Ilaria Boffa – Inframondo

(Poesie, 

per il decennale)

a cura di Lorenzo Franceschini

Per Ilaria Boffa, in occasione del decennale di Independent Poetry

Ilaria Boffa è una poetessa bilingue: italiana e inglese, lingua, quest’ultima, nella quale l’autrice spesso compone le sue liriche, per poi tradurle nella sua lingua madre. In particolare, le opere di questa poetessa possono essere, almeno in parte, ascritte a quella che viene chiamata ecopoetry, ossia un movimento poetico che tratta prevalentemente tematiche ecologiste.

L’universo poetico di Ilaria Boffa nasce dalla dimensione dell’ascolto, un ascolto che si fa strumento di comprensione del mondo, via di riconnessione tra uomo, natura e tutti i suoi regni, ispirazione e domanda sul tempo presente e futuro, finanche possibilità di crescita dello stesso essere umano.

I suoni che l’autrice, con attenzione, ascolta – e spesso registra, facendoli diventare parte della sua creazione artistica – guidano l’esplorazione dei territori, umani e naturali, al di là di ogni convenzionale suddivisione geopolitica. Ora è il corso del fiume, ora il vento che lo spazza, ora sono gli animali che si muovono ad animare il dettato poetico di Boffa, una poetessa capace di cogliere la relazione tra uomo e paesaggio nel suo farsi parola, a partire dalla tensione sonora che tra essi si instaura.

da ‘Inizi e Altre Tragedie/Beginnings & Other Tragedies’ Valley Press UK, 2023

*
Che debba finire
o vestire un’altra forma
non ci saranno
ore più preziose
di quelle lungo il fiume
quando la bora soffia
e congela le spalle.
La vista irregolare
dei rilievi vulcanici
la fitta vegetazione bassa
che bagna gli stivali
le margherite gialle.
Il corpo impara
dal soffione a prendere il vento
a favore e a oscillare
dalle cimici che si rovesciano
sull’addome
usando le zampe
per dondolarsi sui fianchi
finché non si raddrizzano.
E conforta
lo sguardo sconfinato
sopra i campi
lasciati a maggese.

Whether this is to end
or take another form
there won’t be
more precious hours
than those by the river
when the bora blows
and freezes the shoulders.
The uneven view
of volcanic reliefs
the thick undergrowth
wetting the boots
the yellow daisies.
My body learns
from the dandelion
which takes the wind
in favour and swings
from the bugs rolling
back onto their abdomens
using their legs
to rock on their sides
until they right themselves.
And over the land
left fallow
the unbounded look
soothes.

*
Preparami all’arrivo della pioggia
che si prevede intensa ma necessaria.
Mostrami ciò di cui sbarazzarmi
potare gli arbusti lungo il corridoio fluviale.
E se dobbiamo lasciarci alle spalle
la quarta rivoluzione industriale
questa realtà sociale aumentata
per poter recuperare la nozione di mortalità
aiutami a non vacillare.
Potremmo rimanere un giorno
un ultimo giorno.

Make me ready for the arrival of the rain
which is expected heavy but needed.
Show me what I can get rid of
pruning shrubs along the fluvial corridor.
And if we must leave
the fourth industrial revolution behind
this augmented social reality
to repair our notion of mortality
help me not to falter.
We may remain one day
one last day.

da ‘Di Suoni e di Noi/About Sounds About Us’ Samuele Editore, 2019

In Movimento

Ci sono volute 10 ore e qualche sosta. Poi il deserto, immersi nel rosso. Nomadi, Beduini, Tuareg, Berberi popolano una terra di argilla e re in cammino. Visibile, il plateau, piatto e lineare, confine naturale che respinge. Negli accampamenti lontani, il ronzio di generatori elettrici, wifi.
Le donne berbere siedono sole, risciacquano stoviglie nelle tende. Ridono e mi invitano a raggiungerle. Registro le loro voci e sistemo l’hijab sul parka.

Siamo tutti post-umani?

On the Move

It took 10 hours and a few stops. Then the desert, into the red. Nomads, Bedouin, Tuareg and Berbers populate a land of clay and kings on the move. Visible, the plateau, flat and linear natural border that beats back. In remote camps, the buzzing of electric pumps, wi-fi. Berber women sit alone, rinsing dishes in the tents. They laugh and wave at me to join. I record their voices,
fixing the hijab on my parka.

