rituale di sepoltura.
La penultima sezione del libro è chiusa dalla poesia Numeri e nomi (p. 113), nella quale il poeta si chiede se sia il caso di continuare a tenere nella rubrica del cellulare i numeri degli amici scomparsi, augurandosi di poterli utilizzare nell’aldilà, nella «città di fuoco». Una suggestione affine agisce sulla poesia di Bertoni già dai tempi di Lettere stagionali nella poesia dedicata a Mario Sighinolfi: «Non avevamo studiato nessun segno/ per riconoscerci, non era necessario/ così, al tuo fischio, mi giro e / – Ciao, Mario, com’è/ che solo adesso ti fai vivo?». Un analogo riferimento è presente anche nel libro Le cose dopo, nella poesia Non volevo essere Montale: «Anche Anna, mia Clizia/ è stata consumata dal suo Dio/ ch’era lei stessa// Ripeto il suo nome, qualche volta/ le mattine d’inverno appena sveglio/ spirito breve, mantra da poco/ l’unica preghiera che possiedo».
Trattàti gli aspetti meramente contenutistici di quest’opera, è opportuno osservare da vicino quelli più squisitamente formali, che sono certamente di grande rilievo in un poeta dotto e competente come Alberto Bertoni, che sa utilizzare la rima in modo molto abile, creando testi di grande musicalità. Semplici abbandoni, in particolare, si distingue dalle altre opere dell’autore – come per esempio, Lettere stagionali – per una fitta rete di rimandi fonici, apprezzabili, per fare giusto qualche titolo, in poesie come A mia madre (p. 9-10), Un mondo salvato dai ragazzini (p. 22-23), Numeri vecchi (p. 26), ma è presente anche in testi di altro tenore, diremmo più leggero, come L’humus (p. 39) e Il fumo (p. 90), in cui rime ed assonanze sono usate in modo quasi scherzoso, come a restituire l’effetto fonico tipico di una filastrocca. Espediente, questo, che in verità possiamo riscontrare anche in alcune poesie delle raccolte precedenti, come Brindisi (ne Le cose dopo), a mostrare la grande perizia metrica di Bertoni, ma anche la volontà di dissimularla e usala in modo leggero. Il metro tradizionale, e nella fattispecie l’endecasillabo, si ritrova più volte nelle liriche di Semplici abbandoni, ma quasi sempre slegato da altri versi tradizionali, e accompagnato piuttosto a metri insoliti, ipermetri o ipometri, che restituiscono l’effetto di una prosodia minore, vicina al parlato.
Per entrare nel vivo dello stile di Bertoni, voglio offrire qui un’analisi della poesia che ho maggiormente apprezzato: A mia madre (p. 9-10), per osservare più da vicino la padronanza tecnica di questo autore, che merita certamente un approfondimento.
A mia madre
S’è affacciata la morte,
implacabile memoria,
nella fila di luci
che per te ho fotografato
l’altra sera osservando
Luni dall’alto
e subito ho pensato che il più caro
e chiaro di quei lumi fossi tu,
ripartita
invece per un attimo
troppo terreno
e illuminata al cuore del seno
dalla collana di turchesi che indossavi
ogni ultima sera di villeggiatura
Già questa prima strofa mostra degli aspetti metrici e retorici alquanto interessanti. I primi cinque versi sono settenari ed ottonari alternati in un modo che risulta particolarmente armonico, cosa non scontata, dato che la vicinanza di versi pari e versi dispari è una scelta piuttosto insolita nella nostra tradizione letteraria. Ma l’accostamento di versi siffatti potrebbe suggerire la volontà di accordare un tono elevato, tipico del settenario, ad uno più popolaresco, cui meglio si attaglia l’incedere cadenzato dell’ottonario (forse a suggerire una natura umile ma allo stesso tempo nobile e composta della donna che si vuole rappresentare?). La sequenza viene interrotta da un quinario, «Luni dall’alto», cui segue un perfetto endecasillabo, «e subito ho pensato che il più chiaro», su cui si appoggia il portamento maestoso e al contempo popolare di questa lirica. Subito dopo troviamo un altro endecasillabo, ma questa volta tronco: «e chiaro di quei lumi fossi tu». Il fraseggio sembrerebbe già finito prima di questo verso, ma la paronomasia «caro/ e chiaro» e l’assonanza tra «Luni» e «lumi» riprendono il filo musicale del dettato poetico, come si ravviva un fuoco quasi spento a partire da un tizzone ancora ardente; e il finale dell’endecasillabo, che si tronca proprio sulla parola «tu», mette al centro la seconda persona singolare cui questa poesia è dedicata.
