Quinto Orazio Flacco
Carmina
(I libro,
ode 9)
Per restituire l’impressione di ordine apprezzabile nella perfetta organizzazione metrica della poesia di Orazio, abbiamo qui cercato di creare delle strofe omogenee quanto a numero di versi ma, al posto dei quattro tipici della strofa alcaica, ne abbiamo usati cinque, costretti dalla minore concisione della nostra lingua.
Questa lirica, tra le più belle del poeta di Venosa, parte dalla descrizione del monte Soratte innevato per poi continuare con un invito ad allontanare il freddo dell’inverno, allietando l’attesa della bella stagione con i piaceri che possono essere offerti da una vita raccolta, e dal vino. Anche in questa poesia, come nella più nota lirica del carpe diem, l’autore dissuade il suo interlocutore dal tentare di conoscere il domani, che è retaggio degli dèi, e lo sprona a godere dell’oggi.
Il componimento, accantonando un’interpretazione lineare dell’esistenza umana, nella quale la visione del futuro avrebbe un suo senso, nelle ultime strofe abbraccia una concezione circolare del tempo, che si apre con il congiuntivo ottativo repetantur. È come se il poeta ci volesse dire che non possiamo conoscere il nostro futuro personale, e che l’unica cosa cui possiamo ambire, per i giorni a venire, sia il continuo ripetersi della vita di tutti i giorni, colta nel momento più bello della sua parabola: la giovinezza.
Traduzione Lorenzo Franceschini
Vedi come si erga luminoso
di nevi profonde il Soratte,
e già non reggano più il peso
i boschi affaticati, e per il gelo
pungente i fiumi si restringano?
Sciogli via il freddo dell’inverno,
metti ancora più legna sul fuoco
e versa più del solito, o Taliarco,
del buon vino invecchiato,
da un’anfora sabina a doppia ansa.
Il resto, credi, lascialo agli dèi:
quando abbattono i venti
che si scontrano sul mare infuriato,
i cipressi non si agitano più,
e nemmeno i vecchi frassini.
Rifuggi dal conoscere il domani!
E qualsiasi giorno la sorte ti darà,
credimi: è un guadagno! Poi, ragazzo,
non sprecare le danze e i dolci amori,
finché la canizie lamentosa è ancora lontana.
Adesso si ripetano in eterno
gli appuntamenti al parco
o nelle piazze più raccolte,
e i lievi sussurri all’imbrunire
a un’ora convenuta,
in eterno si ripeta il dolce riso,
che tradisce la ragazza rimpiattata
in un intimo cantuccio, e si ripeta
il pegno d’amore strappato dalle braccia
o da un dito, che fingono resistere.
Testo originale
Vides ut alta stet nive candidum
Soracte, nec iam sustineant onus
silvae laborantes geluque
flumina constiterint acuto.
Dissolve frigus ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum Sabina,
o Thaliarche, merum diota.
Permitte divis cetera, qui simul
stravere ventos aequore fervido
deproeliantis, nec cupressi
nec veteres agitantur orni.
Quid sit futurum cras fuge quaerere et
quem fors dierum cumque dabit lucro
adpone, nec dulcis amores
sperne, puer, neque tu choreas,
donec virenti canities abest
morosa. Nunc et Campus et areae
lenesque sub noctem susurri
composita repetantur hora,
nunc et latentis proditor intumo
gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci.

Quinto Orazio Flacco (Venosa 65 a.C. – Roma 8 a.C.) è tra i massimi poeti della latinità. Oltre ad aver scritto numerose odi, tra le quali annoveriamo questo componimento, è anche autore di satire, giambi, epistole metriche e del Carme secolare. La sua poesia si caratterizza per una straordinaria raffinatezza formale unita ad una costante riflessione sui limiti dell’esistenza umana, informata da una profonda saggezza.