Are we all post-humans?

Inediti da ‘NOW, river notes | NOW, appunti di fiume’

*
fresie gialle.
sistemiamo il vaso appoggiato alla croce, tenuto saldo tra i rami di gaultheria.
il vento è forte.
ci vorrà un anno per posare la lapide, la bara si farà spazio nel terreno.
la fragranza indugia, poi si mescola all’odore della tua sciarpa & della tua camicia che indosso.
addosso.
porto i tuoi anelli & cappelli, gli orologi, la tua vita attraversa la mia.
rientriamo, ci fermiamo dal tuo parrucchiere.
mi stringe la mano, commosso.
per vent’anni hai fissato i tuoi giovedì da Luciano.
capelli grossi & spessi.
esco & trascino dietro i lavatesta, le mani attente, i caschi & l’argento delle stagnole.
tengo il tuo cerchietto stretto nella borsa.

yellow freesias.
we set down the vase against the cross, held fast by twigs of gaultheria.
the wind is strong.
it will take a year for the stone to stand, the coffin settling into the dirt.
the fragrance tarries, then blends with the scent of your scarf & your shirt i wear.
on me.
i slip on your rings  &  hats, the watches, your life sliding through mine.
on the way home we stop by the hairdresser.
he holds my hand tight, touched.
for twenty years you claimed your Thursdays at Luciano’s.
thick, coarse hair.
i leave & trail behind shampoo basins, busy hands, dryers & foil strips.
i keep your hairband deep in my bag.

 

*jota.

una pentola pronta per la vicina, l’odore al piano terra.
dietro le porte chiuse, tutti sapevano: eri tu.
l’acido dei crauti nelle narici.
la facevi per te, noi non la volevamo.
‘no capi’ niente’, ridevi.
fiera del dialetto, mai una parola in italiano.
raccontavi di capuzi durante la guerra.
patate lasciate dai soldati sotto le finestre .
lo strisciare di una bambina al confine in Jugo.
col padre, per un pacchetto di sale. senza sonno.
qualcuno chiede come finisce il mondo.
niente cibo né acqua, nessun respiratore, coma epatico.
la fame di un genocidio, la sete da ecocidio.
uno è tutti: distesi su un letto, la testa fissa, di lato.

jota.
a pot pouring for the neighbour, smell on the ground floor.
behind closed doors, they knew it was you.
sauerkraut’s acid sharp in the nostrils.
you made it for yourself, none of us would touch it.
‘no capi’ niente’, you laughed.
proud of the patois, never a word in Italian.
you talked capuzi during the war.
potatoes left under windows by soldiers.
track of a girl crawling the border in Jugo.
with her dad, for a packet of salt. no sleep.
someone asks how the world ends.
neither food nor water, no ventilator, liver coma.
starvation in genocide, thirst from ecocide.
one is all: lying in bed, heads steady to one side.

*jota = minestra triestina: no capi’ niente = non capite niente; capuzi = crauti; Jugo = Jugoslavia

Ilaria Boffa è una poeta e sound recordist. Scrive in doppia lingua (Italiano/Inglese) e sinora ha pubblicato quattro raccolte di poesia bilingue con Samuele Editore e Valley Press UK. Nel 2018 suoi testi sono stati inseriti nella pubblicazione americana ‘Writing in a Different Language’ della NeMLA North East Modern Language Association. Sue suono-poesie che uniscono poesia e field recording sono state trasmesse durante poetry film festival ed eventi radiofonici internazionali. Fa parte del collettivo internazionale permanente di poesia e sound art EAPS e ha collaborato con il gruppo teatrale svizzero Collettivo Treppenwitz con un poema sperimentale andato in scena al LAC di Lugano e al SüdPol di Lucerna nel 2025. Una sua poesia sonora è inclusa nell’installazione permanente ‘A Century of Sounds’ presso il Pitt Rivers Museum di Oxford/Londra.

Incluso nel progetto artistico scientifico Flow, un suo contributo di poesia e field recording è stato presentato a Vienna nel 2026 durante l’EGU, la principale conferenza di geo-scienza in Europa (LinkTree,  IG , SoundCloud , FB ).