La strofa continua con una rima terreno/seno e si conclude con una parola, villeggiatura, che crea, in rima con sicura, una forte connessione con la strofa successiva, il cui primo verso finisce, come il primo della prima strofa, con la parola morte, e che recita:
Altro non era che la morte,
sta’ sicura,
quella linea più scura
che cercavo senza tregua di raggiungere,
oltre il faro alla fine del molo,
quando il maestrale, col suo assolo,
invocava il tuo nome al mio posto
In questa seconda strofa è come se l’autore dovesse recuperare le forze, dopo lo sforzo virtuosistico della strofa precedente, o, meglio, sembra piuttosto che voglia offrire al lettore una musica più facile, meglio intelligibile, che si concluda nel giro di pochi versi, con marcatori fonici immediatamente riconoscibili come la rima tra la succitata villeggiatura e sicura, e la rima ricca tra sicura e scura e la rima tra molo e assolo. Si tratta, a mio avviso, di una sorta di pausa, utile per accedere meglio disposti alla ben più complessa, e tematicamente struggente, strofa successiva:
Mondo di luce buia
e come un biscotto trapassata
se nel tè lo tieni a mollo
quel momento di troppo
e il meglio sul palato è già svanito
assieme all’effetto di striscio
del tuo nome così padano,
la c dolce quasi z, le due a
contro la u di luce ripetute,
Luciana che nell’attimo terreno
trasformi in rantolo la voce
fin che tutto non è
finito per davvero
L’«attimo troppo terreno» della prima strofa ritorna nella terza parte di questa poesia, nell’«attimo terreno» in cui la madre – e qui ne conosciamo il «nome così padano», Luciana – trasforma «in rantolo la voce». E la solennità del momento estremo di questa donna viene rimarcata dalla figura etimologica fin/finito che lega tra loro le prime parole degli ultimi due versi della strofa. La poesia si conclude con due stanze brevi, ma impreziosite da diverse figure retoriche:
Cos’è successo dopo non lo so
se come tutte,
tutte le altre volte che ritorno
guardo più in alto l’incavo
della cima apuana con la sua
cava di marmo
nel mare rispecchiata
Bagliore di bianco, nient’altro
che l’ultima, l’ultima mia
fine dell’infanzia
Queste due strofe sono imparentate dall’anadiplosi, apprezzabile tra il secondo e il terzo verso della penultima strofa, «tutte/ tutte», e il penultimo verso della poesia, «l’ultima/ l’ultima». In più, nella penultima strofa ritorna la figura etimologica, già presente nella terzultima strofa (incavo/cava).
Mi si perdoni l’acribia con cui mi sono soffermato su questa lirica, ma la ritengo particolarmente esemplificativa dell’ars poetica del suo coltissimo autore. Questa ricca sequenza di figure retoriche è stata infatti calibrata con sapienza dal poeta in modo che non risultasse stucchevole, né iperletteraria, come a dissimulare la sua straordinaria abilità tecnica, ma l’effetto che se ne ricava è quello di una musica discreta e allo stesso tempo avvolgente, che percorre tutto il libro, e che qui sa offrire la giusta atmosfera nella quale accogliere lo struggente ricordo che in questa lirica Bertoni ha voluto salvare.
