Franca Mancinelli


Franca Mancinelli, Tutti gli occhi che ho aperto
(Marcos y Marcos, 2020)
Nota di lettura di Rossella Renzi 

 

Tutti gli occhi che ho aperto (Marcos y Marcos 2020) è un’opera composta da otto sezioni che appaiono come unità indipendenti, ma che trovano nel libro una organicità riconducibile ai temi portanti della scrittura di Franca Mancinelli. Il filo che attraversa tutte le sezioni, e che emerge come un topos nella produzione dell’autrice marchigiana, è quello del viaggio. La stessa poetessa sostiene che ogni libro rappresenta «un viaggio che non si conclude col compimento del lavoro, ma traccia come una scia che mandiamo nel buio, in cerca di una risposta». Per questo la sua officina poetica si nutre dello sguardo sempre attento, pronto a cogliere un riflesso, un tremito, un movimento dell’aria, mentre la scrittura formula domande, si pone in paziente attesa di risposte, o contempla il silenzio per comprenderne il suono, la forma, il colore: Questo libro contiene tre pagine bianche, una fine e inizio che si ripete, come si chiarisce nelle note.
La prima sezione, Jungle, nasce proprio da un viaggio – una residenza creativa itinerante tra il confine sloveno e quello serbo – e racconta della violenza e del dolore provocato dal gioco disumano che mette in trappola i migranti che percorrono la rotta balcanica. Emerge nel dettato un senso di premura materna, di tenero accudimento che mette a fuoco contesti di sofferenza che coinvolgono bambini anche piccoli. Questo sguardo stride con la brutalità del gioco, ma si pone in armonia con la natura-madre che taciturna accoglie i suoi figli e li consola («ci svegliamo dentro gli occhi di un uccello / (…) su un prato, una coperta / a contenerci come un’isola/ da cui non siamo nati». Nonostante l’esilio, il fango, il marciume in cui uomini, donne e fanciulli sono costretti a vivere, qualcosa resiste e si fa messaggero di luce, trattenuto dai rami, come protetto: «Stamattina, tra le forcelle dei rami,/ mi è apparsa un’anima. Corrosa dalla pioggia, si/ stava lacerando…». La presenza della vita che muta le sue forme, resiste e si fa parola è dominante in questi versi (quell’anima ritrovata è infatti un manoscritto). Il titolo stesso del libro richiama con prepotenza la nascita (o la rinascita), l’attenzione, la veglia, la presenza: la vita che erompe in tutte le sue dimensioni. E lo fa col suo carico di bellezza e innocenza, che nei versi di Franca sono proprie del mondo animale e vegetale: «ramifico secondo la luce/ alberi maestri/ a spalancarmi il petto/ con la forza che viene da un seme». In questi versi tanto luminosi si rinnova quella misteriosa metamorfosi che stringe insieme creatura umana e natura: corpo-petto-tronco-rami-foglie… Il confine non esiste, la fusione è completa e si rivela pienamente nelle sezioni Alberi maestri, Tutti gli occhi che ho aperto, Luminescenze, dove «per una legge di gioia si trasforma» e quella luce si fa voce che pervade il libro. Voce delicata e allo stesso tempo potente, perché originaria, intrisa di autenticità e di urgenza.
In questo lavoro – come in tutta la produzione di Mancinelli – emerge la poetica del frammento, che rende essenziale il piccolo indizio, che nomina il dettaglio come elemento significativo («Quello che è stato / tornerà con la pioggia / affiorando piccoli indizi / e frammenti di un dio»), esplicitato nei Frammenti per una dedica, che è il titolo della settima sezione. La scrittura procede appunto per frammenti, con punti fermi che segnano le pause, senza marcare mai l’inizio del verso con la lettera maiuscola, «rinunciando anche al diritto di proprietà» come ha spiegato Massimo Raffaeli durante una presentazione della raccolta. Quella voce percorre il libro come una scia di polvere luminosa che non si frange, proprio come citano i versi in esergo, che sembrano arrivare da lontano, portando una rivelazione sulla poesia di Franca Mancinelli: «non può disperdersi / si ricompone a ogni svolta / come uno stormo in viaggio».
 

 

 

Franca Mancinelli è autrice dei libri di poesia Mala kruna (Manni, 2007, premio opera prima Laudomia Bonanni e Giuseppe Giusti), Pasta madre (con una nota di Milo De Angelis, Nino Aragno, 2013, premio Alpi Apuane, Carducci, Ceppo- giovani), Libretto di transito (Amos Edizioni, 2018), uscito nello stesso anno con traduzione inglese di John Taylor, con il titolo The Little Book of Passage (The Bitter Oleander Press, Fayetteville, New York). Una silloge di suoi testi è compresa in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012) e, con introduzione di Antonella Anedda, in Poesia contemporanea. Tredicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos, 2017). Traduzioni di suoi testi sono apparse su riviste e antologie straniere. Ha partecipato ad alcuni progetti internazionali, tra cui Chair Poet in Residence (Calcutta, 2019). Dal progetto Refest – Images and Words on Refugee Routes (2018) è nato Taccuino croato, ora in Come tradurre la neve (AnimaMundi Edizioni, 2019). Nel 2019 è uscito, con traduzione inglese di John Taylor, un volume che raccoglie i suoi primi due libri e alcuni inediti, At an Hour’s Sleep from Here. Poems (2007-2019), (The Bitter Oleander Press).

Bio dal sito Marcos y Marcos

foto di Virginia Morini, Biblioteca Manfrediana, Faenza.