Questo ricordo si riferisce a un episodio che Alberto Bertoni, in occasione del decennale di Independent Poetry, l’11 luglio 2026, mi ha raccontato. Un giorno, sarà stato il 2018 o il 2019, rammenta, si trovava a Bocca di Magra, invitato dallo scrittore ferrarese Roberto Pazzi in una casa in collina, dalla quale si dominava il panorama descritto in quella poesia. La padrona di casa gli raccontò che proprio quella dimora, tanti anni prima, era abitualmente frequentata dal poeta Vittorio Sereni, che in quell’altura trovava rifugio dalle caotiche giornate balneari, durante le vacanze estive. Questa poesia, quindi, oltre ad essere una toccante traccia del rapporto tra il poeta e sua madre, rappresenta anche un punto di intersezione tra questi tre autori: Alberto Bertoni, Roberto Pazzi, e Vittorio Sereni.
I legami che stringono questo poeta ai grandi letterati del passato e del presente sono profondi ed autentici. Non credo, pertanto, sia inopportuno ricordare qui che Bertoni è stato curatore dell’opera omnia di un poeta che è diventato un punto di riferimento per la letteratura italiana degli ultimi decenni, ossia Maurizio Cucchi (M. Cucchi, Poesie 1963-2015, a cura di A. Bertoni, Mondadori, Milano 2016), contribuendo in modo determinante alla sua sistemazione critica. Tuttavia, non si potrebbe pensare a due poeti più distanti tra loro, quanto a Weltanschauung e scelte stilistiche. Infatti, mentre per l’autore de Il male è nelle cose (il romanzo di Cucchi pubblicato da Mondadori nel 2005) la sofferenza e la frustrazione dell’uomo moderno nascono proprio dall’incapacità di sottrarsi alla realtà, per Bertoni le cose sembrano un importante appiglio grazie al quale il poeta riesce, attraverso alle sue routine giornaliere (comprare il pane, portare l’immondizia, prendere il caffè), a sentirsi ancorato a un’esistenza che ama, e verso la quale mostra una passione sincera e vivida, ben lontana dal distacco che contraddistingue il poeta milanese.
Come si è potuto vedere, ho scritto questa nota di lettura usando la prima persona singolare, cosa assai rara per me. L’ho fatto non tanto perché ho avuto, tanti anni fa, la fortuna di conoscere di persona Alberto Bertoni, in occasione di una rassegna che avevo organizzato nella mia città, Senigallia, quanto piuttosto perché la natura di questo libro, a me, che ne ho conosciuto l’autore, fa immediatamente pensare all’impressione che di lui è rimasta, indelebile, nella mia memoria: della sua voce, della sua fisicità, come dicevo all’inizio di queste pagine.
Se la poesia moderna ha tra le sue funzioni quella di salvare il ricordo di chi la scrive, Semplici abbandoni svolge egregiamente questo compito. In realtà, mentre Bertoni ci restituisce e salva in una cornice d’intensa e raffinatissima poesia la propria vita, fatta di tifo calcistico, campanilismo, scommesse sportive e gastronomia, sta salvando, nello stesso momento, la vita di tutti noi, «animali da trapasso» (Animali nel momento della morte, in Culo di tua mamma, cit.), che è fatta precisamente delle medesime cose.

Alberto Bertoni (Modena, 1955) è saggista e poeta. Ha insegnato Letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna. Tra le sue numerose pubblicazioni si ricordano, per la saggistica, Poesia italiana dal Novecento a oggi (Marietti1820, 2019), Una questione finale. Poesia e pensiero da Auschwitz (Book Editore, 2020), Voci del grande stile. Prose e poesie fra due secoli (Il Mulino, 2023). Il tema dell’Alzheimer è stato già affrontato nell’opera poetica Ricordi di Alzheimer (in quattro edizioni per Book: 2008, 2012, 2016 e 2024), nel 2018 molte delle sue raccolte sono confluite nel volume Poesie 1980-2014 (Aragno). Il suo libro Semplici abbandoni (Einaudi, 2025) è stato selezionato nella dozzina del Premio Strega, l’ultima sua pubblicazione è L’Alzheimer, i cavalli, la poesia edito da Marietti1820 nel 2026.
